«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,
diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.» (Mt 5,11-12)
«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,
diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.» (Mt 5,11-12)
Rassegna stampa SUL "CASO BECCIU"
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LA CHIESA AMA O NON AMA LA VERITÀ E LA GIUSTIZIA?
Siamo sempre lì, sul Golgota.
LEONE XIV: PACE, DIALOGO, GIUSTIZIA, AMORE, UNITÀ! Confidiamo che... «Il male non prevarrà!»
IL "CASO BECCIU"
Il 24 settembre 2020 il cardinale Giovanni Angelo Becciu ha presentato a Papa Francesco la propria rinuncia – forzata – «alla carica di Prefetto della Congregazione dei Santi e dai diritti connessi al Cardinalato». Il card. Pietro Parolin, il più stretto collaboratore del Papa, che ha dato il suo consenso all'acquisto del Palazzo di Londra («sono favorevole alla stipulazione dei contratti»), si è precipitato a dichiarare che lui non ne sapeva nulla. Per più di nove mesi la Santa Sede non ha fornito nessuna spiegazione, ma alcune testate giornalistiche hanno attivato una campagna violentissima e martellante in cui hanno addossato numerose colpe al cardinale sardo. Lui si è proclamato innocente, ha trovato la vicenda surreale e spera che l'equivoco si chiarisca.
Per più di altri sette mesi il processo non è entrato in materia, poiché il Promotore di (In)Giustizia Alessandro Diddi non ha obbedito agli ordini del Presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone, vale a dire consegnare il materiale probatorio integralmente: «non cominceremo l’esame delle questioni di questo processo finché la difesa non avrà conoscenza completa degli atti» (condizione imprescindibile, mai soddisfatta). Ciononostante – e contraddicendosi – il Presidente ha deciso di passare alla fase dibattimentale. Al processo le accuse orchestrate contro il cardinale non hanno trovato riscontri nella realtà dei fatti. Il cardinale ha evidenziato come le accuse orchestrate contro di lui siano assurde, incredibili, grottesche, mostruose. In aula è anzi emerso che il testimone chiave Alberto Perlasca, la cui deposizione in istruttoria risulta piena di omissis, era manipolato; ma il Tribunale ha protetto la manipolatrice, cancellando l'interrogatorio di Francesca Immacolata Chaouqui calendarizzato per il 16 febbraio 2023 e tenendo nascosti 120 su 126 messaggi intercorsi tra lei e Genoveffa Ciferri, l'amica di Perlasca. Perché i magistrati non cercano e non servono la verità? Cosa nascondono?
«Amor mi mosse, che mi fa parlare.» Questa rassegna stampa – compilata per amore della Chiesa – intende aiutare a farsi un'idea compiuta della vicenda, nella certezza che la verità ci renderà liberi. Tutti. I contributi, vagliati con discernimento, propongono letture più o meno condivisibili, non necessariamente tutte concordanti; spero invece di evitare articoli disonesti o calunniosi. Dopo aver subito infinite menzogne, è necessario mettere in circolazione la verità, come è necessario mettere in circolazione sangue sano per salvare un corpo in cui è stata iniettata una quantità enorme di veleno. Sempre nella convinzione della sacralità del principio della presunzione d'innocenza, che papa Francesco ha definito «un diritto umano»; fino a prova contraria. Non si può sorvolare sull'ingiustizia inflitta a un uomo innocente e perbene.
Nell'agosto del 2022, nel settembre del 2023 e poi nel dicembre del 2024 papa Francesco ha invitato il card. Becciu ai Concistori. Ai magistrati ha però detto che bisogna «evitare il rischio di "confondere il dito con la luna": il problema non sono i processi, ma i fatti e i comportamenti che li determinano». Ma se la luna non c'è? E se Becciu fosse davvero innocente, vittima di un colossale complotto?
Papa Francesco può essere stato tratto in inganno e indotto in errore? Può essere stato fatto cadere in una trappola? Può aver condannato un innocente? Nel marzo del 2023 Francesco ha riconosciuto: «A volte mi sale il sangue alla testa. Poi si perde la pazienza e quando si perde la pace si scivola e si commettono errori. Bisogna saper aspettare». Già, vale proprio per tutti. Sia chiaro: chi pretende che qualcuno – fosse anche il Papa – sia sempre infallibile non gli usa misericordia e lavora per una perversa ragion di Stato, anziché per la verità, per la Chiesa e per il Papa. L'importante è riconoscerli, gli errori, e agire di conseguenza, vale a dire rimediare, finché non è troppo tardi. Meglio ammettere d'essere stati ingannati che perseverare nell'errore. Che fare, allora? Io il 13 marzo 2023 ho scritto a Papa Francesco. E tu?
Il 26 luglio 2023, dopo due anni di processo e 67 udienze, livido di accanito furore, il PdG Diddi ha chiesto una pena di più di 7 anni di carcere per il cardinale; ma senza fornire un briciolo di prova a sostegno dei suoi teoremi! Il 22 novembre e il 12 dicembre gli avvocati Viglione e Marzo hanno smontato una per una tutte le accuse. Il 16 dicembre il cardinale è stato condannato a 5 anni e 6 mesi di carcere.
Nella Settimana Santa del 2024 Becciu ha scritto una lettera ai suoi confratelli cardinali, ribadendo: «SONO INNOCENTE, NON SONO UN CORROTTO». Il Vaticano con questo processo «ha perso un’occasione unica per mostrare al mondo come amministrare la giustizia nel rispetto dei diritti degli accusati».
Ma nel frattempo è emerso che: 1) A partire dal luglio 2019, proprio in concomitanza con la firma di un famigerato "rescriptum" papale (modifica alla legislazione, ovviamente vaticana, adottata unicamente per questo procedimento contro Becciu, in deroga alle comuni regole del processo stabilite per legge, e mantenuta segreta!), almeno un magistrato italiano, Antonio Laudati, e un ufficiale della Guardia di finanza in servizio alla Direzione investigativa antimafia, Pasquale Striano, a quanto pare in collaborazione con membri dei Servizi segreti (deviati?), hanno effettuato spionaggi e dossieraggi illeciti contro le persone coinvolte nel "processo del secolo" (chi sono i mandanti dentro il Vaticano? come mai Diddi si è precipitato affannosamente a Perugia da Cantone? cosa aveva da nascondere?). 2) Dall'estate del 2024 si sa che il Presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone è indagato per favoreggiamento alla mafia e per aver comprato delle case da mafiosi (a quanto pare pure membri della loggia massonica) pagando in parte in nero! Reato prescritto e procedimento archiviato nell'ottobre del 2026. Ma che credibilità ha questo giudice? E come può, sotto il profilo etico, morale, emettere sentenze in nome del Papa? Pignatone aveva perfettamente rilevato la scorrettezza dell'accusa che occultava gran parte del materiale probatorio, tanto che aveva ripetutamente ordinato a Diddi di consegnare tutte le prove, anche quelle utili alle difese; cosa è successo nel 2022 che gli ha fatto "dimenticare" tale determinazione, per cui, contraddicendosi, ha avallato le scorrettezze dell'accusa e ha compiuto un'assurda inversione a U? Qualcuno ha forse dato un ordine a un giudice che – avendo compiuto quanto evidenziato dal procuratore Salvatore De Luca e confermato dal giudice Santi Bologna nella sentenza del 3 ottobre 2026 – era ricattabile? Come spiegare l'assurda giravolta di Pignatone? Becciu poi è stato cacciato per molto meno, e senza neanche un avviso di garanzia! 3) Le sentenze della Giustizia britannica e della Giustizia svizzera hanno radicalmente smentito i teoremi del promotore di (in)giustizia vaticano Alessandro Diddi; la giustizia vaticana ha fatto una figuraccia mondiale risultando scorretta e ignobile. 4) È partita la rappresaglia contro coloro che difendono la verità e l'innocenza del card. Becciu. 5) Nell'aprile del 2025, con la scoperta delle chat tenute colpevolmente nascoste dal promotore di ingiustizia Diddi – migliaia di chat vengono presentate in una denuncia all'ONU! – emergono le prove del complotto imbastito contro Becciu dal trio Chaouqui-Ciferri-Perlasca, apparentemente con la collaborazione del commissario della Gendarmeria Stefano De Santis e dello stesso Diddi, l'«anello debole» della catena (e quindi manipolabile?), il quale mentendo ha sempre detto di non essere stato in contatto con Chaouqui. Uno schifo! 6) Nell'ottobre del 2025, quattro anni e mezzo dopo aver diffuso le sue menzogne attraverso "Report" di Sigfrido Ranucci, il falso testimone Nicola Giampaolo, è stato condannato a tre anni e mezzo di reclusione per calunnia, condanna confermata in Appello. 7) Nell'estate del 2026 emergono gli strani legami tra Sigfrido Ranucci e personaggi come Valter Lavitola, suo «amico fraterno» (fotografati entrambi insieme a mons Gianni Fusco, tifoso di Parolin), il quale dopo il suo arresto confessa d'avergli organizzato un attentato per «fargli un favore». C'è dietro un loschissimo "do ut des" per una gigantesca manipolazione? Cui prodest? Chi aveva interesse a colpire il cuore della Chiesa cattolica? Chi aveva interesse a imbrogliare il Papa per contrapporlo al suo più prezioso collaboratore?
La domanda è ormai imbarazzante, in Italia come in Vaticano: chi deve cercare la verità, se le persone sospette, coloro che si comportano in modo equivoco o losco, sono i magistrati e i membri delle forze dell'ordine (Alessandro Diddi, Giuseppe Pignatone, Stefano De Santis, Gianluca Gauzzi Broccoletti, Pasquale Striano, Antonio Laudati, Federico Cafiero De Raho, Gioacchino Natoli, Roberto Scarpinato, Giuseppe Del Deo...)?
Maggio 2025: Becciu non partecipa al Conclave per volontà di papa Francesco: Parolin presenta post mortem due scritti papali firmati F. Ma tutto fa pensare che nella percezione generale sia stato taroccato il nesso eziologico (causa-effetto): tutto il mondo pensa che Becciu venga escluso dal Conclave per essere stato condannato; in realtà anche le parole della Chaouqui fanno intuire che Becciu è stato condannato, senza un briciolo di prova, proprio al fine di espellerlo dal Conclave. La ragion di Stato contro la verità, siamo sempre lì: «... meglio che muoia un solo uomo per il popolo...».
Luglio 2025: la procura di Roma indaga Chaouqui per truffa, estorsione ed esercizio abusivo della professione. Chi sono i suoi complici dentro le mura vaticane? Chi ha montato un sofisticato e concertatissimo fuoco d'artificio – fondato sul nulla, senza un briciolo di prova – esclusivamente per imbrogliare la Chiesa e il mondo intero, e per crocifiggere un innocente? Esattamente così agisce la mafia, che per far fuori un uomo scomodo non si serve più della lupara o del tritolo, bensì della tecnica del mascariamento, di una brutale macchina del fango altrimenti chiamata killeraggio mediatico o "character assassination".
Il 22 settembre 2025, cinque anni dopo l'inizio della brutale persecuzione, ha preso avvio il processo d'appello. Scandalizza il silenzio complice della stampa "cattolica", sulla scia dell'«immortale anima di don Abbondio». Igino Giordani, uno dei pochissimi cattolici che 100 anni fa hanno avuto il coraggio di opporsi radicalmente al fascismo, non capiva «perché proprio nel campo cattolico debbano tentarsi allevamenti su larga scala di invertebrati»: non è possibile «abdicare alle ragioni primordiali della coscienza e ritirarci in canonica ad aspettare che spiova» (da Rivolta Cattolica, Piero Gobetti ed., 1925). Ma una cosa è certa: se la giustizia e la stampa vaticane non vorranno dire la verità, lo farà la storia.
Il 12 gennaio 2026, finalmente, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso in appello del Promotore di (in)giustizia Diddi; lui – vigliaccamente – ha aspettato l'ultimo giorno per fare un passo indietro dal processo, avendo nel frattempo ritardato di ulteriori tre mesi l'iter giudiziario: una vergogna! Alcuni esperti canonisti hanno smascherato la scandalosa incompetenza e l'arroganza dell'Ufficio del promotore di giustizia vaticano.
Il 17 marzo 2026 la Corte d'Appello, diretta da mons. Alejandro Arellano Cedillo, ha dichiarato che il processo è in gran parte nullo e quindi da rifare, perché l'Ufficio del Promotore di (In)Giustizia non ha ancora consegnato integralmente il materiale probatorio (l'ordine di Pignatone del 27 luglio 2021, sempre disatteso); e gli ha dato tempo per consegnare tutto, senza omissis, fino al 30 aprile. E inoltre perché i rescripta di papa Francesco non sono mai stati pubblicati: una legge che non si possa leggere non è una legge valida, almeno dove vigono i diritti umani. In caso contrario si violano i diritti di difesa, compreso quello alla piena conoscenza degli atti, incluse ora le chat di chi ha montato l'imbroglio. In pratica Diddi e i suoi scellerati compari hanno fatto perdere cinque anni di vita a tutte le persone coinvolte in questa brutta messinscena, e milioni dell'Obolo – quelli sì dell'Obolo di San Pietro! – alla Chiesa. Dopo un ulteriore (pen)ultimatum, il 30 giugno, il pdg... ha nuovamente disobbedito al Giudice: una sfrontata e plateale presa in giro!
29 ottobre 2026: dopo reiterati, estenuanti e inspiegabili rinvii, in un'udienza di 11 minuti, la Corte comunica che rinvia di ulteriori tre mesi per parlare, poi, di questioni preliminari. Trapela un ENORME IMBARAZZO DA PARTE DELLE AUTORITÀ VATICANE, perché un innocente è stato messo in croce in nome del Papa? Questi continui slittamenti, causati da più di sei anni di ordini del Presidente del Tribunale costantemente disattesi da parte dei promotori di (in)giustizia, e senza che sia emerso uno straccio di prova (se non quelle del complotto in stile mafioso), comportano un danno enorme per gli imputati: il processo è già di per sé una pena, inflitta a presunti innocenti, fino a prova contraria. Cosa succederà a questo punto? Che fanno in Vaticano? Indagano o insabbiano? Ogni penultimatum concesso alla malagiustizia contribuisce a frantumare la credibilità della Chiesa tutta. Chiediamo coerenza. La verità brucia come il disinfettante, ma è l'unica che ci farà liberi. «Tutto concorre al bene per coloro che amano Dio» (Rm 8,28). AP
Sante Messe:
Qualche contributo di Andrea Paganini:
> Ciò che ho capito del caso Becciu
> Immaginate. Tre anni dopo...
> "Caso Becciu": verso la sentenza
> Cosa significa stare con il Papa?
> Lettera aperta al dottor Pignatone
> Sul "Caso Becciu" di Mario Nanni
> intervista su rinuncia al Conclave
Pubblicazioni sul tema:


> LA SVOLTA: L'EVIDENZA DEL COMPLOTTO!
Le menzogne e le calunnie – come la malainformazione in genere – fanno un sacco di rumore; ma alla lunga finiscono per implodere. Però quanta sofferenza inflitta a un innocente! Non c'è nulla di più doloroso dell'ingiustizia perpetrata da coloro dai quali ci si aspetta, con fiducia, il massimo del rispetto dei diritti e delle correttezza.
***
Papa Francesco:
«Cosa dice la giurisprudenza mondiale? Che se una causa è aperta c’è la presunzione d’innocenza. Forse non è innocente, ma c’è la presunzione. Una volta ho parlato di un caso in Spagna di condanna mediatica che ha rovinato la vita di alcuni sacerdoti che poi sono stati riconosciuti innocenti. Prima di condannare dal punto di vista mediatico, meglio pensarci due volte.»
«Quando si alleano i grandi poteri per auto-conservarsi, il giusto paga per tutti.»
«Il lawfare inizia attraverso i mass media, che denigrano [l'obiettivo] e insinuano il sospetto di un reato. Si creano indagini enormi e per condannare basta il volume di queste indagini, anche se non si trova il reato.»
«Non abbiate paura delle condanne, non preoccupatevi: prima o poi le critiche e le accuse false cadono e i valori superficiali che le sostengono si rivelano per quello che sono, illusioni. (...) Non abbiate paura delle condanne del mondo.»
Papa Leone XIV:
«A volte, annunciare che la speranza non delude significa andare controcorrente, persino contro l’evidenza di situazioni dolorose che sembrano senza via d’uscita. Ma è proprio in quei momenti che può meglio manifestarsi come il nostro credere e il nostro sperare non vengano da noi, ma da Dio.»
«Ci sono momenti in cui raggiungere la verità è doloroso, ma necessario.»
«Ci sono situazioni nelle quali, per rimanere umani, dobbiamo abbandonare le esitazioni e prendere posizione. Ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere neutrali e non basta ritenere di “non essere complici”.»»
«Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti.»
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«Malgrado le apparenze, che ingannano, in realtà, per ciascun figlio di donna l'esistenza è una via crucis: buon per lui se trova un cireneo che lo aiuti a portar la sua croce. Ma fortunato il cireneo, che, aiutando il fratello, aiuta in realtà Cristo.» I.G.
D.C.T., Francesca Chaouqui e tutte le cose che la Procura di Roma preferisce non approfondire, in «Silere non possum», 23 ottobre 2026. «Per comprendere perché questa richiesta rappresenti l’ennesimo esempio di una giustizia superficiale, capace di mostrare sorprendente solerzia quando entrano in gioco determinati interessi e altrettanta disattenzione quando sarebbe necessario approfondire fatti e responsabilità, occorre aver seguito da vicino il processo Sloane Avenue, una vicenda che, peraltro, tra queste mura è tutt’altro che conclusa. Per rendersi conto di quanto poco i magistrati italiani sembrino aver approfondito le carte, basta mettere a confronto ciò che scrivono i pubblici ministeri con gli atti di quel procedimento, le conversazioni intercorse tra i protagonisti della vicenda e il Promotore di Giustizia vaticano, Alessandro Diddi, e soprattutto l’esposto che fu lo stesso monsignor Alberto Perlasca a consegnare alla Gendarmeria vaticana il 1° marzo 2022. È proprio dal confronto tra questi documenti che emergono interrogativi ai quali la richiesta di archiviazione, anziché fornire risposte convincenti, sembra sottrarsi. E sono interrogativi che un ufficio giudiziario chiamato ad accertare i fatti avrebbe avuto il dovere di affrontare con ben altra attenzione. (...) Secondo i querelanti, l’ex componente della commissione Cosea, già condannata in Vaticano per reati di estrema gravità, avrebbe orientato la testimonianza di Perlasca, all’epoca capo dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, prima indagato e poi archiviato nonostante le sue responsabilità. Lo ha fatto con pressioni e offerte di protezione, arrivando a farsi credere un «anziano magistrato» che collaborava con Diddi, e ha diretto la cena del settembre 2020 al ristorante Lo Scarpone, dove Perlasca doveva indurre Becciu a parlare. Il canale era Genoveffa Ciferri, amica della famiglia Perlasca. Dal 26 novembre 2022, all’indomani di una deposizione in cui Perlasca non era riuscito a spiegare chi gli avesse suggerito i temi del suo memoriale, Ciferri mandò a Diddi 126 messaggi WhatsApp. Il Promotore ne mise a disposizione del Tribunale e delle difese soltanto otto: tutti gli altri restarono coperti da illegali ed inspiegabili omissis. (...) Il cuore della richiesta è una frase che Perlasca ha pronunciato davanti ai pm romani: «Escludo nel modo più categorico qualsivoglia influenza della Chaouqui sulle dichiarazioni da me rese». La Procura la prende per buona senza confrontarla con quello che lo stesso Perlasca ha detto, sotto giuramento, nell’aula del Tribunale vaticano. Il 25 novembre 2022 l’avvocato Fabio Viglione, difensore di Becciu, gli chiese chi avesse scritto le ventuno domande che scandiscono il memoriale consegnato il 31 agosto 2020. «Io non ho concordato i temi con nessuno», ha risposto Perlasca. Con la Ciferri ne aveva parlato? «No, ero chiuso [...] in camera mia, ero lì con me stesso». Alla domanda se lo avesse portato agli inquirenti come «farina del suo sacco integrale», ha detto: «Certo». Diddi, dal suo banco e con la sua sicumera, aggiunse: «Neanche gliel’abbiamo chiesto». Cinque giorni dopo, il 30 novembre, il Promotore depositò le chat. Pignatone chiese a Perlasca se adesso fosse in grado di dire chi avesse indicato quei temi. «I temi sono stati formulati dalla Dottoressa Ciferri», ha detto Perlasca, che li aveva ricevuti da un interlocutore presentato come «un anziano magistrato che si era reso disponibile per aiutarmi». Il 1° dicembre è sceso nei dettagli: le domande gliele mandò l’anziano magistrato «attraverso la dottoressa Ciferri, lei li mandò alla dottoressa Ciferri e la dottoressa Ciferri li mandò a me», dettandole per telefono. (...) Nei messaggi a Diddi la versione di Ciferri è netta: Chaouqui le propose «di far credere a Perlasca che avevo contatti con un magistrato consulente che collaborava alle indagini, mi faceva puntuali domande che credevo venissero da Lei e che giravo a Perlasca». E ancora: «I suggerimenti di quel memoriale [...] sono stati suggeriti dalla Sig.ra Chaouqui a me, come provenienti da Lei. Tanto è accaduto». Diddi ne trasse le conseguenze in aula la mattina del 1° dicembre. «Monsignor Perlasca ha ricevuto un’imbeccata per redigere quel memoriale», ha detto, e «le chat spiegano chiaramente che alla Ciferri le domande sono arrivate dalla Chaouquì». Aggiunse che a suo giudizio potevano esserci «degli estremi per procedere per falsa testimonianza nei confronti di Monsignor Perlasca», reticente «sulle persone che lo avessero in qualche modo instradato». Diddi, però, non ha mai indagato Perlasca per falsa testimonianza. E, soprattutto, non aveva alcun interesse a farlo. Eppure, dagli atti e dalle testimonianze emerse nel corso del processo Sloane Avenue, il ruolo di Perlasca nelle vicende della Segreteria di Stato appare tutt’altro che marginale. Anzi, sono proprio le sue condotte a sollevare alcuni degli interrogativi più gravi sulle responsabilità di quanto accaduto. Il Promotore di Giustizia, tuttavia, ha scelto di riservargli un trattamento ben diverso da quello adottato nei confronti degli altri imputati, finendo di fatto per risparmiargli il banco degli accusati. Una scelta che ricorda da vicino il trattamento riservato ai collaboratori di giustizia, con una differenza sostanziale: le responsabilità di Perlasca, anziché essere accertate fino in fondo, sono rimaste sullo sfondo. La Procura di Roma, dunque, attribuisce valore decisivo alla smentita resa nel 2025 da un testimone che, proprio sugli stessi fatti, aveva già fornito sotto giuramento versioni tra loro contraddittorie e che la stessa accusa vaticana aveva ritenuto esposto al rischio di un procedimento per falsa testimonianza. Di questa circostanza, nelle appena quattro pagine firmate dai pubblici ministeri romani, non si trova una sola parola. Nessun confronto con le precedenti dichiarazioni, nessuna valutazione delle contraddizioni, nessuna spiegazione delle ragioni per cui l’ultima versione di Perlasca dovrebbe essere considerata più attendibile delle altre. (...) Perché è proprio questo il punto che la Procura avrebbe dovuto chiarire: non soltanto chi abbia materialmente pronunciato quelle risposte, ma chi abbia orientato le domande, suggerito gli argomenti e contribuito a costruire il percorso attraverso il quale Perlasca è arrivato a renderle. Francesca Immacolata Chaouqui ha costruito tutta la propria notorietà su millantamenti, relazioni influenti mai esistite e rapporti di potere inesistenti. (...) Che una persona arrivi a spacciarsi per magistrato e continui a vantare rapporti privilegiati con Papa Francesco, quando il Pontefice non voleva neppure riceverla, è già di per sé indicativo dei metodi utilizzati. (...) Perlasca non sapeva del rapporto tra Ciferri e Chaouqui ed era convinto che dietro ci fosse un magistrato. Se non sapeva chi lo stava muovendo, ha accolto un invito di cui ignorava la provenienza reale. Questo inganno è precisamente il condizionamento denunciato dai querelanti, e la Procura lo registra senza trarne nulla. In aula, il 1° dicembre, Perlasca ha ricostruito quella sera. Il tavolo lo aveva prenotato «il magistrato»: lui aveva chiesto se dovesse farlo e gli era stato risposto «prenotiamo noi». Il suo compito era «far parlare il Cardinale Becciu e poi riferire [...] all’anziano magistrato». Gli avevano suggerito di presentarsi depresso ma combattivo. Al momento del conto non si alzò dal tavolo: «a me era stato detto che ci sarebbe stata questa attività di intercettazione», e temeva che il cardinale potesse notare qualcosa. Pagò quaranta euro, «ho ancora nel cassetto lo scontrino». La mattina dopo dettò al telefonino una relazione che comincia così: «istruito dai magistrati ieri sera sabato 5 settembre del ’20». Ci si legge che si era mosso «nei limiti del ruolo che mi era stato suggerito dai magistrati» e che attendeva «istruzioni su come comportarmi». (...) L’idea che la Gendarmeria potesse sorvegliare la cena, aveva detto, «era un po’ una mia idea». Già il 23 novembre 2020 il commissario De Santis gli aveva chiarito, secondo il verbale letto in aula da Viglione, che non era stato fatto nulla: «noi in Italia non andiamo a fare alcun tipo di attività». Perlasca aveva replicato: «No, guardi, me l’ha detto lui». In realtà, la Gendarmeria vaticana compì quell’attività e lo fece in modo del tutto illegale, proprio come, nel corso degli anni, ha condotto numerose altre operazioni illegali. Basti pensare alle perquisizioni nella sede italiana a Roma di Vox Mundi oppure ai dossier che venivano consegnati a Papa Francesco dopo le udienze generali del mercoledì. Il Pontefice, terminata l’udienza, pranzava e, dopo pranzo, consultava quei dossier che la Gendarmeria preparava per lui su commissione. (...) A redigerli erano Stefano De Santis e altri gendarmi. Non si tratta di novità, ma di fatti ben noti anche al di là del Tevere. Eppure, a Roma continuano a tacere, perché, evidentemente, il silenzio fa comodo. Ciferri, nel messaggio delle 14.35 del 26 novembre 2022, scrive che l’incontro «fu completamente organizzato e pilotato» da Chaouqui, «passo dopo passo». Quando Perlasca voleva tirarsi indietro, scrive, Chaouqui le fece notare che tutto era già organizzato e che «l’operazione non è gratis». In un altro messaggio aggiunge che la proposta di mandare Perlasca allo Scarpone le arrivò «a Suo nome e a nome del prof. Milano», e che lui andò «convinto che fossero i magistrati a mandarlo». (...) A pagina tre la Procura riporta il contenuto dei primi messaggi di Chaouqui, che Perlasca stesso aveva definito «minatori» nell’esposto del 2022: era «nelle sue mani», solo lei poteva «salvarlo dal carcere certo», faceva «intendere di poter esercitare influenze sugli inquirenti». A pagina quattro conclude che, sulla base di quanto riferito da Perlasca, «deve escludersi la possibilità di sostenere condotte di minacce o offerte di denaro» volte a condizionarlo. La cronologia rende questa conclusione ancora più difficile da seguire. Il 12 maggio 2020, due settimane dopo il primo interrogatorio di Perlasca, Chaouqui gli scrive: «Io ti perdono Perlasca, ma ricordati, mi devi un favore. E il signore il sabato paga tutti. E non bloccarmi perché altrimenti mi senti dalle pagine dei giornali». Tra la metà di luglio e i primi di agosto, secondo la datazione di Perlasca, comincia il canale dell’anziano magistrato. Il 7 agosto arriva il messaggio sul salmo 22: «Puoi ancora salvarti dall’andare in Diocesi e forse anche dal Processo. E puoi farlo grazie a chi hai cercato di distruggere». (...) Il 18 agosto Perlasca scrive al Promotore chiedendo di essere ascoltato. Il 31 agosto si presenta senza avvocato, benché la convocazione del 20 agosto lo invitasse a farsi accompagnare dal legale di fiducia, e consegna il memoriale. L’articolo 377 bis del codice penale, nel quale la stessa Procura propone di riqualificare il fatto, punisce chi induce a rendere dichiarazioni mendaci o a non renderle con violenza, minaccia, oppure con l’offerta o la promessa di denaro «o di altra utilità». La prospettiva di evitare il processo rientra con buona evidenza in quella formula, e il messaggio del 7 agosto la offre in termini espliciti. Nella richiesta non compare. Non compaiono nemmeno i due messaggi che Chaouqui mandò a Perlasca la sera del 26 novembre 2022, quattro giorni prima che riprendesse la sua deposizione. Nel primo gli propone di «chiarire la situazione prima dell’interrogatorio del 30». Nel secondo scrive: «Il mio interesse e penso quello comune è che il mio supporto non emerga processualmente perché sarebbe difficile da spiegare sopratutto nelle conseguenze che ha avuto». La norma che i pm richiamano parla anche di chi induce «a non rendere dichiarazioni». (...) Per escludere i messaggi dal perimetro italiano la Procura scrive che, «ove» fossero stati ricevuti in Città del Vaticano, non si potrebbe nemmeno ipotizzare un reato commesso in Italia. È un condizionale, e la richiesta non dice se il luogo di ricezione sia stato verificato. Soprattutto, guarda soltanto al punto d’arrivo. Le domande del memoriale passavano da Chaouqui a Ciferri, che vive a Greccio, in provincia di Rieti, e da Ciferri arrivavano per telefono a Perlasca. Ciferri telefonò a Diddi sull’utenza del suo studio romano. L’articolo 6 del codice penale considera commesso in Italia il reato quando l’azione vi è avvenuta «in tutto o in parte». Lo stesso documento, del resto, colloca la consegna dei 15.000 euro «a Roma, nel territorio dello Stato Vaticano», due luoghi che si escludono a vicenda, e poi qualifica quel passaggio di denaro come truffa secondo il codice italiano. Ma ormai è cosa nota, e Diddi in questi anni ci ha ampiamente abituati a simili situazioni: c’è chi sembra ignorare persino l’esistenza del codice di procedura penale, per non parlare dei confini territoriali e della sovranità di questo Stato. Un problema che, evidentemente, accomuna Via della Scrofa e Piazzale Clodio. Chi ancora si stupisce di fronte a tutto questo dimostra soltanto una disarmante ingenuità. (...) Sull’ipotesi di rivelazione di segreti la Procura scrive che non emergono pubblici ufficiali indotti da Chaouqui a passarle notizie riservate. Poche righe prima riporta però che, secondo Ciferri, Chaouqui era «in contatto diretto con gli investigatori e persino in grado di conoscere in tempo reale gli spostamenti di Perlasca». (...) Diddi aveva messo per iscritto il problema già il 4 febbraio 2021, in una relazione di servizio a mano. Ciferri gli aveva telefonato per dirgli che Chaouqui «si presenterebbe a mio nome per informarsi delle indagini svolte sul conto di mons. Perlasca e perfino di mie riunioni e miei movimenti». Il 1° dicembre 2022 ha spiegato in aula di aver aperto un fascicolo, il 50/22, perché «se qualcuno addirittura ha pensato di poter dare informazioni che riguardano atti coperti da segreto è chiaro che devo fare delle indagini». Quel fascicolo, però, è soltanto uno dei tanti di cui Alessandro Diddi annuncia l’esistenza e dei quali, puntualmente, non si sente più parlare. Sono i suoi ormai celebri fascicoli mediatici, quelli che gli consentono di conquistare qualche spazio nelle ultime pagine dei giornali e, all’occorrenza, di arrampicarsi sugli specchi. Fascicoli vuoti, sia chiaro, che vengono aperti, lasciati nei cassetti e abbandonati al loro destino. Si annunciano indagini, si lascia intendere che siano in corso accertamenti e poi cala il silenzio. I pubblici ministeri romani, dal canto loro, non hanno neppure pensato di chiedere alle autorità vaticane una copia di quel fascicolo. Figuriamoci. Alla fine, i magistrati della Procura di Roma concludono che non è emerso nulla. Certo: se non si indaga, è piuttosto difficile che emerga qualcosa. (...) l’esposto del 1° marzo 2022 che la Procura usa per mostrare la distanza tra Perlasca e Chaouqui fu scritto quando Perlasca conosceva già il ruolo di lei. In quell’esposto, del resto, Perlasca non afferma di averla ignorata: scrive che ai messaggi ricevuti quel giorno «rispondevo, per pura cortesia». Il 25 novembre 2022, in aula, sosteneva invece che Chaouqui avesse «cercato di agganciarmi» e che lui non avesse «assolutamente» abboccato, parlando di un unico messaggio. Il 1° dicembre i messaggi sono diventati «una decina, una quindicina». C’è anche un dettaglio che la richiesta non considera. Il 25 novembre Viglione ha ricordato in aula che Chaouqui, quando si presentò spontaneamente agli inquirenti vaticani nell’ottobre 2019, era assistita dall’avvocato Sammarco, lo stesso che avrebbe poi difeso Perlasca. Ciferri, nei messaggi a Diddi, scrive che Chaouqui le disse che la scelta di quel legale gliel’aveva suggerita il Promotore di Giustizia, proprio Alessandro Diddi. (...) Resta il denaro. Ciferri ha raccontato ai pm di aver fatto avere a Chaouqui, tramite un amico, 15.000 euro in cambio di notizie sulle indagini che potessero giovare a Perlasca, una somma che sarebbe stata data «a titolo di prestito» e mai restituita. La Procura qualifica il fatto come truffa, procedibile a querela della persona offesa, e osserva che la querela manca. (...) Sulla procedibilità, poi, il codice prevede che la truffa si persegua d’ufficio quando ricorre una delle aggravanti del secondo comma dell’articolo 640, tra cui l’aver approfittato di circostanze di minorata difesa. Ciferri, nel 2022, si descriveva come «una donna anziana di 73 anni». La richiesta non spiega perché quelle aggravanti siano state escluse. Rimane, infine, una domanda molto semplice: chi ha inventato la figura dell’anziano magistrato? Ciferri sostiene di averlo fatto su proposta di Chaouqui. Quest’ultima, invece, in un messaggio inviato a Perlasca il 26 novembre 2022, attribuisce proprio a Ciferri l’invenzione di quella figura, spiegando che «per non dirle la verità le ha detto che io ero un magistrato in pensione». Due versioni opposte, fornite da due donne che hanno fatto del millantare rapporti e qualifiche inesistenti una pratica ricorrente. (...) Ma c’è un particolare ancora più significativo: il magistrato immaginario, la figura attorno alla quale ruota l’intera vicenda, scompare dalla motivazione della richiesta di archiviazione. Non viene mai nominato. Una figura inventata per accreditare un’autorità inesistente, che avrebbe dovuto costituire uno degli elementi centrali degli accertamenti, finisce così per non trovare neppure spazio nelle valutazioni dei pubblici ministeri romani. (...) La richiesta di archiviazione, però, non chiude il procedimento. La decisione spetta al giudice per le indagini preliminari e Becciu, Crasso, Tirabassi e Mincione, in qualità di persone offese, possono presentare opposizione, indicando gli accertamenti che la Procura ha omesso di compiere: l’acquisizione di ulteriori atti come il fascicolo vaticano 50/22; l’identificazione di chi materialmente consegnò il denaro o l'accertamento del luogo in cui Perlasca riceveva i messaggi. (...) C’è poi un messaggio che, più di altri, restituisce la gravità di questa vicenda. Alla vigilia della ripresa della deposizione di Perlasca, Chaouqui gli chiese espressamente che il suo «supporto» non emergesse durante il processo. Il messaggio si concludeva con queste parole: «sarebbe difficile da spiegare sopratutto nelle conseguenze che ha avuto». Una frase che avrebbe meritato ben più di qualche domanda. Chi aveva fornito quel supporto? In che cosa consisteva? Quali conseguenze aveva prodotto? E perché era così importante che non se ne parlasse davanti ai giudici? (...) Intanto Francesca Immacolata Chaouqui, nonostante tutto ciò che ha già fatto ai danni di Papa Francesco e di numerose altre persone, continua a muoversi indisturbata, a vantare relazioni inesistenti, a occupare spazi e a presentarsi come una figura influente. E ogni volta che una vicenda giudiziaria la riguarda, sembra esserci qualcuno disposto a voltarsi dall’altra parte. Del resto, l’Italia continua a dimostrarsi il Paese ideale per personaggi di questo calibro. Un Paese nel quale si possono accumulare millantamenti, contraddizioni e vicende giudiziarie senza che tutto questo impedisca di continuare a girovagare per giornali e studi televisivi. Gli esempi sarebbero veramente tanti. A questo punto, più che sorprendersi per l’ennesima richiesta di archiviazione, bisognerebbe chiedersi quante altre cose debbano ancora accadere prima che qualcuno decida finalmente di fare il proprio lavoro fino in fondo.» Articolo molto chiaro e importante, ben informato: da leggere.

Papa Leone XIV, che se ne intende, ha appena esortato a perseguire «la vera giustizia, mai separata nella Chiesa dalla verità e dalla misericordia». È un obiettivo ancora molto lontano in Vaticano, almeno per quanto riguarda l'obiettivo della verità. Della misericordia non parliamone neppure!
Leone XIV esce in piazza sotto la pioggia, il tumore localizzato e non serve altra terapia, catechesi sul matrimonio senza citare «Amoris laetitia», il giudizio del preseminario, il caso Becciu in Italia, Parolin ha detto «rimodulerà», non «rimodellato», in «Infovaticana», 22 ottobre 2026. «L’archiviazione di Chaouqui è italiana, ed è solo una richiesta. Conviene fissare la giurisdizione prima di tutto, perché qui si confondono quotidianamente due tribunali. La richiesta di archiviazione la formula la Procura di Roma, procura italiana ordinaria, non il Promotore di Giustizia vaticano. Ed è una richiesta: «sarà il giudice competente a pronunciarsi», sarà il giudice competente a pronunciarsi. Il motivo che dà la procura è doppio e tecnico: che non si evincono condotte di terzi funzionari pubblici istigati da Francesca Immacolata Chaouqui, e che il tratto ricondotto a truffa è «procedibile a querela di parte che nel caso è mancante», perseguibile a querela di parte, che in questo caso manca. Il procedimento italiano si è aperto a partire da una denuncia di Becciu, Enrico Crasso e Fabrizio Tirabassi nel luglio 2025. E questo è ciò che non bisogna perdere: nel giugno 2025 il tribunale vaticano ha aperto a Chaouqui un fascicolo proprio per traffico di influenze, falsa testimonianza e corruzione, e non risulta che sia stato chiuso. Un’archiviazione a Roma non tocca quel fascicolo. Chi titola «Chaouqui, archiviata» sta fondendo due giurisdizioni e due cataloghi di reati. I «fatti sconcertanti» che non si dicono. I sei avvocati del cardinale Becciu, Massimo Bassi, Gian Domenico Caiazza, Cataldo Intrieri, Luigi Panella, Fabio Viglione e Andrea Zappalà, hanno risposto con una nota stampa, non con un atto processuale: «dagli atti di indagine depositati dalla Procura di Roma abbiamo appreso nuovi fatti sconcertanti», che saranno oggetto di ulteriori iniziative giudiziarie. Non dicono in cosa consistano. Annunciano che esistono. E l’opposizione all’archiviazione nemmeno è stata presentata: dicono di stare valutando di proporla, «che pure stiamo valutando di proporre», e inoltre sostengono che la Repubblica italiana è priva di giurisdizione penale nella vicenda. Per cui ciò che è pubblicabile è esattamente questo: un annuncio senza contenuto, in nota stampa, e un ricorso che ancora non esiste. E lo stato reale del caso Becciu, che non è quello che si ripete. Si continua a scrivere che Becciu è condannato in primo grado dal dicembre 2023. Serve una correzione di fondo. Il 17 marzo di quest'anno la Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano, presieduta da monsignor Arellano Cedillo, ha decretato la nullità relativa del primo grado e ha ordinato il rinnovo del dibattimento davanti a sé stessa, per un vizio nel decreto di citazione: gli atti d’indagine erano stati depositati in forma incompleta, con documenti parzialmente oscurati.»
Franca Giansoldati, Caso Becciu, i legali contor l'archiviazione di Chaouqui: «Dagli atti emergono fatti sconcertanti», in «Il Messaggero», 21 ottobre 2026. ... «dagli atti depositati dai magistrati italiani sarebbero emersi nuovi elementi destinati ad alimentare ulteriori iniziative giudiziarie. Al centro della vicenda ci sono le dichiarazioni di Genoveffa Ciferri, amica di famiglia di monsignor Alberto Perlasca, il principale testimone dell'accusa nel processo sulla gestione dei fondi della Santa Sede, e i suoi rapporti con l'ex componente della commissione pontificia sulle finanze vaticane. «Dagli atti di indagine depositati dalla Procura di Roma abbiamo appreso nuovi fatti sconcertanti, i quali saranno oggetto di ulteriori iniziative giudiziarie», affermano in una nota gli avvocati Massimo Bassi, Gian Domenico Caiazza, Cataldo Intrieri, Luigi Panella, Fabio Viglione e Andrea Zappalà, intervenendo sulla notizia, riportata dal Domani, della richiesta di archiviazione del procedimento nei confronti di Chaouqui. I legali stanno valutando anche la possibilità di opporsi alla richiesta dei pubblici ministeri, sottolineando che l'archiviazione sarebbe motivata da questioni procedurali e non da una valutazione di insussistenza dei fatti denunciati. (...) «L'archiviazione delle accuse per motivi procedurali non cambia la gravità delle risultanze emerse. Come hanno confermato i testi Ciferri e Perlasca, Chaouqui è intervenuta nelle indagini di cui anticipava gli sviluppi: guardiamo con estrema fiducia alle prossime udienze», aggiungono gli avvocati Cataldo Intrieri e Massimo Bassi. A rendere particolarmente delicata la vicenda sono le dichiarazioni rese alla Procura di Roma da Genoveffa Ciferri, oggi pensionata, con un passato come consulente esterna del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), dove si è occupata di analisi strategiche e geopolitica internazionale, e precedentemente in servizio presso il Sisde tra il 1983 e il 1985. Ciferri ha spiegato di essere venuta a conoscenza, attraverso la stampa, dell'esposto presentato dal cardinale Becciu per accertare una presunta collaborazione di Chaouqui con gli organi inquirenti vaticani, indicando in particolare il promotore di Giustizia, il promotore aggiunto Alessandro Didi e alcuni vertici della Gendarmeria. (...) Secondo il suo racconto, sarebbe stata la stessa Chaouqui a suggerirle di attribuire le domande e le informazioni a un'altra fonte, presentata come un magistrato in pensione che collaborava con gli investigatori vaticani. (...) Ciferri ha spiegato di essersi fidata perché Chaouqui dimostrava di conoscere particolari molto precisi delle indagini. «Era in grado di fornirmi delle informazioni molto dettagliate sulle indagini in corso, sull'attività istruttoria», ha riferito, precisando che le comunicazioni sarebbero documentate dalle conversazioni conservate sul suo telefono. La donna ha poi riconosciuto di essere stata manipolata: «Questo è palese dalla chat, perché mi poneva domande che io giravo a Perlasca e lui rispondeva». Soltanto dopo la sua testimonianza in tribunale avrebbe informato il monsignore del ruolo effettivamente svolto da Chaouqui. Un altro capitolo riguarda i rapporti economici tra le due donne. Ciferri ha dichiarato di avere consegnato a Chaouqui circa 15 mila euro in contanti, provenienti dai propri risparmi, attraverso l'intermediazione dell'amico Paolo Lancia, all'epoca sindaco di un Comune nei pressi di Greccio. Il denaro sarebbe stato recapitato nell'ufficio romano di Chaouqui, insieme ad alcuni gioielli, tra cui un cammeo, un bracciale e una collana destinati a lei come regali natalizi. (...) Ma il punto più delicato riguarda la cena al ristorante romano Lo Scarpone, uno degli episodi già emersi nel dibattimento vaticano e sul quale le nuove dichiarazioni potrebbero riaccendere l'attenzione. Secondo Ciferri, sarebbe stata Chaouqui a organizzare l'incontro, assicurando che gli organi inquirenti vaticani ne fossero informati e sostenendo che persino il Papa ne fosse a conoscenza. Perlasca, inizialmente contrario a partecipare, avrebbe ricevuto attraverso Ciferri indicazioni che Chaouqui presentava come provenienti dagli investigatori e dallo stesso Pontefice. «Io sono convinta che non sia stata frutto della iniziativa della sola Chaouqui», ha dichiarato Ciferri, esprimendo così il sospetto che dietro quell'operazione potessero esserci altri soggetti. Una convinzione personale che, naturalmente, non equivale alla prova di un coinvolgimento effettivo degli organi giudiziari vaticani. La testimone ha inoltre riferito che Perlasca aveva informato per iscritto il Papa della propria partecipazione alla cena e che, su richiesta di Chaouqui, avrebbe successivamente redatto una relazione destinata prima al Pontefice e poi alla stessa Chaouqui, alla quale veniva attribuita una presunta funzione di magistrato. Ciferri ha infine spiegato di avere attribuito credibilità a Chaouqui anche per i suoi rapporti con ambienti vaticani. In particolare, ha riferito che la donna abitava in un appartamento appartenente all'Apsa, l'organismo che amministra il patrimonio immobiliare della Santa Sede, e che durante il periodo delle indagini avrebbe trasportato nella propria abitazione arredi d'epoca provenienti da un magazzino di dismissione vaticano. Anche queste circostanze restano dichiarazioni della testimone e richiedono riscontri autonomi. L'intera vicenda si inserisce in una fase particolarmente delicata del procedimento finanziario della Santa Sede. Dopo le condanne pronunciate in primo grado, il processo è ora all'esame della Corte d'appello vaticana, con la ripresa delle udienze prevista per la fine di ottobre. Il nodo non riguarda soltanto l'eventuale responsabilità penale di Chaouqui, sulla quale la magistratura italiana ha chiesto l'archiviazione per ragioni procedurali. Riguarda soprattutto la possibilità che, durante la fase investigativa, le dichiarazioni di un testimone centrale siano state condizionate attraverso canali informali, pressioni o informazioni provenienti dall'esterno. Per la giustizia vaticana, già sottoposta a un severo scrutinio per le modalità con cui è stato condotto il maxiprocesso, si apre così un nuovo fronte: quello della trasparenza delle indagini e delle garanzie riconosciute agli imputati. Una questione destinata a pesare anche sul pontificato di Leone XIV, chiamato a misurarsi con l'eredità giudiziaria di uno dei procedimenti più controversi degli ultimi anni.» Anche in spagnolo. E in francese. E in tedesco. E in inglese.
Gaetano Mineo, Scarpinato asfaltato da De Luca: «Regia preventiva con Natoli», in «Il Tempo», 21 ottobre 2026. E i contorni inquietanti sulla Procura palermitana dell’epoca, richiamati da De Luca: la «movimentazione immobiliare, 24 immobili acquisiti dalla famiglia Pignatone» e l’ammissione dello stesso Pignatone su una somma «pagata in nero» al boss di Passo di Rigano. Fatti definiti dalla Procura «più che idonei per diffondere in Cosa Nostra la valutazione che certi magistrati erano avvicinabili», contribuendo a isolare e sovraesporre mortalmente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Gabriele D'Angelo, Mafia-appalti, le ombre su Lo Forte e Pignatone (sul ruolo opaco di Giuseppe Pignatone), in «Filorosso», Rai3, 20 ottobre 2026. «Per essere credibile bisogna essere ammazzato, in questo paese?» (Giovanni Falcone). La storia non archivia, e anzi continua a indagare. Su Giuseppe Pignatone, il giudice vaticano ricattabile che ha condannato un uomo innocente.
Giulia Sorrentino, Antimafia, il procuratore De Luca contro Scarpinato e Anm: "Al gip attacchi di una virulenza mai vista in passato", in «Il Giornale», 20 ottobre 2026. Ancora sul giudice vaticano – ricattabile – Giuseppe Pignatone: «“Ricordiamo che il Gip Santi Bologna nei suoi atti ha anche ricordato gli acquisti immobiliari da personaggi appartenenti al mondo mafioso da parte di Giuseppe Pignatone e di tutti i suoi familiari. Chiediamo a Pignatone di spiegare pubblicamente perché abbia in parte pagato in nero quegli acquisti, confessandosi davanti alla magistratura evasore fiscale. L’audizione odierna di De Luca ribadisce l’importanza dell’inchiesta mafia-appalti, fondamentale concausa delle stragi che hanno sterminato Falcone , Borsellino e le loro scorte. E ci interroghiamo sui livelli e le quantità di collusioni che ci sono state nella Procura di Palermo nel corso dei decenni. La relazione che dovremmo approvare in Antimafia dovrà essere implacabile ed affermare le verità che stanno emergendo da queste audizioni”, ha concluso.»
Paolo Borsellino, un uomo solo _ Il documentario sul dossier mafia-appalti, in «Visione TV», 18 ottobre 2026. Ottimo documentario su mafia-appalti e sul ruolo del giudice vaticano Giuseppe Pignatone.
Il cardinale Angelo Becciu incontra il clero turritano, in «Voce del Logudoro», 18 ottobre 2026. Il card. Becciu, crocifisso da innocente in un brutale complotto ordito dentro e fuori il Vaticano, continua a seguire la propria vocazione: vive da cristiano e fa il prete.
Tommaso Cerno, Il santo e il mostro, in «2 di picche», Rai2, 12 ottobre 2026. Hanno mostrificato un uomo innocente. E ci sono riusciti. Eppure lui continua a essere completamente innocente: crocifisso da innocente. Non "il santo e il mostro", ma "il santo e il martire, o... e il santo martire"?
Antonio Pagliano, Dossier mafia appalti. L'ordinanza che riscrive la storia dell'antimafia palermitana, in «Il Sussidiario», 11 ottobre 2026. Ancora sulla distanza siderale che divide Falcone e Borsellino dal loro collega Giuseppe Pignatone, magistrato ricattabile scelto come giudice in Vaticano... per condannare un uomo innocente! «Per carità, questa distanza era stata già espressa con forza dallo stesso Borsellino a poche settimane dalla strage di Capaci nel famoso intervento alla biblioteca comunale di Palermo; ma leggere in termini così espliciti del divario tra il modo con cui Cosa nostra percepiva l’operato degli altri magistrati, fra cui l’ex procuratore Giammanco ma anche il magistrato a lui più vicino e cioè Giuseppe Pignatone, rispetto all’atteggiamento rigoroso avuto nei confronti di detto ambiente prima da parte di Falcone e successivamente di Borsellino, fa francamente rabbrividire. Ancor di più se ciò viene condito dalla sottolineatura delle gravi bugie di numerosi ex colleghi che hanno negli anni raccontato diverse false circostanze, tanto da spingere il Gip a scrivere di “contributi dichiarativi del tutto mendaci”. L’ordinanza cita poi ad esempio la vicenda Gladio, ricordando come Falcone ritenesse utile, per non dire importantissimo, aprire un’approfondita indagine per le possibili interessenze su alcune delicatissime indagini in corso, mentre il procuratore capo Giammanco cercò in tutti i modi di mettergli i bastoni fra le ruote, e quando non riuscì a evitare che si procedesse all’acquisizione di atti, gli affiancò Pignatone, circostanza che spinse Falcone a confidare al cognato come fosse convinto che il giovane collega avesse il compito di marcarlo e controllarlo. L’ordinanza arriva così a bollare come infondate le affermazioni di Pignatone sentito a verbale nell’ambito di questa inchiesta. Del procuratore Giammanco era ben nota una certa ambiguità, ma Pignatone ha rappresentato a lungo un simbolo dell’antimafia, diventando il procuratore capo di Roma e assumendo ruoli di prestigio anche dopo il suo pensionamento. (!!!! ...) Insomma, nelle 644 pagine con le quali il giudice di Caltanissetta Santi Bologna cristallizza la storia del dossier mafia-appalti, parlando di gestione scellerata da parte di tutti i pubblici ministeri coinvolti e con Borsellino “volutamente” tenuto all’oscuro dell’archiviazione, si riscrive una parte importante della storia italiana della lotta alla mafia, da cui escono a pezzi tutti i protagonisti che ruotavano intorno ai due magistrati uccisi e che a vario titolo hanno cercato di raccoglierne l’eredità. Da questo procedimento, giova chiarirlo, non nasce alcuna accusa penale. Il Gip lo scrive con chiarezza, specificando tuttavia che le anomalie riferibili a Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato “non sempre riescono a collocarsi ‘solamente’ nell’alveo di comportamenti negligenti o imperiti”, aggiungendo una chiosa assai illuminante: “le uniche audizioni davvero attendibili” sono quelle del luglio 1992 perché le uniche a non risultare ancora contaminate “dal tossico diffondersi, negli anni successivi, anche tra magistrati, di tesi precostituite”. Il punto critico, anzi, il punto doloroso è come tali magistrati vengano, seppure con sfumature diverse, adontati come qualcosa di simile ai responsabili morali delle stragi, aprendo pertanto a una sorta di revisionismo della storia dell’antimafia palermitana che certo spetterà all’analisi storica verificare, ma che nell’immediato fa calare una tetra nebbia sui protagonisti di quegli anni. Qui non ci sono colpevoli forse innocenti da assolvere a distanza di vent’anni, ma piuttosto presunti simboli che a distanza di vent’anni vengono palesati come figure assai modeste a fronte dei veri eroi che in vita erano osteggiati quando non vessati dall’ambiente a cui appartenevano.»
MDM, Ranucci, la lezione del Tribunale: nessuno è indispensabile. Neppure chi pensa di esserlo, in «Voce Pinerolese», 11 ottobre 2026. Vale per il megalomane Ranucci, che può passare il testimone a Report, come per il megalomane Scarpinato, che può passare il testimone nella Commissione Antimafia. Senza nemmeno parlare dei gravi errori di cui si sono resi colpevoli. «Possiamo avere talento, intuizione, coraggio e capacità fuori dal comune. Possiamo costruire realtà importanti e conquistare la fiducia di migliaia o milioni di persone. Ma possiamo anche sbagliare, irrigidirci sulle nostre posizioni, perdere la capacità di ascoltare chi lavora al nostro fianco. Non esistono Superman. E soprattutto non esistono professionisti ai quali il successo conferisca un diritto all’insostituibilità. Questo non significa negare i meriti di Ranucci, né dimenticare le intimidazioni e il gravissimo attentato di cui è stato vittima. Significa semplicemente riconoscere che il rispetto dovuto alla persona e al suo percorso professionale non impedisce di esaminarne criticamente le scelte. Anzi, quanto maggiore è la notorietà di un personaggio pubblico, tanto più dovrebbe essere naturale accettare il confronto, il dissenso e persino l’eventualità di essere sostituiti. Forse il vero problema nasce quando il consenso del pubblico finisce per essere percepito come una forma di investitura permanente. (...) E allora, senza processi alle intenzioni e senza celebrare prematuramente vincitori o vinti, forse sarebbe opportuno recuperare una virtù sempre più rara: l’umiltà di riconoscere che il mondo continua a girare anche quando non siamo più noi a guidarlo. Ranucci ha avuto un ruolo importante nella storia di Report. Questo nessuno glielo toglie. Ma il passato, per quanto prestigioso, non può diventare una garanzia perpetua sul futuro. Tutti possono essere utili. Molti possono essere importanti. Nessuno è indispensabile. Quanto al futuro di Report, non resta che osservare il lavoro della nuova squadra, senza pregiudizi e senza dare per scontato che il cambiamento equivalga necessariamente a un peggioramento.» Sperando anzi in un miglioramento, viste le calunnie diffuse da Report contro un uomo innocente.
Nico Spuntoni, Carlo Acutis, il santo più amato e il ruolo (decisivo) di Becciu, in «Il Giornale», 9 ottobre 2026. Anche in pdf. «... pochi sanno che se oggi il cattolicesimo può contare su questo primo santo millennial con le sneaker ai piedi lo deve all'uomo di Chiesa più bistrattato della storia recente (...). A Becciu spettò il compito più delicato della causa: la valutazione del caso miracoloso presentato per la beatificazione. (...) Francesco, inoltre, stabilì che il rito della beatificazione si svolgesse il 20 giugno 2020 ad Assisi e che fosse presieduto da Becciu come suo rappresentante. Dopo il rinvio per lo scoppio della pandemia, tutto era pronto per la cerimonia fissata il 10 ottobre ma proprio pochi giorni prima, il 24 settembre, Bergoglio decise di rimuovere Becciu dal ruolo di prefetto prima ancora che fosse indagato. Ne seguì la mostrificazione mediatica del cardinale, assurto a simbolo di una Chiesa corrotta e maneggiona. (...) Paradossalmente, senza questo cardinale a cui è stata attribuita ogni tipo di porcheria – e che nel frattempo è stato parzialmente riabilitato da una sentenza del tribunale vaticano che ha stabilito la nullità relativa della sua condanna – non avremmo il santo più popolare di quest'epoca. (...) E se Carlo Acutis è stato innalzato agli altari lo si deve anche a Becciu, il cardinale scaraventato nella polvere». Mario Becciu: «Quanto affermato da Spuntoni corrisponde al vero. Ne sono testimone diretto, soprattutto della sofferenza patita e offerta per il bene della Chiesa. Il fango scagliatoli addosso a valanghe ne ha ucciso la reputazione, ma non la fede incrollabile. Lo sorregge il sapersi innocente e perseguitato dalla malagiustizia dentro la Chiesa. Che San Carlo Acutis lo stia accompagnando con tenerezza in questo lunghissimo Calvario?»
Accostare le cantonate del celeberrimo "RIS di Parma" – "l'eccellenza italiana" – con le sue omissioni di materiale probatorio nel "caso Garlasco" alla (mala)giustizia vaticana con la montagna, anzi con le montagne, di materiale probatorio omissato, occultato e segretato nel "processo del secolo" – che in realtà è risultato fin dal primo momento un'oscena farsa surreale e grottesca –... suscita un riso amaro. O uno scandalo epocale che macchierà terribilmente la storia della Chiesa. La storia sara impietosa.
Lo storico inviato di Report Nerazzini dà del "Mafioso" a ranucci: "Megalomane e disperato", in «Il Foglio», 9 ottobre 2026. E così, tra i persecutori dell'innocente card. Becciu, ne emergono di tutti i colori. Dall'avvocato dei presunti mafiosi (Diddi), al giudice indagato per favoreggiamento alla mafia (Pignatone), al giornalista «mafioso», nonché diffusore di ignobili calunnie (Ranucci).
Luigi Bisignani, Bisignani: i ruggito di Papa Leone XIV. Dopo Gambetti, Pioppo?, in «Il Tempo», 9 ottobre 2026. «Poi c’è il capitolo di monsignor Perlasca, del qual Pioppo sarebbe stato consigliere spirituale mentre prendevano forma le accuse contro il cardinale Angelo Becciu. Accompagnamento religioso o anche suggerimenti sulle dichiarazioni? Con il processo d’appello a Becciu che si avvia alle ultime battute e la rimozione del cardinale Mauro Gambetti, preannunciata da Francesco Capozza su Il Tempo, l’impressione è che il Leone cominci a ruggire.» A proposito del testimone bugiardo premiato dalla e nella magistratura vaticana!
Vik van Brantegem, Caso Striano e processo Becciu: l'origine delle indagini e le vie per ristabilire la giustizia, in «Korazym», 6 ottobre 2026. «La domanda rimane aperta: chi cercava quelle informazioni, per quale ragione e a chi furono destinate? Una risposta fondata sugli atti riguarda tanto le persone coinvolte quanto la credibilità delle istituzioni chiamate ad amministrare la giustizia. (...) rimangono due interrogativi fondamentali: il primo riguarda l’origine del processo Becciu; il secondo il suo esito. L’origine del processo Becciu: quali soggetti, attraverso quali iniziative e canali informativi, hanno contribuito a determinare le decisioni assunte nei confronti del Cardinal Becciu? E chi ne risponde a ciascun livello? Vi furono iniziative autonome, una convergenza di interessi o un’azione coordinata riconducibile a uno o più mandanti? (...) Papa Leone XIV può ristabilire l’autorevolezza della giustizia vaticana garantendo che siano accertati anche gli eventuali errori commessi durante il pontificato del predecessore. Accertare un errore in una decisione di governo non significa mettere in discussione l’infallibilità dottrinale, né negare quanto di positivo sia stato compiuto. Riconoscerlo, se dimostrato, non richiederebbe di attribuire al predecessore intenzioni che non siano provate.»
Franca Giansoldati, Caso Striano: Tirabassi, Mincione, Torzi e Crasso parti civili. Il mistero degli accessi prima dell'inchiesta vaticana su Becciu, in «Il Messaggero», 6 ottobre 2026. ED ECCO CHE I NODI DEL COMPLOTTO VENGONO AL PETTINE! L'ho sempre chiesto: «Chi sono i mandanti di Striano e co. dentro il Vaticano?» (E mi viene in mente Alessandro Diddi che si precipita impanicato da Cantone a Perugia!) «Chi chiese a Pasquale Striano di cercare informazioni su alcuni dei protagonisti del futuro processo Becciu quando quell’inchiesta in Vaticano, almeno ufficialmente, ancora non esisteva? È l’interrogativo che torna ad affacciarsi nell’udienza preliminare sul cosiddetto dossieraggio e che apre un nuovo capitolo nei rapporti, ancora tutti da chiarire, tra l’attività dell’ex finanziere e il procedimento sull’immobile di Londra che ha portato, tra gli altri, alla condanna in primo grado del cardinale Angelo Becciu. Davanti al gup di Roma Paolo Scotto si costituiscono parti civili alcuni dei nomi che sarebbero stati oggetto degli accessi contestati a Striano e che successivamente sono diventati protagonisti del processo celebrato in Vaticano: il funzionario della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi, Raffaele Mincione, Gianluigi Torzi ed Enrico Crasso. Il nodo è soprattutto cronologico. Dagli atti emergerebbe infatti una serie di accessi alle banche dati effettuati da Striano nel 2019 su soggetti che soltanto in seguito sarebbero entrati nell’inchiesta vaticana. Tra loro, oltre a Tirabassi, Mincione, Torzi e Crasso, figura anche Cecilia Marogna. Accertamenti che, secondo le difese, risalgono a un periodo precedente alla denuncia dello IOR dalla quale prese formalmente avvio l’indagine che avrebbe portato alle perquisizioni negli uffici della Segreteria di Stato e, due anni più tardi, al processo. È questo scarto temporale ad alimentare il mistero. Per quale ragione e per conto di chi Striano cercava informazioni proprio su quelle persone? E soprattutto: qualcuno gli aveva indicato quei nomi? Finora l’ex luogotenente della Guardia di Finanza non ha fornito la risposta decisiva. Si è avvalso della facoltà di non rispondere e non ha quindi chiarito chi gli avrebbe eventualmente chiesto di effettuare quelle ricerche. Negli atti, secondo quanto già evidenziato dalle difese durante il processo d’appello vaticano, comparirebbero inoltre contatti tra Striano e uomini appartenenti alla Gendarmeria vaticana. Elementi che non dimostrano, da soli, l’esistenza di una regia d’Oltretevere, ma che rendono inevitabile la domanda sull’origine degli accertamenti. Perché se le ricerche riguardavano non soltanto persone poi finite sul banco degli imputati, ma anche figure collaterali alla stessa vicenda finanziaria, chi le avrebbe sollecitate doveva quantomeno possedere informazioni molto precise su un dossier che soltanto successivamente sarebbe esploso pubblicamente. Anche il promotore di giustizia vaticano Zannotti - durante una delle udienze d'appello - aveva ha affrontato il tema, prospettando — secondo quanto emerso nel dibattimento — la possibilità che quegli accertamenti potessero rientrare in una sorta di attività di intelligence. Un passaggio significativo perché, pur senza sciogliere il nodo sull’origine delle richieste, accrediterebbe l’esistenza di un terreno investigativo precedente o parallelo rispetto alla nascita formale del procedimento vaticano. (...) Se nel 2019 l’inchiesta vaticana sull’immobile di Londra non era ancora formalmente partita, perché Striano stava già cercando proprio quei nomi? E se qualcuno glieli indicò, chi era e che cosa sapeva? È probabilmente questo il vero punto di contatto tra il dossieraggio romano e il processo vaticano. Non la prova, almeno finora, di una regia comune, ma una cronologia che continua a chiedere una spiegazione.» Anche in francese. E in spagnolo. E in inglese. E in tedesco.
Chiara Colosimo, Caso Scarpinato: cosa succede in antimafia?, in «La casa di carta», Rai3. E Stefano Giordano, "Tu mi devi alzare la palla", l'attività "depistante" di Scarpinato con "l'utile idiota" e la lezione dimenticata di Falcone su "come si è`magistrati", in «Il Riformista», 6 ottobre 2026. «Quale fu il ruolo del giudice vaticano Giuseppe Pignatone nel «nido di vipere» denunciato da Paolo Borsellino? E perché il giudice vaticano Giuseppe Pignatone – ricattabile – ha poi condannato un uomo innocente senza un minimo di diritto alla difesa? «Giuseppe Pignatone è il «comune denominatore» di una mala gestio in crescendo, e per il Gip è certo che comprò casa pagandone «in nero» una parte e ottenendo uno sconto non marginale, da una società che il decreto descrive come assai mal frequentata. Falcone, racconta lo stesso decreto, rinunciò a comprare l’appartamento in cui viveva in affitto perché la società proprietaria era rappresentata dal semplice cognato di un costruttore che non era il caso di frequentare. Natoli, che firmò la smagnetizzazione delle bobine, rischia di passare per «l’utile idiota», parole sue che il giudice riprende. Né esce meglio Guido Lo Forte: anche lui, per il Gip, al Csm il 30 luglio 1992 «ha mentito», come Pignatone, nel ridurre a nulla ciò che Falcone sapeva di mafia-appalti; e anche lui, nel luglio del 1980, aveva comprato casa dalla stessa società. La sera stessa, poi, il medesimo giudice ha archiviato il fascicolo per favoreggiamento su Pignatone, Natoli e il generale Screpanti: reato prescritto, e per la calunnia di Natoli niente dolo. La prescrizione non è un’assoluzione, ma neppure una condanna: noi, che il garantismo lo pratichiamo anche con chi non lo ricambia, ci fermiamo qui.»
Ermes Antonucci, Affari immobiliari con mafiosi e anomalie giudiziarie: la caduta di Pignatone, in «Il Foglio», 6 ottobre 2026. A questo soggetto papa Francesco ha affidato l'amministrazione della giustizia in Vaticano! Un soggetto ricattabile che ha condannato un uomo innocente! «Per quanto l’attenzione dei quotidiani e della politica si sia concentrata sulle “attività depistanti” dell’ex pm Roberto Scarpinato in commissione parlamentare Antimafia, dall’ordinanza del giudice di Caltanissetta sulla vicenda mafia e appalti la figura che esce più macchiata è senza dubbio quella di Giuseppe Pignatone, figura storica della magistratura: toga per oltre 45 anni, in servizio alla procura di Palermo per oltre trent’anni e coordinatore dell’inchiesta che portò alla cattura di Provenzano, poi dirigente della procura di Reggio Calabria, infine capo della procura di Roma e coordinatore della celebre indagine “Mafia Capitale” (che mafia non era, come stabilito dalla Cassazione), in pensione dal 2019. Una carriera da paladino antimafia che rischia di essere spazzata via. Secondo il gip di Caltanissetta, infatti, Pignatone si sarebbe reso autore di una serie di anomalie sul piano processuale e anche di comportamenti altamente discutibili sul piano dell’opportunità. Il primo fronte riguarda l’incredibile vicenda che vede Pignatone aver acquistato diversi appartamenti da una società gestita da tre mafiosi, versando una parte delle somme in nero. Dalle indagini è emerso infatti che tra il 1980 e il 1983 la famiglia Pignatone acquistò 24 unità immobiliari da una società (la Immobiliare Raffaello) di cui erano azionisti tre soggetti già all’epoca considerati “in odore di mafia”, come Salvatore Buscemi, Francesco Bonura e Vincenzo Piazza. Dagli accertamenti è emerso che Pignatone acquistò gli immobili a un prezzo inferiore di un terzo a quello di mercato e ha ammesso che una parte delle somme venne pagata in nero. Ma le contestazioni non finiscono qui. Pignatone non si astenne dall’indagine che la procura di Palermo avviò sugli appalti della Sirap, società partecipata dall’Espi, all’epoca presieduto dal padre di Giuseppe Pignatone, Francesco. C’è poi la vicenda dei mancati omissis. Nel deposito al Riesame del rapporto Ros del 16 febbraio 1991, Pignatone e Guido Lo Forte lasciarono visibili i nomi e le informazioni riguardanti diversi indagati estranei alle misure cautelari. Una dimenticanza che, secondo il gip, contribuì a mettere in allarme gli interessati e a compromettere ulteriori sviluppi investigativi, anche sul filone Sirap. In un successivo procedimento, riguardante i rapporti Buscemi-Calcestruzzi-Ferruzzi, Pignatone interrogò due persone come indagati senza che fossero iscritti nel registro, chiese una misura cautelare contro una di loro prima della sua iscrizione e, mentre quella richiesta era pendente, presentò una richiesta di archiviazione per tutti gli indagati. Nello stesso fascicolo furono respinte le perquisizioni richieste dallo Sco nei confronti di società del gruppo Calcestruzzi, nonostante il gip avesse ritenuto necessari ulteriori approfondimenti. Nell’ambito del procedimento mafia e appalti, il giudice contesta a Pignatone di non aver disposto alcune perquisizioni che il materiale investigativo fornito dal Ros dei Carabinieri avrebbe consentito di effettuare. Tra i soggetti che, secondo il decreto, avrebbero potuto essere destinatari di tali perquisizioni viene indicato anche Antonino Buscemi. Per quanto riguarda la gestione complessiva del fascicolo mafia e appalti, il giudice giunge a parlare di “climax ascendente nella mala gestio”, aggiungendo che Pignatone ne è “il comune denominatore”. Parole che pesano come macigni sull’immagine di un magistrato che per decenni è stato considerato un simbolo della lotta alla mafia.» Anche in inglese.
Antonangelo Liori (Facebook, 5 ottobre 2026): «Le sentenze si rispettano: i pm indagati rifiutino la prescrizione. Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, magistrati accusati di aver favorito la mafia nella vicenda che portò poi alla morte di Falcone e Borsellino, sono stati archiviati perché il reato è prescritto. Il deputato della commissione antifamafia, il 5Stelle Roberto Scarpinato, è stato accusato dal gip di Caltanisetta Santi Bologna di aver depistato le indagini. Accuse più gravi di queste non possono esistere: tre magistrati hanno favorito i mafiosi che avrebbero dovuto indagare. Le istituzioni dello Stato sono state minate dalle fondamenta. Se i tre pensano di essere innocenti non possono e non devono contestare le accuse in tv ma restando dentro al processo: rinuncino alla prescrizione e vadano a dibattimento. L'anm ha accusato Berlusconi d'essersi salvato grazie alle prescrizioni. Cosa dicono i magistrati ora per i lro 3 illustri colleghi? Perché altrimenti, io mi chiedo, tutte le condanne operate da Giuseppe Pignatone, come quelle nei confronti del cardinal Becciu, andrebbero annullate perché emesse da un giudice che ha accettato la prescrizione per sfuggire all'accusa d'essere colluso con la mafia. Ogni sua azione è suscettibile di sospetto.» Se quei magistrati accusati di collusioni con la mafia – uno dei quali (ricattabile) ha condannato un innocente in Vaticano senza un briciolo di prova – si ritenessero innocenti, rinuncerebbero alla prescrizione e andrebbero in dibattimento.
G. Cavalleri, Mafia-appalti, l'archiviazione di Pignatone non cancella le domande: Falcone e Borsellino, una verità ancora da cercare, in «Faro di Roma», 4 ottobre 2026. «... archiviazione non significa accertamento dell’innocenza nel merito delle accuse, soprattutto quando, come nel caso del favoreggiamento aggravato contestato a Pignatone, Natoli e Screpanti, il reato risulta prescritto. Per Natoli, inoltre, il gip ha escluso il dolo relativamente all’accusa di calunnia. È una distinzione giuridica fondamentale, che impedisce di trasformare una vicenda giudiziaria complessa in una contrapposizione semplicistica tra colpevoli e innocenti. Ma c’è un altro elemento che rende particolarmente significativa la decisione di Caltanissetta. Il gip non ha cancellato il quadro storico nel quale maturarono le stragi. Al contrario, nel provvedimento viene sottolineato il “clima ostile ed emarginante” nel quale Falcone e Borsellino si trovarono a operare all’interno della Procura di Palermo tra il 1990 e il 1992, insieme alla distanza professionale tra i due magistrati e altri loro colleghi chiamati a occuparsi di vicende riguardanti il rapporto tra Cosa nostra e il sistema degli appalti pubblici. (...) nell’aprile scorso, il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca aveva illustrato alla Commissione Antimafia una lettura durissima della gestione delle indagini degli anni Novanta, parlando di anomalie, di investigazioni solo apparenti e di un insieme di circostanze che, a suo giudizio, avrebbero impedito di approfondire adeguatamente alcune piste. Quelle dichiarazioni avevano provocato una forte reazione di Giuseppe Pignatone. L’ex procuratore di Roma si era detto “profondamente deluso e addolorato”, contestando soprattutto le modalità con cui le accuse erano state rese pubbliche in Commissione Antimafia mentre l’indagine non era ancora stata sottoposta alla valutazione di un giudice. Pignatone aveva giudicato le accuse “infamanti” e aveva criticato la scelta di non secretare l’audizione di De Luca. (...) Pignatone, Natoli e Screpanti: l’archiviazione chiude un procedimento, non riscrive la storia. Il fascicolo che li riguardava nasceva dall’ipotesi che la gestione dell’indagine “mafia-appalti” fosse stata anomala e che alcune scelte investigative avessero finito per favorire interessi riconducibili a Cosa nostra. Secondo la Procura nissena, nel corso degli anni erano emerse questioni relative alle deleghe investigative, alle intercettazioni, alla gestione delle bobine e alla conduzione delle diverse tranche dell’inchiesta. (...) Il giudice ha detto che non ci sono elementi sufficienti per sostenere un’accusa in giudizio. È una conclusione che deve essere rispettata. Ma proprio nel rispetto della magistratura e della memoria di Falcone e Borsellino, resta il dovere di continuare a interrogarsi su ciò che accadde in quegli anni. Perché una Repubblica può archiviare un fascicolo quando non esistono prove sufficienti per andare a processo. Non può invece archiviare la propria memoria. E soprattutto non può smettere di cercare la verità sulle stragi che hanno cambiato la storia dell’Italia.»
D.A.L., Cosa ha detto il Papa ai gendarmi vaticani, in «Silere non possum», 4 ottobre 2026. «Il passaggio più legato all’esercizio del potere è arrivato con la parabola. Nel racconto di Matteo i vignaioli a cui il padrone ha affidato la vigna finiscono per considerarla propria: maltrattano i servi mandati a riscuotere il raccolto e alla fine uccidono il figlio del padrone. Per il Papa è «un richiamo prezioso per chi vive un servizio»: ciò che si riceve «è una responsabilità da custodire con umiltà e dedizione, da vivere con discrezione e senso del dovere». (...) Quelle del Papa sono considerazioni formulate, come spesso accade nel suo stile, in forma affermativa. Ma il messaggio rivolto ai gendarmi è piuttosto chiaro: dovete essere così, proprio perché alcuni di voi non lo sono stati e continuano a non esserlo. Leone XIV conosce bene le lotte intestine che attraversano il Corpo della Gendarmeria e sa quali ombre abbiano lasciato, negli ultimi anni, alcune condotte interne. Conosce le vicende che hanno riguardato Stefano De Santis e altri gendarmi, conosce i dossieraggi illeciti compiuti da questi personaggi su esplicita richiesta di Bergoglio, i rapporti tutt’altro che limpidi con settori delle forze di polizia italiane, le intercettazioni illegali e un modo di intendere il servizio che, in alcuni casi, ha avuto molto più a che fare con la carriera e con il potere che con la custodia dello Stato e del Papa. (...) Il caso di Sloane Avenue ha mostrato fino a che punto incompetenza, relazioni personali e assenza di controlli possano trasformare un corpo chiamato a garantire sicurezza e legalità in una delle parti più fragili dell’apparato vaticano. La Gendarmeria è un altro degli apparati nei quali Leone XIV dovrà intervenire con decisione, facendo ordine a partire dal vertice. Gianluca Gauzzi Broccoletti è tra i primi nodi da sciogliere: il Corpo ha bisogno di una guida nuova, capace di unire competenza, lealtà istituzionale e autentico senso del servizio. In Vaticano non basta occupare una posizione di comando: serve qualcuno che sappia esercitarla senza trasformare la Gendarmeria in un sistema autoreferenziale, fatto di equilibri interni, protezioni e carriere. Per questo, prima o poi, anche Gauzzi Broccoletti dovrà lasciare il posto e tornare in Umbria.» Si sta finalmente facendo chiarezza anche sugli scandali compiuti dalla gendarmeria vaticana?
Damiano Aliprandi, Mafia appalti, parla il gip: da Scarpinato «attività depistante». E su Lo Forte «mente», in «Il Dubbio», 4 ottobre 2026. «Da qui la conclusione del giudice: è «falso sostenere» che il rapporto tra Falcone e mafia-appalti si sia limitato alla ricezione dell'annotazione. Pignatone, scrive, «ha mentito». (…) Buscemi è il filo che lega tutto. Già dal maggio 1990 nel fascicolo c'era un rapporto del capitano Mauro Obinu del settembre 1989 che, letto con quello del 1991, consentiva perquisizioni anche nei confronti di Antonino Buscemi, fratello di uno dei comproprietari della Immobiliare Raffaello, da cui Lo Forte e Pignatone avevano comprato casa nel luglio 1980. Lo Forte, annota il gip, pagando in contanti la maggior parte del prezzo. Chi curò gli omissis per il Riesame, Lo Forte da solo o con Pignatone, non coprì le parti su Buscemi, e oggi entrambi si trincerano «dietro facili "non ricordo"». La posizione di Buscemi fu archiviata in tre righe. Eppure nel 1997 la stessa Procura di Palermo, con la firma di Caselli, e il gip di allora scrivevano che Buscemi aveva goduto di «trattamenti giuridici oggettivamente a lui favorevoli» per «incomplete rappresentazioni» agli organi giudicanti. Su Pignatone il gip scrive che si può dire «con certezza» che pagò in nero una parte del prezzo e ottenne uno sconto non marginale. La Immobiliare Raffaello apparteneva a tre mafiosi, i fratelli Buscemi e Francesco Bonura. Falcone, racconta il cognato Alfredo Morvillo, viveva in affitto in un appartamento di una società rappresentata non da Vincenzo Piazza ma da suo cognato, e tanto bastò per fargli abbandonare l'idea di comprarlo: non voleva che qualcuno potesse parlare di prezzo di favore. «Trentaquattro anni dopo che il Dott. Falcone è morto», conclude il gip, il magistrato continua «a impartire lezioni su come si è magistrati». Giammanco, «uomo di Lima», che per usare le parole di Borsellino trattò Falcone come «una pezza da piedi», lasciò a Lo Forte e Pignatone la possibilità di sapere ciò che Borsellino non sapeva: per il gip ottennero «carta bianca» da un procuratore che «ne condivideva (e forse ispirava) le azioni». Borsellino, scrive il gip, non fu «volutamente» messo a conoscenza neppure del fascicolo 3589 del 1991, nato dalle indagini di Massa Carrara sui Buscemi e la Calcestruzzi. Da questo procedimento non nasce alcuna accusa penale. Il gip lo scrive senza giri di parole: le anomalie riferibili a Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato «non sempre riescono a collocarsi "solamente" nell'alveo di comportamenti negligenti o imperiti», ma cercare i responsabili morali delle stragi spetta all'analisi storica.» E la storia non tacerà.
Filippo Facci, Mafia e appalti, il gip di Caltanissetta archivia e punta su Scarpinato: "Da lui attività depistante e dubbia attendibilità", in «Il Giornale», 3 settembre 2026. «Anche l’ex magistrato Giuseppe Pignatone, uno che era ancora presidente del Tribunale vaticano due anni fa, nel 1992 «ha mentito» al Csm come pure Lo Forte: riscrivevano il passato coi morti appena sepolti. Il padre di Pignatone controllava la Sirap al centro delle indagini, e la famiglia Pignatone comprava immobili dal gruppo mafioso Piazza–Bonura–Buscemi; anche Guido Lo Forte comprò casa dalla stessa società. «Giammanco, Lo Forte e Pignatone» nascosero a Borsellino anche un fascicolo sui rapporti fra mafia e imprese come la Ferruzzi di Gardini. Lavoravano nello stesso palazzo, ma le carte non circolavano. (...) Le anomalie che riguardano Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato, conclude il giudice Santi Bologna, non sempre rientrano «“solamente” nell’alveo di comportamenti negligenti o imperiti». La verità dovuta alla famiglia Borsellino comprende chi gli nascose le carte mentre lui era vivo. E chi, sopravvissuto al vecchio sistema, cercò di sopravvivere anche al racconto delle proprie responsabilità. (...) Ma torniamo al decreto, che archivia un procedimento contro ignoti ma non archivia ancora la posizione di Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone (arriverà un’altra puntata, quindi) i quali sono altri due magistrati già protagonisti di archiviazioni imbarazzanti nel 1992 prima che si rilanciassero, nell’era Caselli e dopo la cattura di Totò Riina, in un «nuovo» corso che in parte cercò di occultare il ruolo della magistratura nel vecchio.»
Francesco Grignetti, Depistaggi e casi irrisolti, un Paese in cerca di verità, in «La Stampa», 30 settembre 2026. Due casi, italiani e vaticani, in cui emerge l'opacità del comportamento del giudice che ha condannato un innocente in Vaticano, Giuseppe Pignatone; giudice ora indagato per favoreggiamento alla mafia. «EMANUELA ORLANDI Era il lontanissimo 1983 quando a Roma […] scomparve Emanuela Orlandi, 15 anni, cittadinanza vaticana. È uno dei "gialli" più intricati d'Italia dove si mescolano l'attentato a Giovanni Paolo II e i Lupi Grigi, il ricatto di un misterioso Amerikano, lo Ior, la Banda della Magliana. La procura di Roma tiene aperte le indagini per decenni, finché un nuovo procuratore capo, Giuseppe Pignatone, decide che è ora di chiudere visto che non ci sono fatti nuovi, ma entra così in rotta con l'aggiunto Giancarlo Capaldo, con il quale erano state scintille da subito. Passa qualche anno. C'è ora al lavoro una commissione parlamentare d'inchiesta e – guarda un po'– viene ascoltato il vecchio Giancarlo Capaldo che getta veleno sull'ex superiore. In seduta segreta lo accusa di avere insabbiato le sue preziose indagini per fare un favore al Vaticano. […] PAOLO BORSELLINO Sulla strage di via D'Amelio a Palermo e sul presunto insabbiamento dell'indagine mafia/appalti ci sono magistrati di Caltanissetta contro magistrati di Palermo. E ci sono due indagati eccellenti, del vecchio Pool antimafia palermitano: Gioacchino Natoli e di nuovo Giuseppe Pignatone. La commissione parlamentare Antimafia segue le stesse orme e si spacca. Sostanzialmente litigano le stesse fazioni pro e contro il generale Mario Mori, viste già all'opera per il processo Trattativa Stato/mafia. A breve avremo le relazioni conclusive. Ma la verità è tutta un'altra storia.»
Pietro Parolin, Fiducia e giustizia per la pace nel mondo, in «Settimananews», 29 settembre 2026. Egregio card. Parolin, lo Stato della Città del Vaticano e la Santa Sede negli ultimi sei anni hanno dato pessima mostra di sé nell’amministrazione della giustizia. La malagiustizia che puntella le cattive decisioni, comprese quelle di condannare le persone prima di dar loro la possibilità di difendersi, non fanno altro che alimentare «un circolo vizioso che riduce significativamente le opportunità di costruire relazioni solide e alimenta un sistema di minacce reciproche basato sull’illusione che la forza», e non il diritto e la ragione, «generi potere». In realtà, però, «veritas, non auctoritas, facit legem». La mancanza di rispetto per la dignità umana – dignità che non è conferita né dallo Stato né dal Governante, ma è intrinseca – e per i diritti umani fondamentali, non può non minare la fiducia e «il bene comune, incentrato sulla dignità conferita da Dio a ogni persona umana». Menzogne, calunnie, dichiarazioni impulsive, retorica aggressiva, abusi di potere, gogne mediatiche, come quelli constatati dentro e fuori il territorio vaticano negli ultimi sei anni, violano la verità e la dignità degli essere umani, e non favoriscono certo legami di fiducia. La giustizia è un presupposto alla pace, visto che, come lei ricorda, «la pace è il frutto della giustizia». Un’autentica giustizia richiede, anche, l’umiltà di usare correttamente le parole, e non in modo abusivo e “opaco”: richiede il “sì sì, no no” evangelico. È imperativo disarmare la logica del dominio e i meccanismi della malagiustizia, proteggere gli innocenti e le vittime dei «sistemi del male», delle «strutture di peccato»; bisogna dire la verità con carità, anche quando costa o è umiliante. La verità a volte brucia come un disinfettante, ma è l’unica che può renderci liberi. Il passare del tempo non rende un’ingiustizia meno intollerabile; al contrario, rende ancora più grave la responsabilità di chi può porvi fine o contribuire a porvi fine. La giustizia, che costituisce una radice della crediblità, della fiducia e della pace non può essere rimandata. Il silenzio (complice?) di fronte a tanta ingiustizia come quella verificatasi dentro il Vaticano negli ultimi anni è un tradimento della missione della Chiesa e dei diritti umani universali. In questo senso la Santa Sede, che Lei qui rappresenta, prima di tenere un discorso come quello da lei appena tenuto alle Nazioni Unite, deve ricuperare la propria credibilità. Possa la Santa Sede – e in particolare il Vaticano – avere il coraggio di ripristinare al più presto la verità, la giustizia, la fiducia, che sono presupposti della pace, fra le persone e fra i popoli. AP
Mario Becciu (su Facebook, 28 settembre 2026), a proposito dell'uscita del libro Caso Becciu: un processo inquietante: «Il Segretario di Stato usò in modo infelice il termine ‘opaco’ per giustificare la necessità di indagare e di celebrare il maledetto ‘processo del secolo’. Il termine usato nel titolo del libro di imminente stampa, ‘inquietante’ per definire il processo che ha condannato in primo grado il cardinale Becciu, disvela tutte le verità nascoste. Altro che opaco, è tutto chiaro! Gli attori, il complotto, le macchinazioni processuali per condannare in un finto processo chi era stato già condannato pubblicamente il 24 settembre del 2020 da Papa Francesco. Non si poteva tornare indietro. Non si poteva minare la credibilità e l’autorevolezza del monarca che fu convinto da personaggi senza scrupoli di aver individuato nella Curia romana il grande corrotto. Troppo ghiotta l’occasione per chi aveva proclamato pubblicamente che era stato ‘eletto per combattere la corruzione nella Chiesa’. Peccato che tutto il processo sia stato un atto di corruzione continuo per uccidere un innocente. I documenti riportati nel libro parlano da soli».
È in uscita il libro 'Caso Becciu: un processo inquietante' (Edizioni Quaderni Radicali), in «Agenzia Radicale», 29 settembre 2026. «Una campionatura dalla quale – si legge nell’introduzione – affiora un imbarazzante quadro sia da un punto di vista giuridico, per le azioni, le dinamiche procedurali, le garanzie e i diritti dell’imputato, sia anche per i profili degli attori che hanno composto lo scenario (...). Per i guasti e le profonde incrinature allo Stato di diritto apportati dal caso Becciu, il ruolo della Chiesa cattolica in sede internazionale minaccia di essere gravemente compromesso qualora l’uscita da questa scabrosa vicenda processuale non ritrovi la via della verità e della giustizia.»
Andrea Paganini: «Io non so cosa sia più desolante e faccia più scandalo: la malagiustizia italiana – ieri sono emerse le ennesime distorsioni nel caso di Garlasco – o la malagiustizia vaticana (che poi è fatta da italiani)? È peggio condannare una persona innocente "in nome del popolo italiano" o condannare una persona innocente "in nome del Sommo Pontefice" (di "Sua Santità", di papa Francesco)? Siamo di fronte a scandali epocali e vomitevoli che gettano macchie indelebili nella Storia».

Vik van Brantegem, Caso Becciu, sei anni dopo si torna al punto di partenza. Il «processo sul processo» della giustizia vaticana, in «Korazym», 24 settembre 2026. Ottima sintesi di Vik van Brantegem sul "processo più pazzo del mondo (e della storia)" «Sono trascorsi esattamente sei anni da quel 24 settembre 2020 in cui Papa Francesco convocò S.Em.R. il Signor Cardinale Giovanni Angelo Becciu e accetto la sua rinuncia forzata dalla carica di Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e «dai diritti connessi al Cardinalato». Una formula senza precedenti, applicata senza che al Cardinal Becciu fosse contestato formalmente un reato, senza un procedimento canonico o penale e senza che gli fosse concessa la possibilità di conoscere gli elementi raccolti contro di lui e di difendersi. Sei anni dopo, trascorso un processo di primo grado durato oltre due anni e concluso il 16 dicembre 2023 con la condanna del Cardinal Becciu a cinque anni e sei mesi di reclusione, senza alcuna prova della sua colpevolezza, il caso si trova nuovamente davanti al problema dal quale tutto aveva avuto origine: il rispetto delle garanzie fondamentali, la conoscenza integrale degli atti e l’effettività del diritto di difesa. In un post pubblicato oggi su Facebook, Andrea Paganini, curatore della Rassegna Stampa sul «caso Becciu», ripercorre i sei anni trascorsi dal 24 settembre 2020 definendoli l’«interminabile via crucis» del Cardinal Becciu e ponendo una domanda radicale: «Quanto vale la vita di un uomo?». Paganini richiama la rinuncia imposta prima di qualsiasi contestazione formale, la campagna mediatica, il mancato deposito integrale del materiale probatorio, le parti omissate delle dichiarazioni di Mons. Alberto Perlasca e le chat emerse successivamente, sostenendo che questi elementi confermino una costruzione accusatoria viziata fin dall’origine. Ricorda inoltre la condanna per calunnia di Nicola Giampaolo, l’inammissibilità dell’appello dell’accusa e, soprattutto, la decisione del 17 marzo 2026 con cui la Corte d’Appello vaticana ha riconosciuto la nullità relativa, ordinato la rinnovazione del dibattimento e imposto il deposito integrale degli atti. Nella lettura dichiaratamente schierata di Paganini, i ripetuti depositi incompleti non rappresentano una semplice irregolarità tecnica, ma una persistente lesione del diritto di difesa e della presunzione d’innocenza, con conseguenze sulla credibilità della giustizia vaticana e della stessa Chiesa: se le istituzioni giudiziarie e la stampa non sapranno ristabilire la verità, conclude, «lo farà la storia». Franca Giansoldati, una dei pochi vaticanisti che hanno seguito con continuità e attenzione critica l’intera vicenda, ha sintetizzato su Il Messaggero il punto al quale si è arrivati: «Sei anni dopo si torna al punto di partenza». (...) La vicenda giudiziaria non cominciò il 24 settembre 2020. Le indagini sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato e sull’operazione immobiliare di Sloane Avenue erano già in corso, accompagnate da fughe di notizie, ricostruzioni mediatiche e provvedimenti investigativi. Fino a quel giorno, tuttavia, il Cardinale Becciu non risultava formalmente coinvolto. La convocazione serale presso Casa Santa Marta e la successiva comunicazione della Sala Stampa della Santa Sede produssero immediatamente una condanna pubblica anticipata. Nel racconto mediatico la rinuncia ai diritti cardinalizi fu letta come prova di colpevolezza, benché non fosse stata ancora formulata un’imputazione e mancassero tanto un processo quanto una sentenza. È questo il peccato originale che ha continuato a pesare sulla vicenda: prima la pena pubblica, poi la ricerca della sua giustificazione giudiziaria. (...) Il passaggio decisivo è arrivato il 17 marzo 2026. La Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano, presieduta da Mons. Alejandro Arellano Cedillo, ha accolto una parte sostanziale delle eccezioni difensive e riconosciuto che nel giudizio di primo grado si era verificata una violazione delle norme processuali. La Corte ha dichiarato una «nullità relativa» che, non essendo stata sanata e avendo viziato un atto fondamentale come la citazione a giudizio, rendeva necessaria la rinnovazione del dibattimento davanti allo stesso giudice d’appello. Il provvedimento non ha annullato complessivamente il dibattimento e la sentenza di primo grado, che continuano formalmente a produrre effetti. Ha però riconosciuto che le difese non avevano avuto pieno accesso al materiale raccolto durante le indagini: documenti erano stati depositati solo parzialmente, altri erano rimasti coperti da omissis, altri ancora non erano entrati nel fascicolo conoscibile dagli imputati. Fra questi figuravano parti delle videoregistrazioni degli interrogatori di Mons. Alberto Perlasca, principale testimone dell’accusa contro il Cardinal Becciu, le chat fra Genoveffa Ciferri e Francesca Immacolata Chaouqui, e il contenuto dei dispositivi informatici acquisiti nel corso delle indagini. (...) La Corte aveva quindi ordinato all’Ufficio del Promotore di Giustizia di depositare entro il 30 aprile la versione integrale di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio. Le parti avrebbero dovuto avere tempo fino al 15 giugno per esaminarli e predisporre le proprie richieste probatorie. (...) Alla scadenza del 30 aprile, tuttavia, l’Ufficio del Promotore di Giustizia ancora una volta non aveva depositato tutto il materiale in forma integralmente accessibile alle difese. Alcuni documenti conservavano gli omissis; altri venivano messi a disposizione dei giudici, ma non dei legali; per altri ancora il Promotore rivendicava il potere di valutarne autonomamente la pertinenza. Gli Avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, difensori del Cardinal Becciu, espressero «sconcerto», osservando che l’accusa non poteva decidere unilateralmente quali atti la difesa avesse diritto di conoscere. (...) Secondo i legali, una semplice possibilità di consultazione non poteva sostituire il deposito formale degli atti, né consentire la preparazione piena delle prove difensive. La Corte intervenne nuovamente, fissando ulteriori termini per il deposito del materiale: il 30 giugno per gli atti sui quali si fonda l’accusa e il 31 luglio per gli adempimenti delle altre parti. Venne inoltre chiesto al Promotore di Giustizia di precisare quali capi d’imputazione fossero ancora effettivamente contestati a ciascun imputato, dopo le assoluzioni già divenute definitive e la dichiarazione d’inammissibilità dell’appello dell’accusa. Non risultano pubblicate comunicazioni ufficiali che consentano di verificare in quale forma tali adempimenti siano stati eseguiti e se tutto il materiale sia stato finalmente reso accessibile alle difese senza omissioni. (...) A questo punto il giudizio d’appello non riguarda soltanto la fondatezza delle condanne pronunciate il 16 dicembre 2023. Prima di arrivare al merito, la Corte dovrà chiarire se esistano le condizioni processuali per proseguire. Dovrà verificare: se l’Ufficio del Promotore di Giustizia abbia depositato integralmente gli atti richiesti; se le difese abbiano potuto conoscerli ed esaminarli effettivamente; se la nullità della citazione a giudizio possa considerarsi sanata; quali imputazioni rimangano concretamente in piedi per ciascun imputato; quali prove debbano essere nuovamente assunte nel dibattimento rinnovato; quali effetti continuino a produrre la sentenza e le assoluzioni di primo grado. Si comprende perciò perché abbiamo definito questa fase un «processo sul processo». Prima ancora di stabilire la responsabilità degli imputati, la giustizia vaticana deve giudicare la regolarità del procedimento attraverso il quale essi sono stati accusati e condannati. (...) Nel frattempo sono intervenuti anche provvedimenti che hanno ulteriormente indebolito alcuni elementi utilizzati per alimentare pubblicamente il racconto accusatorio. (...) Dopo sei anni, la domanda essenziale non è cambiata: può una persona essere privata dell’incarico, dell’onore e dei diritti sulla base di accuse che non conosce e di atti ai quali non può accedere integralmente? La risposta non riguarda soltanto il Cardinal Becciu. Riguarda la credibilità dell’ordinamento giudiziario vaticano, la separazione fra accusa e giudice, la parità delle parti e la possibilità che anche nello Stato governato dal Pontefice la giustizia sia amministrata secondo regole conoscibili, stabili e applicate a tutti. Il processo nato durante il pontificato di Papa Francesco è ora una prova per Papa Leone XIV. Non si tratta di orientare il giudizio né di sostituirsi ai magistrati, ma di assicurare che essi possano operare senza interferenze e che nessuna ragione di opportunità istituzionale prevalga sulle garanzie fondamentali. Il 24 settembre 2020 arrivò prima la condanna pubblica e solo dopo il processo. Sei anni più tardi, la Corte d’Appello è ancora chiamata a stabilire se quel processo possa dirsi validamente celebrato. È questa la contraddizione che non può essere rimossa (...). Il prossimo passaggio, indicato da Il Messaggero per il 29 ottobre, non sarà quindi una semplice ripresa del dibattimento. Sarà il momento in cui la Corte dovrà decidere se la nullità sia stata sanata oppure se il processo debba arrestarsi davanti alla violazione che essa stessa ha riconosciuto.»
Franca Giansoldati, Caso Becciu, sei anni dopo si torna al punto di partenza: il test del giusto processo per Leone XIV, in «Il Messaggero», 22 settembre 2026. «Sei anni dopo, il caso Becciu torna al punto dal quale era partito: la giustizia. Era il 24 settembre 2020 quando papa Francesco convocò il cardinale Angelo Becciu e ne provocò la clamorosa uscita di scena dalla Curia, accettandone la rinuncia alla guida della Congregazione delle Cause dei Santi e ai diritti connessi al cardinalato. Quella sera cominciava una vicenda destinata a trasformarsi nel più importante processo finanziario mai celebrato nello Stato pontificio e nel primo con un cardinale sul banco degli imputati. Sul tavolo papale c'era anche un'inchiesta giornalistica destinata a pesare enormemente sul clima che accompagnò l'esplosione del caso. L'«Espresso», allora diretto da Marco Damilano, aveva già chiuso il numero che sarebbe arrivato in edicola il 27 settembre con una copertina dedicata alle finanze vaticane e il titolo «Fuori i mercanti dal tempio». L'inchiesta anticipava accuse sulla gestione dei fondi vaticani e sui finanziamenti finiti in Sardegna. Lo stesso settimanale sostenne che la notizia dell'inchiesta avesse contribuito ad accelerare gli eventi. Becciu arrivò successivamente a citare in giudizio l'«Espresso», sostenendo, tra l'altro, che Francesco avesse avuto tra le mani una copia anticipata del giornale durante l'udienza che segnò la sua caduta. Anche questo passaggio finì così dentro lo scontro tra il cardinale, il settimanale e il pontificato bergogliano. (...) Il procedimento è diventato un banco di prova per l'intero sistema giudiziario vaticano e, inevitabilmente, anche per Leone XIV, che della giustizia, del rispetto della persona e della trasparenza ha fatto temi ricorrenti del pontificato. Le perplessità, del resto, non sono nuove. Nel corso degli anni autorevoli canonisti e giuristi hanno sollevato interrogativi sulle garanzie del giusto processo, mentre le difese hanno contestato aspetti relativi al contraddittorio, all'accesso agli atti e alla parità tra accusa e imputati. (...) Nel marzo scorso la Corte ha infatti riconosciuto una «nullità relativa» del primo grado e disposto la rinnovazione di una parte del dibattimento, accogliendo alcune eccezioni relative al mancato deposito integrale degli atti istruttori. La sentenza non è stata cancellata nel suo complesso, ma è stato stabilito che le difese debbano poter conoscere il materiale sul quale si fonda l'accusa. (...) Nel marzo scorso i magistrati, accogliendo le eccezioni delle difese e riconoscendo la «nullità relativa» del primo grado, avevano ordinato «la rinnovazione del dibattimento», imponendo al Promotore di Giustizia di depositare integralmente tutti gli atti e i documenti del procedimento istruttorio. Un adempimento che ancora non è stato completato. Il processo riporta così in superficie una storia cominciata sei anni fa sotto Francesco e destinata a trovare il suo approdo sotto Leone XIV. Ed è forse questa la novità istituzionalmente più rilevante. Il nuovo Papa non è chiamato a stabilire se Becciu sia colpevole o innocente: spetta ai giudici. Ma è sotto il suo pontificato che la giustizia vaticana dovrà dimostrare di saper rispondere ai dubbi accumulati attorno a un procedimento eccezionale per durata, dimensioni e modalità. Leone non intende interferire con il lavoro dei magistrati, ma la linea indicata è quella di lasciare parlare il diritto: il diritto canonico e quello processuale, nel rispetto delle regole del giusto processo. Proprio quelle garanzie sulle quali, in questi anni, illustri giuristi e cardinali canonisti hanno sollevato più di una perplessità. (...) Per Leone XIV, che continua a indicare nella giustizia uno dei cardini della vita della Chiesa, è un test che ormai va ben oltre il destino giudiziario di un singolo cardinale.» COSA VALGONO SEI ANNI (E UNA MONTAGNA DI FANGO) NELLA VITA DI UN UOMO INNOCENTE? Che scandalo comporta per la Chiesa una giustizia vaticana corrotta? Anche in francese. E in inglese. E in tedesco. E in spagnolo.
LE ULTIME NOVITÀ
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Paolo Maninchedda, Un vescovo e la vigliaccheria cattolica, in «Sardegna e Libertà», 2 novembre 2026. Un'altra vittima della malainformazione dell'"Espresso", come Enzo Tortora e co. Coglie nel segno Paolo Maninchedda quando critica l'atteggiamento della gerarchia ecclesiale e ne denuncia la vigliaccheria alla don Abbondio di fronte all'ingiustizia: «La sofferenza viene riconosciuta, le sue cause restano sfocate. A mio giudizio, è qui la viltà istituzionale: nella prudenza che trova parole per compatire un uomo e ne risparmia per difenderne pubblicamente i diritti. (...) Oggi la diocesi di Carpi si congratula per la nomina e confida nel suo «sapiente magistero». Bene. Ma quel comunicato non torna sulla ferita del 2019, non propone un esame di coscienza, non contiene una richiesta di perdono. La fiducia di Leone XIV è un fatto nuovo e positivo. Non può diventare l’occasione per archiviare anche la memoria. A Cavina gli auguri sono dovuti; dalla Chiesa sarebbe lecito attendersi anche il coraggio di interrogarsi su quanto sia stata adeguata la propria difesa di un uomo travolto dal sospetto». Ed è giusto il parallelismo con il "caso Becciu", sottolineato anche da Fari Pad: il caso di un uomo innocente appeso a una croce per malagiustizia e malainformazione. Per non parlare dello scandaloso silenzio del giornalismo cattolico, vile come i suoi capi.
Svolta nel processo Becciu, parla l'avvocato Viglione, in «Lo Speciale», 30 ottobre 2026. «Intanto, la sentenza di primo grado, oltre a ridimensionare enormemente le accuse iniziali, ha stabilito per noi un fatto significativo che non può essere trascurato: il Cardinale non ha agito per arricchirsi in alcun modo, non c’è stato alcun profitto. Detto in altri termini, non si è appropriato neanche di un centesimo. Questo è ciò che conta di più per lui perché sono state cancellate le mortificazioni più aberranti e più lontane dalla verità. In secondo luogo, è stata proprio la Corte a riconoscere la nullità della citazione a giudizio per il mancato deposito integrale degli atti. Tutti gli atti ed in forma integrale. Una nullità che avrebbe potuto dar luogo ad una rinnovazione dell’istruttoria, seguendo l’itinerario tracciato dalla Corte, solo attraverso il deposito integrale dei documenti. Ma quell’ordine di deposito non è stato integralmente eseguito, e quella nullità, dunque, non è stata sanata. Chiederemo di trarne le conseguenze: ovvero il rispetto di un principio basilare che la Corte ha già affermato. Non una formalità ma una condizione ineliminabile per un processo giusto. Tra i colpi di scena del processo ci sono state anche le chat whatsapp – inizialmente omissate – tra persone apparentemente estranee al processo e la deposizione di Mons. Perlasca definito il grande accusatore del Cardinale. Questa ormai è cronaca. Le chat vennero fuori dopo il controesame in aula di Mons. Perlasca. In un primo tempo fu possibile per noi difensori accedere solo a pochi messaggi perché era stata aperta una nuova indagine proprio alla luce di alcuni contenuti presenti nelle comunicazioni e l’Ufficio del Promotore ritenne di non poterne ostendere tutti i messaggi per tutelare il segreto investigativo. Ora quelle chat – anche se fuori tempo massimo rispetto alla sentenza di primo grado – sono state prodotte senza omissis dal Promotore in Corte d’Appello e non sono più segrete. La lettura di quelle conversazioni che, come detto, sono venute fuori proprio attraverso l’evoluzione delle testimonianze nel processo, raccontano una genesi delle accuse che ha confermato quanto il Cardinale disse dal primo momento quando si dichiarò vittima di una ‘macchinazione’. Oggi quella espressione si sposa perfettamente con la dolorosa lettura delle chat. Ma che ruolo aveva il cardinale come numero tre del Vaticano? E’ un ruolo complesso, non si può sintetizzare senza rischiare eccessi di semplificazione. Certamente sovrintendeva, da Sostituto della Segreteria di Stato Vaticana, oltre quindici uffici, non solo quello che si occupava degli investimenti. Si affidò alle valutazioni degli uffici amministrativi competenti ritenendo sempre di portare a compimento operazioni proficue oltre che assolutamente lecite. Perché a margine dell’udienza il Cardinale si è detto “nervoso” e il fratello Mario sui social ha parlato di abuso di pazienza? Il Cardinale partecipa a tutte le udienze. Dopo 6 anni vissuti con sofferenza e logoramento, attendendo una parola di giustizia e di verità sulla correttezza del proprio operato, credo si tratti di una reazione che mostra la sua umanità. Ritengo vada compresa la reazione emotiva di chi attende il momento di liberarsi da un’accusa ingiusta e definire un lungo e tormentato processo. Ma devo dire che dopo l’iniziale sconforto ha prevalso in lui, come ha poi immediatamente tenuto a precisare, il compiacimento per l’attenzione che la Corte sta riservando alle questioni giuridiche di carattere preliminare. Non ho letto il messaggio sui social del fratello Mario ma devo dire che anche i parenti stanno soffrendo tanto e da molti anni ormai. E non voglio neanche fermarmi a ricordare la gogna mediatica che gli venne ingiustamente riservata. In ogni caso, il Cardinale ha compreso esattamente i termini della questione che abbiamo affrontato, che prescinde in questo momento dall’innocenza e si sposta sulle garanzie fondamentali del giusto processo alle quali non si può mai derogare. Approfondire tali aspetti è imprescindibile e la Corte lo sta facendo. Ed è ciò che più conta.»
Se dopo SEI ANNI DI ASSURDA GOGNA MEDIATICA... Se dopo CINQUE ANNI DI PROCESSO INVALIDO («nullità relativa») perché non rispettava i requisiti minimi di rispetto dei diritti alla difesa... Se dopo SETTE MESI di interminabile attesa e di ESTENUANTI quanto INSPIEGABILI RINVII nel processo d'Appello, l'udienza in tribunale dura 11 minuti – udienza finalizzata a comunicare che si rinvia nuovamente per altri tre mesi, per parlare, poi, di questioni preliminari –, significa a mio parere una cosa sola: ENORME IMBARAZZO DA PARTE DELLE AUTORITÀ VATICANE (cosa hanno da occultare ancora?) E VOLONTÀ DI FAR PASSARE IL TEMPO A DANNO DEGLI IMPUTATI, PRESUNTI INNOCENTI (ricordo che «il processo è già una pena»). Ricordo inoltre – tanto per dare un'idea di ciò che avviene nelle Giustizie di due Paesi limitrofi – che per il processo di Garlasco si sta presentando istanza di revisione per l'omissione di un'analisi di laboratorio – una –, mentre nel "processo del secolo" in Vaticano il materiale probatorio è tutto pieno di "omissis" (omissioni), di tagli, di occultamenti, di selezioni arbitrarie. Nonostante i ripetuti ordini da parte del Presidente del Tribunale di consegnare il materiale probatorio integralmente impartiti fin dal luglio del 2021. E sempre disattesi. E siamo ancora qui. Una vergogna epocale di malagiustizia! (AP).
Salvatore Izzo, Becciu, una vicenda che interroga le nostre coscienze prima che la giustizia vaticana, in «Faro di Roma», 29 ottobre 2026. «... la dignità della persona deve essere tutelata sempre, soprattutto quando è esposta alla pressione di una vicenda pubblica che può segnare profondamente la sua vita e la sua reputazione. È una prova che, per la sua durezza, può essere vissuta come un vero e proprio martirio giudiziario, come sta avvenendo per Becciu che esercita con grande dignità la virtù della pazienza. Aspettiamo ancora che la parola passi al processo d’appello, dopo la ingiusta sentenza di condanna pronunciata alla fine di un discutibile dibattimento poi dichiarato nullo – in quanto da ripetersi – dalla stessa giustizia vaticana. Mi auguro che le prossime udienze consentano di affrontare tutte le questioni sollevate dalla difesa nel pieno rispetto delle regole, affinché la decisione finale sia fondata su atti accessibili alle parti, garanzie effettive e un esame rigoroso delle responsabilità contestate, delle quali finora non sono state portate delle prove credibili. Mentre sono emerse purtroppo le prove di un complotto in atto contro Becciu, testimoniato da decine di messaggi nelle chat tra persone che hanno tentato (finora in parte riuscendoci) di piegare la giustizia vaticana al loro piano diabolico, sostenzialmente omicidiario, che consisteva in effetti nel fare fuori il cardinale, costretto alla fine ad autoescludersi dal Conclave dell’anno scorso. La giustizia non deve temere la trasparenza. E la Chiesa, che annuncia al mondo la verità, la misericordia e la dignità di ogni essere umano, ha il dovere di testimoniare questi valori anche nelle proprie vicende interne.»
Il Papa non ha detto nulla sull'ICE, questa mattina l'udienza di Becciu, Parolin parla del XX secolo, il Papa torna alle parrocchie di Roma, il Confiteor arcobaleno e la cena di Burke che nessuno firma, in «Infovaticana», 29 ottobre 2026. «... se si ritenne che Perlasca non fosse in grado di comprendere le conseguenze degli investimenti e si archiviò la sua posizione, a maggior ragione avrebbe dovuto accadere lo stesso con il cardinale, che «non si discostò mai da ciò che proponeva l’Ufficio diretto proprio da Perlasca.»
Vaticano: rinvio a 26/1 appello Becciu per inadempienze accusa, in AGI, 29 ottobre 2026. Vergogna del Vaticano! Vergogna della Chiesa cattolica! Completa mancanza di rispetto, e di rispetto dei diritti umani!
Iacopo Scaramuzzi, Processo Becciu, nuovo rinvio a gennaio: "Siamo nervosi". Ma il pm deve ancora depositare gli atti, in «La Repubblica», 29 ottobre 2026. Assurdo! Il Vaticano ha paura della verità. Anche in inglese.
Salvatore Cernuzio, Riaperto il Processo d'appello vaticano, prossime udienze a gennaio 2027, in «Vatican News», 29 ottobre 2026. L'articolo finisce così: «... per garantire il diritto di difesa e la regolarità del procedimento» (come se fosse una cosa "normale e scontata"). Ma come mai i giornalisti "cattolici" non riescono a dire la verità? Come mai non riescono a dire che per sei anni questo "diritto alla difesa" e questa "regolarità del procedimento", come ha rilevato la Corte d'appello, NON CI SONO STATI!? Che ci sono state invece brutali violazioni dei diritti umani!? Che c'è stata una crocifissione preventiva di un innocente!? Una vergogna epocale, la malagiustizia del Vaticano.
Akteneinsicht ohne Schwärzung, in «Domradio.de», 29 ottobre 2026.
Chiara Lonardo, Processo d'appello in Vaticano, fissato a gennaio il calendario per le questioni preliminari. Le difese: "Senza il deposito integrale degli atti è a rischio la prosecuzione dell'azione penale", in «Faro di Roma», 29 ottobre 2026. «“Se gli atti non sono stati depositati non c’è il diritto di difesa pieno e il rispetto del codice”, ha sottolineato l’avvocato Viglione, rimarcando come il diritto di difesa possa esplicarsi “solo ed esclusivamente attraverso una completa messa a disposizione del procedimento”. (...) Proprio in virtù di questa persistente lacuna, le difese tornano a chiedere l’applicazione dell’articolo 421 del codice di procedura penale vaticano, la norma che “prevede l’emissione di una sentenza di assoluzione o di chiusura quando l’azione penale non può validamente proseguire” a causa di insanabili nullità procedurali. (...) A conclusione dell’udienza, il cardinale Angelo Becciu ha risposto brevemente ai giornalisti ammettendo un clima di tensione: “Siamo nervosi”. L’avvocato Viglione ha poi ricordato la costante dichiarazione d’innocenza del porporato sin dal primo momento, sottolineando come sia naturale una certa impazienza per gli imputati di fronte a rinvii legati a questioni procedurali, e rinnovando al contempo la totale fiducia nell’operato della Corte d’Appello. (...) “La giornata di oggi – ha poi precisato in una nota - ha assunto per me e non solo per me un profondo significato perché, indipendentemente da tutto, ha ribadito i principi del giusto processo. In Aula ho parlato di nervosismo e credo di averne motivo: è da più di 6 anni che la mia vita e quella dei miei familiari è stata stravolta ed è da 6 anni che attendo di vedere riconosciuta in maniera definitiva, più ancora di quanto abbia già fatto il processo di primo grado, la correttezza del mio operato. È per questa ragione che sento di voler ringraziare i magistrati della Corte d’Appello, per aver ribadito un principio fondamentale: non c’è vera giustizia se non c’è una giustizia giusta, rispettosa dei diritti delle parti e, in questo caso, di quelli della difesa. Attenderò con fiducia la fine di gennaio dell’anno prossimo, ma il richiamo dei giudici al rispetto dell’ordinanza della Corte d’Appello genera in me e in tutti noi un grande conforto”.»
Rinvio del processo a gennaio, Becciu: "Siamo nervosi", in «Rainews», 29 ottobre 2026. Era l‘ennesimo penultimatum. L’ennesimo assurdo rinvio. Una nuova presa in giro? Il Vaticano perde sempre più la faccia!
Riprende il processo Becciu, sotto esame gli omissis e i diritti della difesa, in «Ticinoonline», 28 ottobre 2026. Fari Pad (Facebook): «Dalla violazione delle garanzie all'insussistenza dell'accusa: quando il processo giuridicamente cessa di esistere. ( Il 29 Ottobre 2026 - udienza del cosidetto processo del secolo Becciu: verrà proclamata l'insussistenza del giusto processo?) Non si tratta di una mera riflessione, ma di una rigorosa presa d'atto sul piano del diritto: non può sussistere alcuna condanna se viene meno l'atto d'accusa nella sua interezza. Nel caso in esame, il quadro è giuridicamente netto: L'inottemperanza insanabile: L'ordinanza che imponeva la consegna integrale degli atti sui quali si fondava l'accusa è rimasta inattesa, sia in primo grado che nei passaggi successivi. Il venir meno del giudizio: La mancata messa a disposizione degli atti costitutivi dell'accusa non è una semplice irregolarità, ma un vizio radicale che colpisce la stessa ragion d'essere del procedimento. Senza l'integrità degli atti d'accusa, viene a mancare il presupposto stesso del giudizio. Cade la base legale della condanna di primo grado, determinando la fine giuridica del processo per insussistenza formale dell'accusa e, di conseguenza, l'inesistenza stessa del reato contestato. Il diritto penale e le garanzie fondamentali non ammutoliscono di fronte a vuoti procedimentali di questa portata: quando l'accusa non si è messa nelle condizioni di esistere formalmente e legittimamente, il processo si estingue insieme ad essa.»
Processo Becciu, riparte l'appello dopo la nullità del primo grado per gli omissis mancanti, in «La Regione», 28 ottobre 2026. Il Vaticano al bivio: riconosce la macchia scandalosa nella propria storia (la crocifissione di un innocente in nome del Papa) o aumenta ulteriormente l'estensione della macchia (ogni penultimatum è una perdita di credibilità). Una cosa è certa: la storia sarà impietosa.
Alessandro Da Rold, Caso Becciu, domani l'udienza d'appello. Il legale: "L'intera condanna può cadere per un vizio negli atti", in «Quotidiano Nazionale», 28 ottobre 2026. «“Naturalmente noi contestiamo la condanna anche nel merito ed abbiamo censurato radicalmente la sentenza. Una sentenza che comunque, va ricordato, oltre a ridimensionare drasticamente le accuse, aveva già escluso che il Cardinale si fosse appropriato di un solo centesimo o avesse tratto vantaggi personali”. E dagli atti mancanti? “Ciò che non si conosce non si può valutare. Il Promotore ha sostenuto di poterne limitare la conoscenza alle difese per ragioni di pertinenza con le accuse o di tutela dell’interesse pubblico”. Chi sceglie gli atti? “Ma è proprio questa pretesa di selezionare unilateralmente ciò che la difesa può conoscere che la Corte ha censurato con l’ordinanza di marzo. Lo ha fatto applicando le norme di diritto processuale e diritto canonico, fornendone approfondita motivazione. Nessuna norma attribuisce poteri ‘selettivi’ all’Accusa sugli atti di indagine”. Nelle chat Francesca Chaouqui scrive a Genoveffa Ciferri: “Se viene fuori che eravamo tutti d’accordo è la fine”. Che cosa significa?“La lettura di quelle conversazioni che, ricordiamo, sono venute fuori con molto ritardo, attraverso l'evoluzione delle testimonianze nel processo, raccontano una genesi delle accuse che ha confermato quanto il Cardinale disse dal primo momento quando si dichiarò vittima di una ‘macchinazione’. Oggi quella espressione si sposa perfettamente con la dolorosa lettura delle chat. La gran parte di esse furono omissate e non utilizzate nel giudizio di primo grado”. E il ruolo di monsignor Perlasca? “In ogni caso ritengo che se Mons. Perlasca è stato ritenuto non in grado di comprendere le conseguenze negative degli investimenti o altre eventuali criticità e la sua posizione archiviata, a maggior ragione questo sarebbe dovuto accadere per il Cardinale Becciu che mai si discostò da quanto proposto dall’Ufficio diretto proprio da Perlasca”. Su cosa fondate l’innocenza? “La realtà dettagliatamente documentata delle sue condotte e la totale assenza di prove d’accusa. Il Cardinale Becciu è pienamente innocente: non ha sottratto neanche un centesimo e non ha voluto favorire alcuna operazione illecita”. Quindi che ruolo aveva? “Sovrintendeva, da Sostituto della Segreteria di Stato Vaticana, oltre quindici uffici, non solo quello che si occupava degli investimenti. Si affidò alle valutazioni degli uffici amministrativi competenti ritenendo sempre di portare a compimento operazioni proficue oltre che assolutamente lecite”. Perché siete così convinti? “Come ho già detto, persino il Tribunale, pur condannandolo, ha riconosciuto che non agì per lucro e non ottenne vantaggi personali. Questo ci rende sereni e consapevoli. Al di là della nullità del processo di primo grado, resta la sua piena innocenza che è fondata su evidenze oggettive”.» Un fallimento totale – nel metodo e nel merito – della (mala)giustizia vaticana, che ha messo in croce un uomo innocente?
Vik van Brantegem, Caso Becciu: il sacerdote oltre le gogna. Da Sassari e Ozieri a Roma, la Fede che resiste e la giustizia attesa, in «Korazym», 25 ottobre 2026. «Nel resoconto del settimanale, il Cardinal Becciu richiama una fraternità capace di accorgersi della solitudine, della malattia e dello scoraggiamento di un confratello. Una vicinanza che prende forma anche nel gesto di bussare alla sua porta per sapere come sta. Sono parole che interrogano anche il modo in cui la comunità ecclesiale accompagna chi attraversa una prova giudiziaria. La solidarietà sacerdotale richiede presenza, ascolto e rispetto della persona durante tutto il tempo necessario all’accertamento dei fatti. Il Cardinal Becciu continua così a esercitare il proprio ministero, parlando ai sacerdoti della vita che condividono. Questo dato merita attenzione in una vicenda nella quale la rappresentazione pubblica ha spesso occupato ogni spazio. (...) La ricerca della verità richiede la conoscenza completa degli atti, il rispetto del contraddittorio e la possibilità effettiva di difendersi. La misericordia impegna a riconoscere la dignità e la sofferenza delle persone durante l’intero percorso giudiziario. (...) L’incontro di Sassari e la lettera del Vescovo di Ozieri riportano al centro persone che continuano a pregare, lavorare e servire una comunità mentre attendono giustizia. La loro vita merita di essere raccontata con la stessa attenzione riservata alle accuse».
Trascrizione. Audizione Procuratore De Luca Commissione Antomafia 20.10.2026, in «Progetto San Francesco», 25 ottobre 2026. Ancora sull'opaca (mala)giustizia del Vaticano, sul giudice Giuseppe Pignatone, ricattabile, sui colleghi di Paolo Borsellino che gli hanno remato contro e sui loro legami con la mafia. «Saranno passati trenta, quaranta, cinquanta anni, quindi non ci sono conseguenze penali, ma ringrazio Santi Bologna per aver ricordato dettagliatamente gli acquisti immobiliari della famiglia Pignatone da una società immobiliare ricollegata a un capo mandamento di Palermo, quindi anche alla signora Piera Maria Bellia, moglie, Isabella Di Stefano, madre di Giuseppe Pignatone, il fratello Gianfranco Pignatone, l’altro fratello Roberto Pignatone, il cognato. Se fosse successo a un politico e se si fosse scoperto, anche dopo decenni, chissà cosa sarebbe successo. Vedo che, invece, di questo tema non si parla. Noi non vogliamo seppellire di carte, vogliamo fare un ex libris, il contrario, perché se uno seppellisce di carte o di parole non si capisce nulla. Dunque, la violazione di Scarpinato del codice di procedura penale, gli atteggiamenti immobiliari e il pagamento in nero confessato – lei lo ha ricordato – da parte di Pignatone, Natoli che va telefonando, eccetera, e potrei citare altri fatti, a me preoccupano. Della politica si può dire tutto il male possibile, la politica ha tutti i difetti del mondo, i criminali sono criminali, ma anche la magistratura da questa narrazione coraggiosa che viene fatta dalla procura di Caltanissetta non ne esce molto bene. La Commissione antimafia ha i poteri dell’autorità investigativa, però molti di questi fatti risalgono a trenta, quaranta anni fa, non ci sono sentenze da emettere, ma un giudizio – immagino – storico-politico lo faremo quando ci sarà la relazione, quando faremo il dibattito. Io già ho tratto delle valutazioni e collego fatti diversi: Natoli con le sue telefonate, l’articolo 11 del codice di procedura violato, la riunione che viene descritta in modo inappropriato. Non è vero che quel giorno quella cosa è stata detta, come è dimostrato da tutte queste memorie venti, trenta anni dopo, mentre gli atti del CSM più citati fanno giustizia. Ripeto, immaginate, cosa avrebbe detto Borsellino? «L’avete archiviata parzialmente? Va bene, andiamo a casa. Buon appetito a tutti». Chi può credere a queste cose? Noi abbiamo uno spaccato di magistratura che ha fatto indagini pretestuose che non aveva il potere di fare, che ha utilizzato personaggi, come avete detto adesso, di cui uno era anche malato, poveraccio, quindi chissà come ha assecondato. Io sono preoccupato per lo spaccato che esce della magistratura. I martiri e gli eroi – vivi, per fortuna – da un lato e tutti questi fatti conseguenti. La mia domanda è una riflessione proprio su queste due mezze mele che emergono nell’ambito della magistratura. Lo dico traendo le notizie da quello che anche il GIP ha scritto, lo ha detto un giudice, quindi va ascoltato. Non a caso ha fatto una ricostruzione storica di settecento pagine, secondo me, e ci ha messo tutti gli acquisti immobiliari di Pignatone, tutte le vicende e tutti i fatti, in modo che ci sia un documento storico. Se poi non determina conseguenze penali perché è passato tanto tempo, amen, ma la storia è storia e non si cancella.» (Gasparri) A proposito del tentativo di far scomparire brogliacci e bobine di indagini sulla mafia: «È indubbio che il decreto del GIP Bologna alleggerisce la posizione di Natoli per quanto riguarda la vicenda della smagnetizzazione e dei brogliacci, nei termini che ora dirò, perché lo dice specificamente, e aggrava la posizione del presidente Pignatone, perché ritiene ragionevole la tesi che emerge dalle intercettazioni telefoniche a carico di Natoli, che però a noi non è venuto a riferire, ne parlava con i suoi familiari. Secondo lui, il dottor Pignatone e Galati gli avevamo fatto il «trappolone» e lui, ora non ricordo come ha detto, se «come un cretino» o altro, con superficialità, ci era cascato in pieno. (...) Per quanto riguarda i provvedimenti di smagnetizzazione, ripeto, il ridimensionamento riguarda Natoli, ma il GIP conferma la massima gravità, sottolineando – come già noi abbiamo attenzionato – che dagli atti emerge palesemente che il primo provvedimento in cui si dispone la smagnetizzazione, dove c’è l’inciso aggiunto a mano e la distruzione dei brogliacci, di cui si ha data certa è quello del dottor Natoli. Il primo depositato in segreteria è quello a firma del dottor Natoli e l’aggiunta a mano si afferma vi sia stata da parte del dottor Pignatone. Questo fa ritenere al dottor Bologna che la posizione del dottor Pignatone si aggravi ulteriormente in relazione a questa vicenda. (...) Per quanto riguarda i sessanta, no: in realtà si tratta, come accertati, di venti provvedimenti, di cui nel periodo che ci interessa – dal 1990 alla fine del 1992, cioè quando è stato firmato dal dottor Natoli – ci sono solo undici provvedimenti accertati (poi, per carità, nei meandri degli archivi magari ne salterà fuori un altro) solo a firma del dottor Pignatone. È un meccanismo che noi dobbiamo criticare perché è contro la legge, ma soprattutto perché consente di togliere di mezzo intercettazioni che possono essere scomode, per un verso o per un altro. Attenzione, può essere anche – parlo da pubblico ministero – un espediente come valvola di sicurezza: uno può dire: «Sì, va bene, queste intercettazioni per ora non fanno danno, però, non si sa mai, tra due o tre anni possono fare anche danno, perché quello che oggi appare irrilevante tra due anni può avere un’estrema rilevanza; mi metto al sicuro e distruggo tutto». È un meccanismo estremamente pericoloso per la bontà delle indagini e per l’accertamento della verità» (De Luca). «Pietro Giammanco e Giuseppe Pignatone erano, per ragioni diverse, portatori di interessi propri e di soggetti a loro vicini in grado di riverberarsi sulle modalità di gestione delle indagini da loro coordinate.» (...) «certe condotte, certe immagini che si danno di sé – il magistrato non solo deve essere indipendente, deve apparire, e qua non solo non appariva, ma vi erano dei fatti che erano sostanzialmente inaccettabili – questa immagine che andava all’esterno chiaramente isolava e sovraesponeva sia Falcone sia Borsellino. Potrebbe anche non essere vero, ma in questo caso noi riteniamo, e il Gip pure, che ci fossero elementi per dire che il vertice della procura e le persone più vicine a lui non facevano il loro dovere come avrebbero dovuto fare. Se noi mostriamo quest’immagine a cosa nostra, è evidente che si radica ancora di più l’idea – scusate la frase – «ma allora u curnutu è iddu». C’è una frase: «ma dobbiamo aiutare quel povero Cristo di Giammanco». È evidente – scusate la frase in siciliano – che se io sono il muro «vascio», cioè il muro traballante, e l’unico che fa il suo dovere è Pasquale Pacifico, la mafia a chi viene a sparare, a me o a Pasquale Pacifico?» (De Luca)
Fari Pad (Facebook, 23 ottobre 2026): «L’INCHIESTA CHE NON SI VUOLE FARE: SULLA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE PER FRANCESCA CHAOUQUI. Quattro pagine. Bastano quattro pagine ai PM della Procura di Roma per liquidare e chiedere l'archiviazione su vicende gravissime che coinvolgono Francesca Chaouqui, monsignor Alberto Perlasca e il processo vaticano sul palazzo di Sloane Avenue. Un modo di procedere a dir poco arraffazzonato, che preferisce chiudere gli occhi anziché scavare a fondo. L’intera impalcatura dell’archiviazione si regge su una sola persona: monsignor Perlasca. Peccato che Perlasca sia l'emblema della "testimonianza double-face": Prima versione: Giura in aula di aver scritto il suo memoriale di accuse contro il Cardinale Becciu in totale solitudine, "farina del suo sacco integrale". Seconda versione: Messo alle strette dalle chat, ritratta e ammette che le domande e i temi integrativi gli venivano dettati, tramite Genoveffa Ciferri, da un sedicente "anziano magistrato" (rivelatosi poi la Chaouqui). In pratica, ammette che il suo memoriale di accusa era stato ampiamente manipolato. Qual è la vera testimonianza di Perlasca? Quella resa sotto giuramento poi smentita, o l'ultima comoda ritrattazione presa per buona dai PM romani senza alcun tipo di riscontro o confronto con le sue precedenti deposizioni? Tra pressioni, chat con omissis, un finto magistrato, messaggi minatori e perfino la messinscena della cena al ristorante Lo Scarpone, le contraddizioni esplodono da ogni carta. Ma per la Procura di Roma va tutto bene così. La conclusione dell'articolo di "Silere non possum" riassume perfettamente questo corto circuito giudiziario: « Alla fine, i magistrati della Procura di Roma concludono che non è emerso nulla. Certo: se non si indaga, è`piuttosto difficile che emerga qualcosa.» Un'ennesima pagina buia di una giustizia superficiale che accerta i fatti solo a metà.»
La Procura di Roma chiede l’archiviazione dell’indagine su Francesca Immacolata Chaouqui. E per sostenere questa richiesta si affida quasi esclusivamente alle dichiarazioni di monsignor Alberto Perlasca. Abbiamo esaminato la richiesta dei pubblici ministeri e l’abbiamo confrontata con gli atti e le testimonianze del processo vaticano sul Palazzo di Londra, che abbiamo seguito direttamente. Ci sono contraddizioni, circostanze che non vengono approfondite e domande alle quali la Procura di Roma non ha dato risposta. Perché alcune verifiche non sono state compiute? E perché le dichiarazioni di Perlasca vengono considerate sufficienti, nonostante quanto emerso durante il processo in Vaticano? Su Silere non possum ricostruiamo la vicenda, documenti alla mano (Facebook di "Silere non possum", 23 ottobre 2026). Possibile che la Storia – vaticana come italiana – sia in mano di imbroglioni, truffatori e millantatori? Uno schifo!
QUALCUNO, prima o poi, dovrà spiegare come mai chi s'è comportato bene l'ha punito e chi s'è comportato male l'ha premiato (AP).