LA CHIESA AMA O NON AMA LA VERITÀ E LA GIUSTIZIA? Siamo sempre lì, sul Golgota.
LEONE XIV: PACE, DIALOGO, GIUSTIZIA, AMORE, UNITÀ! Confidiamo che... «Il male non prevarrà!»
Nel luglio e nell'agosto 2025, e poi di nuovo nel gennaio 2026 qualcuno (si può ben immaginare chi) ha bloccato il mio account di Facebook, con cui promuovo questa rassegna stampa. La censura non è uno strumento né democratico né cristiano!
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Salvatore Merlo, Ranucci, il lavitolato, in «Il Foglio», 18 agosto 2026. «Millantava colloqui con il segretario di Stato Vaticano.» Eeeehhhh? Si sta parlando di Valter Lavitola, colui che sedeva a tavola con Ranucci (il diffusore di calunnie contro Becciu) e un monsignore tifoso di Pietro Parolin. Ricordate la foto? Lo stesso Parolin che si precipitò a manifestare solidarietà a Ranucci dopo lo pseudo attentato. Ma quanto puzza di marcio questa vicenda!
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Pensieri sparsi e cortocircuiti. Visto che Sigfrido Ranucci cenava e parlava del "caso Becciu" con Lavitola e con mons. Fusco, il tifoso del card. Parolin; visto che Diddi incarna l'accusa nel "processo più pazzo del millennio" in Vaticano; viste soprattutto le calunnie diffuse da Report sull'innocente Becciu... suscita perplessità che: A) i due avvocati di Valter Lavitola sono Sergio e Arturo Cola; B) nel processo per la tentata estorsione a Silvio Belusconi Lavitola era difeso di Cassazione da Arturo Cola e da Alessandro Diddi; C) c'è un possibile conflitto tra il ruolo di Diddi come Promotore di Giustizia del Vaticano e il suo ruolo come difensore di Lavitola.
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Andrea Gagliarducci, Leo XIV, procrastinator, in «MondayVatican», 17 agosto 2026. Anche in italiano. E in francese.
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Tiziana Campisi, Leone XIV: alla luce della fede, le ingiustizie insopportabili, la CHiesa cerca pace, in «Vatican News», 16 agosto 2026. In effetti... insopportabili! Non c'è nulla di più insopportabile dell'ingiustizia commessa da coloro dai quali ci si aspetta la giustizia.
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Maurizio Crippa, Ranucci ha perso il bene più prezioso: la credibilità. Parla Aldo Grasso, in «Il Foglio», 13 agosto 2026. Da parecchio tempo, per la verità... «Ora non importa la risultanza dell’inchiesta su Lavitola, ma anche solo il fatto che il pubblico possa ritenere che si sia fatto plagiare, che non sia stato trasparente, è il peggior danno che si è in larga parte autoprocurato”. (...) Io da anni dico apertamente che è il ‘metodo Report’ a non andare bene. E’ una anomalia giornalistica, una degenerazione di quello che è sempre stato il giornalismo d’inchiesta, fuori e dentro la televisione pubblica. Questa rivendicazione di ‘schiena dritta’, la pretesa di esser gli unici a difendere la ‘roccaforte dell’informazione indipendente’ è cattiva retorica. Soprattutto perché poi poggia su un metodo fatto di audio carpiti, di pedinamenti in video, di sottopancia che strillano ‘esclusivo’. Non è questo che certifica il giornalismo d’inchiesta. E’ invece una esibizione volgare di mezzi non sempre trasparenti che ora sta crollando.»
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Giacomo Amadori, Un altro faccendiere alla corte di Ranucci, in «Libero», 12 agosto 2026. «A novembre il giornalista ha convinto la Procura di Roma a sentire come testimone un’altra sua fonte dal passato oscuro, il sessantottenne romano Marco Bernardini, l’ex informatore del Sisde (i vecchi servizi segreti interni) condannato in via definitiva a 5 anni e 8 mesi per i dossieraggi illegali Telecom (le contestazioni iniziali andavano dalla rivelazione di segreto di Stato all’associazione per delinquere, dalla corruzione all’accesso abusivo). Erano i tempi della Security guidata da Giuliano Tavaroli, che confezionò report illeciti su circa 5.000 personalità (politici, imprenditori, giornalisti, uomini della finanza e anche uomini dello sport), senza andare troppo per il sottile. La squadretta non usava solo hacker per spiare gli obiettivi, ma anche investigatori privati. Tra questi Emanuele Cipriani e Bernardini, che, al contrario di altri coindagati, non sono stati salvati dalla prescrizione. (...) Bernardini è diventato un affidabile «consulente» di Report. Al punto tale, che dopo l’attentato a casa sua, Ranucci lo ha spedito in Procura per quello che, oggi, appare come un chiaro depistaggio investigativo. All’inizio del verbale si legge: «Il signor Bernardini si presenta spontaneamente a seguito di contatti intercorsi per le vie brevi (a voce, ndr) tra il procuratore della Repubblica di Roma (Franco Lo Voi, ndr) e il giornalista Sigfrido Ranucci, dove quest’ultimo ha indicato Bernardini quale persona che potrebbe riferire circostanze utili in relazione all’attentato subito dal dottor Ranucci nello scorso mese di ottobre». Nella sua prima risposta, Bernardini svela il legame con il conduttore, che si sarebbe rivolto all’investigatore per scoprire se fosse «spiato»: «Quest’estate ho incontrato Ranucci, in quanto aveva dei problemi e mi ha chiesto se potevo interessarmi per sapere se in qualche modo era ascoltato o pedinato da qualcuno. Questo sulla base delle mie pregresse conoscenze ed esperienze personali e professionali». Quindi Ranucci non solo era un «amico fraterno» del pluripregiudicato Lavitola, presunto mandante dell’ordigno esploso davanti a casa del giornalista, ma, non sentendosi al sicuro, si era rivolto a un soggetto come Bernardini, anziché alle forze dell’ordine. Da questo momento in poi l’ex fonte dei servizi segreti, davanti ai pm, descrive scenari inquietanti e prende di mira in particolare il vicedirettore dell’Aisi Carlo De Donno, mentre difende Giuseppe Del Deo, che al contrario di De Donno è finito indagato nell’inchiesta sulla cosiddetta Squadra Fiore, un’agenzia investigativa privata composta anche da ex 007 infedeli. (...) gli inquirenti sembrano più interessati a raccogliere notizie su Deldeo, ma Bernardini, nel suo verbale, descrive l’ex vicedirettore dei Servizi interni come una vittima: «So solo che quando la Meloni non voleva più la scorta dell’Aisi dovevano trovare un capro espiatorio per le attività illegali di monitoraggio che verosimilmente compivano ai danni del premier e, quindi, lo hanno accompagnato alla porta. Anche Luca, il giornalista che mi ha intervistato (in realtà Giorgio Mottola, ndr), so che ha contattato Del Deo, ma quest’ultimo si è rifiutato di parlare». Le toghe tentano di scucire al testimone qualche notizia sulla Squadra Fiore e Bernardini non dà loro soddisfazione (...)». Toh!, Del Deo, colui che faceva "casini" con il Vaticano....!
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Andrea Paganini (Facebook, 12 agosto 2026): «SONDAGGIO: Alzi la mano chi non ha mai dimenticato il cellulare nella propria automobile. DOMANDA ESISTENZIALE (per l'esistenza dei corpi): Ecco, signor Lavitola, se – come lei dice e come emerge dalle indagini – con il suo pseudo attentato lei non aveva alcuna intenzione di fare del male a nessuno, ci spieghi: come si è premurato di assicurarsi che né Sigfrido Ranucci né qualche suo familiare avesse dimenticato il cellulare (o uno zaino, o un libro...) in macchina e non fosse andato a prenderlo proprio nel preciso momento dell'esplosione? O che non vi fossero altre persone attorno a quelle automobili in quel preciso momento? DOMANDA ESISTENZIALE (per l'esistenza dell'anima): Lei, signor Lavitola, si rende conto del capitale di fiducia che ha polverizzato con quella bomba, ma soprattutto con i suoi inganni? Le menzogne e le calunnie distruggono la fiducia fra le persone e impediscono la convivenza umana. Anche le calunnie diffuse da Report».
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Giuliano Foschini, "Pressioni di Lavitola anche sulle inchieste tv". Il giornalista: non è vero, in «La Repubblica», 12 agosto 2026. Ma com'è piccolo il mondo! A chi si rivolgeva Sigfrido Ranucci, il diffusore delle calunnie contro il card. Becciu, per denunciare un caso di spionaggio di cui lui sarebbe stato vittima? A Giuseppe Pignatone! Giuseppe Pignantone, vale a dire il giudice del Vaticano che non ha mosso un ciglio per condannare le operazioni di spionaggio e dossieraggio illeciti – commissionate da chi, dentro il Vaticano? – compiute da Pasquale Striano in uno stato estero, contro un uomo innocente, il card. Becciu, che lui stesso – Pignatone! – doveva giudicare. E che ha poi condannato senza un briciolo di prova. Giuseppe Pignatone, il giudice ricattabile indagato per favoreggiametno alla mafia! PS Piccola domanda: ma a quando risalirebbe la denuncia di Ranucci? Perché se la cronologia non inganna (a quanto pare Lavitola entrava in Rai a partire dal 2019), Pignatone non era più procuratore di Roma, ma stava entrando in carica come giudice in Vaticano...!
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Quelle "bombe mediatiche" confezionate al fine di manipolare un intero popolo! Simili alla bomba mediatica confezionata da Report per diffondere calunnie e crocifiggere l'innocente card. Becciu.
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LA MESSIN(S)CENA. SOPRA: Sigfrido Ranucci a cena con il suo "amico fraterno" Valter Lavitola, appena arrestato quale presunto mandante dello (pseudo)attentato allo stesso Ranucci; a tavola con loro un monsignore, tifoso del card. Parolin, parla del "caso Becciu". SOTTO: Nicola Giampaolo, la fonte di Sigfrido Ranucci condannata a tre anni e mezzo per calunnia contro il card. Becciu, a tavola con il suo amico Lele Mora. Ma che belle compagnie!
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Giancarlo Cavalleri, L'arresto di Lavitola potrebbe contribuire a fare chiarezza sull'attentato a Ranucci, nuovo mistero italiano, in «Faro di Roma», 10 agosto 2026. «Ma difendere il giornalismo significa anche pretendere che l’informazione sia rigorosa nella selezione delle fonti, nella verifica delle testimonianze e nella distinzione tra fatti accertati, ipotesi investigative e ricostruzioni personali. Ed è qui che il caso assume un secondo profilo, che non dovrebbe essere oscurato dalla gravità dell’attentato. La vicenda Lavitola pone infatti interrogativi sui rapporti che nel tempo si sono sviluppati tra il conduttore di Report e l’ex editore e faccendiere. Non si tratta di sostenere che una relazione personale o professionale dimostri automaticamente un comportamento illecito: sarebbe un salto logico e giudiziario del tutto ingiustificato. Ma è legittimo chiedersi se un giornalista che costruisce parte della propria attività investigativa attraverso fonti e interlocutori controversi abbia il dovere di rendere particolarmente trasparenti quei rapporti. Il problema non è avere fonti discutibili. Un giornalista d’inchiesta, per definizione, può dover parlare con persone coinvolte in vicende giudiziarie, ambienti criminali, apparati politici o mondi opachi. Il problema nasce quando la fonte rischia di diventare contemporaneamente interlocutore, collaboratore, mediatore o soggetto con interessi propri. Su questo punto sono emerse negli ultimi mesi notizie che meritano attenzione. Secondo quanto riportato da diverse testate, la Rai ha sottoposto a verifica i rapporti tra Ranucci e Lavitola e le circostanze nelle quali alcune informazioni sono state raccolte. Sono stati inoltre riferiti accertamenti su contatti e materiali acquisiti nell’ambito dell’inchiesta. La questione appare ancora più delicata perché Report non è un normale programma televisivo privato. È una trasmissione del servizio pubblico. Di conseguenza, agli standard professionali del giornalismo si aggiunge una responsabilità particolare nei confronti dei cittadini che finanziano il servizio radiotelevisivo pubblico. Non significa chiedere censura o limitare l’autonomia di Ranucci. Significa esattamente il contrario: pretendere un giornalismo talmente solido da poter resistere anche alla verifica più severa. La libertà di stampa, infatti, non coincide con l’immunità dalla critica. Un giornalista deve poter indagare sui potenti, ma deve anche accettare che vengano esaminati i suoi metodi, le sue fonti e i suoi eventuali rapporti con gli interlocutori. L’indipendenza giornalistica non è soltanto libertà dalle pressioni politiche o economiche: è anche capacità di mantenere una distanza professionale dalle proprie fonti. (...) Un’inchiesta non diventa più autorevole soltanto perché rivela qualcosa di clamoroso. Diventa autorevole quando le fonti sono controllate, gli interlocutori scelti con criteri trasparenti, le accuse documentate e il contraddittorio garantito.»
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Filippo Di Giacomo, È tempo di rivoluzione per i media vaticani, in «La Repubblica», 7 agosto 2026. «... un pettegolo e malevolo topolino che intristisce la vita della Chiesa e delle centinaia di professionisti del dicastero che sperano di poter lavorare per il Papa e per l'evangelizzazione.» Beh, negli ultimi sei anni certamente abbiamo assistito al fallimento completo del "giornalismo cattolico", che non ha saputo né dire la verità, né rispettare le persone, ma solo asservirsi supinamente, vigliaccamente e clericalmente alla menzogna. Il giornalismo – fatte salve pochissime e nobilissime eccezioni – non serve la verità, ma la manipolazione, la lusinga, la menzogna, la calunnia. Un servilismo che entrerà nella storia per la mancanza di spina dorsale. Manca il coraggio della verità. La stampa cattolica, per esempio, non ha ancora detto adesso che il giudice del Vaticano è indagato per favoreggiamento alla mafia (da due anni!), e quindi era ricattabile quando ha condannato un innocente senza un briciolo di prova. Che vigliaccheria! Una macchia indelebile sulla storia della Chiesa! Ah se solo vi fossero stati giornalisti con la schiena dritta, liberi e forti!
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Giovanni M. Jacobazzi, Che fine ha fatto il «verminaio»? L'inchiesta sui dossieraggi rischia di finire in archivio, in «Il Riformista», 7 agosto 2026. Vi ricordate di Pasquale Striano, il finanziere dell'antimafia che operò illecitamente per incastrare persone innocenti? Chi erano i suoi mandanti in Vaticano? Magari gli stessi che hanno millantato di voler indagare su di lui? Uno scandalo eterno! E adesso vogliono insabbiare? Troppi poteri forte in gioco?
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«Io non perdono e tocco. Cirano.»
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Marco Bonet, Ranucci e il metodo Report, i tamponi rapidi per il Covid e l'esposto di Crisanti. Tutta la verità del dottor Rigoli: «Mio padre è morto prima che mi fosse restituita la dignità», in «Corriere della Sera», 6 agosto 2026. Toh! E da dove arrivavano le bufale e le calunnie per far fuori un innocente? «Report è una trasmissione bellissima, finché non parla di qualcosa che conosci. O non ci finisci in mezzo. Mandarono in onda la puntata, che guarda caso aveva tra gli autori proprio il giornalista autore degli articoli sull’Espresso, qualche giorno prima dell’udienza preliminare in cui si doveva decidere sul mio rinvio a giudizio. Rinvio che, nel montare dell’indignazione generale, puntualmente arrivò.» Dall'«Espresso» e da Report, esattamente come nel caso Becciu.
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La comunicazione promuova il bene comune dell'umanità, in «L'Osservatore Romano», 4 agosto 2026. Papa Leone XIV sollecita i giornalisti e i comunicatori a trovare «modalità per promuovere strategie e strumenti di comunicazione ispirati alla ricerca della verità e al rispetto della dignità umana» (Messaggio a Signis, 4 agosto 2026). Praticamente il contrario di ciò che hanno fatto i media – cattolici e no – del mondo intero, bugiardi, servili e calunniosi, nel "caso Becciu".
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Matteo Carnieletto, Metodo Report: via la cronista se non accusa la sanità privata, in «La Verità», 2 agosto 2026. Sul "metodo Report": «Il servizo», prosegue la fonte, «è talmente aderente ai fatti, ma non rispondente all'obiettivo di Report, da essere cestinato. La trasmissione manda infatti in onda esclusivamente un'intervista a un sindacalista di Bergamo che dice che gli ospedali del gruppo San Raffaele e San Donato non avevano gestito in modo adeguato il Covid; lo trovammo vergognoso», ci dicono. Medici sottratti al proprio lavoro, tutto il girato buttato via. «E questo perché volevano dimostrare unicamente la loro tesi». Ecco questo mi risveglia un ricordo legato all'"inchiesta" di Report presso la Diocesi di Ozieri, inchiesta montata ad arte per incastrare l'innocente card. Becciu. Il vescovo di Ozieri, mons. Corrado Melis, aveva poi rivelato un particolare inedito: «il buon Giorgio Mottola di Report è venuto da me per un’intervista dove io dichiaravo, documenti alla mano, la trasparenza assoluta di ogni centesimo passato dalla CEI e dalla Carità del Papa (Obolo di San Pietro) alle attività della Caritas diocesana con regolari domande e certamente l’interessamento anche (ripeto: “anche”) del Sostituto alla Segreteria di Stato mons. Becciu. Peccato che quell’intervista andasse contromano rispetto al senso di marcia che era stato assegnato (presumo dai vertici!) al servizio di Report e che la “scappatella” infedele di Mottola si sia risolta in un "il Vescovo di Ozieri conferma ciò che afferma Becciu"». Ecco servita un’altra distorsione dei fatti: i giornalisti privi di deontologia professionale procedono in modo selettivo: non cercano la verità, ma solo conferme – oltretutto taroccate – alle loro tesi; quando invece trovano smentite, allora sorvolano, ignorano, tagliano. E così la trasmissione di Ranucci, con accuse pretestuose e infondate sintomi di un vero "metodo Report", è precipitata al livello della Chaouqui, che pure aveva sgamato nella puntata dell’11 gennaio 2021!
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Salvo Sottile, Giornalismo, nuovi modelli. Piccoli Ranucci crescono, in «Buttanissima», 1° agosto 2026. «rappresenta l’archetipo del peggiore giornalismo che abbiamo costruito negli ultimi anni. Quello che vive di apparenze, che se non trova la notizia se la fabbrica, se la cuce su misura, in un gioco di specchi che costringe gli altri, lettori o telespettatori, a confondere la condizione del cronista con la veridicità del suo racconto. Quella del giornalista in pericolo , che vive nel confine tra la vita e la morte, è una narrazione seducente. Anche perché funziona benissimo in televisione e sopratutto richiede molta meno fatica. (...) Negli ultimi anni abbiamo costruito la figura del cronista intoccabile. Quello che, siccome è sotto scorta, sembra automaticamente sottratto a qualsiasi domanda. Guai a discutere un suo servizio. Guai a mettere in dubbio una sua ricostruzione. Guai perfino a osservare le sue frequentazioni. Diventi subito un nemico della libertà di stampa, quello che costruisce o alimenta campagne di odio o di fango. È un modello che ha trovato in Sigfrido Ranucci il suo interprete più famoso. Un giornalista trasformato in simbolo, circondato da un’aura di intoccabilità che negli ultimi mesi, tra polemiche e interrogativi sulle frequentazioni e sul rapporto con alcune fonti, ha cominciato a mostrare qualche crepa. Non significa riscrivere la sua storia professionale. Significa ricordare una regola semplice: nessun giornalista dovrebbe essere esentato dalle domande che lui stesso pone agli altri. Non può esistere soprattutto una doppia morale. (...) A volte ho la sensazione che abbiamo confuso il coraggio con la popolarità, la scorta con l’autorevolezza, l’eco mediatica con la credibilità. E invece la credibilità nasce da tutt’altro. Nasce quando una notizia resiste alle verifiche. Quando un’inchiesta sopravvive ai processi. Quando il cronista accetta di essere giudicato con lo stesso rigore che pretende per politici, magistrati e imprenditori.»
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Gian Guido Vecchi, Prevost firma la nuova Costituzione. Via la parte teocratica di Bergoglio, «Ha ricucito uno strappo che era senza precedenti. Si torna allo spirito del 1929» Lo storico Vian: inaudita la precedente configurazione, in «Corriere della Sera», 1° agosto 2026. «L'État c'est moi» e «Deus lo vult»! Quando il potere di un uomo diventa teocrazia statale assoluta... Papa Francesco – certo mal consigliato dal solito cerchio magico che lo ha fatto precipitare in una trappola diabolica – aveva esplicitamente collegato in modo del tutto inedito – nella "Costituzione" del Vaticano emanata nel 2023 – il potere temporale del Papa (legislativo, esecutivo, giudiziario) alla volontà di Dio, al mandato di Cristo, al "munus" petrino". Come se Pietro fosse stato un Capo di Stato! E come se Pietro – uomo come tutti – non avesse sbagliato miseramente. O come se anche gli sbagli, gli inganni, i raggiri, le trappole sulle cose terrene... – sbagli che possono portare alla crocifissione di un innocente, come abbiamo visto – rientrassero costitutivamente nel piano di Dio. Assurdo! «La Legge fondamentale di Francesco delineava una configurazione teocratica dello Stato inaudita. Il che spiega la durata effimera del suo testo: il canonista Prevost, non a caso, vi ha posto subito rimedio. (...) Certo, resta il problema della divisione dei poteri. Il Vaticano assicura le garanzie giudiziarie... Ma il problema c'è. Lo si è visto con il cosiddetto processo Becciu: se il Papa riassume in sé tutti i poteri, non esiste un'autonomia reale, è impossibile. Per questo dal '29, i predecessori di Francesco si sono ben guardati dall'usare il Tribunale dello Stato per processi importanti». (Giovanni Maria Vian). Nella mia lettera del marzo 2023 a papa Francesco, rendevo attento a un corto circuito pericolosissimo: il Papa – imbrogliato come in questo caso, ma anche se non fosse stato imbrogliato – è un essere umano e in quanto tale sbaglia. Se poi il Papa, in un processo, è l'Accusatore e al contempo il Magistrato supremo, beh, torniamo alle crocifissioni, anche di innocenti. Sveglia! C'è un uomo innocente appeso alla croce! Anche in portoghese.
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D.F.C., La nuova Legge fondamentale di Leone XIV: che cosa cambia in Vaticano, in «Silere non possum», 31 luglio 2026. «Il coraggio di Leone XIV dovrà misurarsi anzitutto sulla nomina di un nuovo Promotore di Giustizia: una figura sulla quale non gravino ombre, dotata di reale conoscenza della Chiesa e di competenze solide nel diritto vaticano e canonico. Dopo quanto accaduto, non sono più ammissibili soluzioni di continuità, compromessi interni o nomine dettate da appartenenze e protezioni.»
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Sergio Mattarella, 30 luglio 2026: «Non si adatti la legge ai singoli casi. Sarebbe l’abdicazione dello Stato». Quello si fa solo in Vaticano, dove il Legislatore – in barba al principio "La legge è uguale per tutti" – scrive "rescripta" ad personam e li mantiene segreti (leggi che non si possono... leggere). E per incastrare un innocente. Scandaloso.
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Caso Rupnik: «¿Cómo se puede ser creíbles en un proceso en el que las víctimas no saben ni los nombres de los jueces?», in «Infovaticana», 30 luglio 2026. «El marasmo al que sometió el Papa Francisco a la administración de justicia en la Iglesia está dinamitando la confianza de los fieles. Desde la concepción bananera del derecho procesal en el que se iban inventando normas sobre la marcha como con Becciu a la violación de los más mínimos derechos fundamentales de cualquier acusado y que simplemente no son reclamables porque el Vaticano no ha firmado el tratado de DDHH. La labor que tiene León XIV por delante, como Papa y como canonista, es titánica en lo material y muy difícil en lo sentimental porque muchas de las tropelías afectan directamente a su predecesor. Las primeras actuaciones en varios casos heredados han levantado algo de esperanza.»
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Rita Cavallaro, Le scomode verità che emergono dalle indagini sugli attentati contro Ranucci e Cappellari, in «Il Giornale», 30 luglio 2026. Sulla mancanza di deontologia professionale di Report e co. Fari Pad (Facebook 31 luglio 2026): «Il bluff attorno a Report: quando tre indizi fanno una prova (Agatha Cristie). Attorno alla trasmissione e alle figure di Ranucci e Cappellari si sta sgretolando una narrazione. Le indagini e le sentenze disegnano un quadro ben diverso dal martirio giornalistico: 1. La realtà manipolata (I finti attentati): L'ipotesi investigativa che le minacce non siano un attacco alla stampa, ma invece pare che sia una farsa costruite ad arte per fare vittimismo e cercare visibilità- oppure per proiettare Ranucci come protagonista in un palcoscenico politico? 2. Le frequentazioni ambigue (Il caso Lavitola - indagato): I contatti e le trame sotto indagine con personaggi spregiudicati come Valter Lavitola. Quando l'inchiesta frequenta i faccendieri, il confine tra informazione e dossieraggio scompare. 3. La cassa di risonanza ai calunniatori (Il caso Becciu): Un fatto già accertato. L'aver dato spazio e credibilità a Giampaolo, poi condannato dal Tribunale Vaticano per aver calunniato il Cardinale Becciu. La conclusione è semplice: finti martiri, relazioni opache e calunnie certificate spacciate per scoop. Il servizio pubblico non è sopra la legge né esente da critiche. Chi paga il canone merita giornalismo vero e rigore, non veleni e "farse"- pare imbastite a tavolino?»
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Andrea Paganini (Facebook, 27 luglio 2026): «Esattamente cinque anni fa, il 27 luglio 2021, iniziava il processo più assurdo e grottesco della storia. Cosa ha ottenuto l'accusa in cinque volte 365 giorni di persecuzione mediatico-giudiziaria? Un buco nell'acqua. E una sentenza di primo grado senza un briciolo di prova, emessa da un giudice ricattabile e indagato per favoreggiamento alla mafia; sentenza ormai dichiarata praticamente nulla dalla Corte d'Appello, perché il processo non ha rispettato i requisiti minimi di rispetto dei diritti umani alla difesa: i promotori di (in)giustizia – disobbedendo agli ordini di cinque anni fa – hanno nascosto le prove decisive, che potevano tornare utili agli imputati, a proprio piacimento, e inoltre papa Francesco ha firmato delle leggi ad hoc (altro che "La legge è uguale per tutti"!) mantenute segrete (leggi che non si possono leggere!). Non è che l'opinione pubblica mondiale – e lo stesso Papa – sia stata vittima di un'opera di distrazione di massa, anzi di diffamazione e di calunnia, di cui è diventata compice, ai danni di un capro espiatorio innocente? E intanto un innocente è ancora appeso alla croce. PS: Il Papa, dopo un anno di processo, diceva: "La Chiesa guarisca, non si difenda dalla verità". E invece... che orrore e che macchia sulla storia della Chiesa!»
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Gian Domenico Caiazza, Il metodo Ranucci davanti allo specchio dei propri errori, in «Il Foglio», 27 luglio 2026. «... facciamo tutti un tifo sfrenato perché queste querele ranucciane centrino l’obiettivo: smascherare le fonti della illecita fuga di notizie investigative. Sarebbe, diciamoci la verità, la prima volta, non ci risultano precedenti. E’ un reato abrogato de facto, nel senso che le indagini sulle possibili gole profonde nemmeno vengono mai avviate dalle competenti procure (e sì che sarebbero investigazioni molto semplici, la cerchia dei sospettati sarebbe naturalmente ristrettissima). Ma non siamo né gelosi né invidiosi, anzi! La scoperta e la condanna, per la prima volta, delle fonti che hanno consegnato a organi di stampa copie di atti investigativi coperti da segreto, per mano del comandante in capo del giornalismo investigativo italiano, beh, concedetemelo, sarebbe un evento di travolgente, impagabile bellezza.» E che dire delle "fonti investigative" (zeppe di bufale) fatte uscire all'"Espresso" da dentro il Vaticano? Uno schifo!
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Martino Villosio, De Gregorio: "Lavitola portatore di guai", in «TG1», Rai1, 27 luglio 2026. Il TG1 di stasera sui contatti opachi di Sigfrido Ranucci, da Lavitola a De Gregorio; quest'ultimo esaltato da Nicola Giampaolo, il testimone farlocca – calunnioso – di Ranucci.
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Andrea Paganini (Facebook, 27 luglio 2026): «DUE DOMANDINE: 1) Di chi parlava Sigfrido Ranucci nell'ormai famoso audio mandato a Valentina Pelliccia, uscito in questi giorni? Di Antonello Montante, condannato in via definitiva per corruzione e per aver gestito un sistema di spionaggio e dossieraggio. 2) Quale nome emerge dall'agenda di Montante? Quello di Giuseppe Pignatone, il giudice vaticano che ha condannato un innocente in un processo farsa e che ora è indagato per favoreggiamento alla mafia.»
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L'ex amico Sergio De Gregorio: "Lavitola? Affascinante ma porta guai, povero Ranucci...", in «Adnkronos», 26 luglio 2026. Mestatori nel torbido e gente esperta nel metter(si) nei guai. RANUCCI incontra Lavitola. LAVITOLA incontra De Gregorio. DE GREGORIO incontra Giampaolo. GIAMPAOLO incontra Ranucci per diffondere calunnie su Report.
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Report e il Vaticano, chi ha mentito?, in Franco Zanghi (FB), 25 luglio 2026. «Quando una fonte televisiva viene condannata per calunnia in due gradi di giudizio, il programma che l'ha trasmessa ha il dovere di tornare sull'argomento?» (Vale per Report, come vale per la Rsi) È un contributo creato solo con l'IA, ma le informazioni sono corrette.
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Antonella Baccaro, Caso Ranucci, il giallo sull'ex senatore De Gregorio: Report non lo ascoltò su Lavitola, in «Corriere della Sera», 25 luglio 2026. AMICIZIE CREDIBILI. Toh! Proprio quel De Gregorio incontrato dal calunniatore del card. Becciu, Nicola Giampaolo, scelto da Ranucci come testimone (poi condannato per calunnia)! Com'è piccolo il mondo!
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Ginevra Leganza, “Ranucci ha riabilitato l’amicizia con i massoni”, dice il gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, in «Il Foglio», 25 luglio 2026. «Maestro, vi fa piacere se, nel profondo, Ranucci vi è amico? “Non ci dispiace. Ma nemmeno gli chiediamo di esserlo. Però sa, tutto questo è soltanto un riflesso del nostro magnifico paese”». Sull'amico fraterno del massone Lavitola che ha «riabilitato l'amicizia con i massoni», il vicedirettore della Rai.
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Serena Riformato, "In Rai mafia e massoni", nuova bufera su Ranucci. La destra: ora chiarisca, in «La Repubblica», 25 luglio 2026. «Affermazioni pesantissime fatte da un dirigente contro la sua stessa azienda, che gettano ombre inquietanti» sulla tv pubblica. E poi ancora: «O Ranucci esce allo scoperto e denuncia pubblicamente la presenza della massoneria e della criminalità organizza in Rai oppure l'azienda deve tutelarsi da queste accuse infamanti e gravemente lesive della sua immagine, intervenendo contro il conduttore». (...) «Il suo metodo è sempre quello dell'allusione generalizzata che, del resto, impiega abbondantemente nella sua attività televisiva». Allusioni, insinuazioni.
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Ranucci: «In Rai un po' di mafia e massoneria», in «La Verità», 25 luglio 2026. Toh! E pensare che quando getta fango sulla Chiesa, diffondendo calunnie assurde contro un innocente, millanta di farlo in quanto "cattolico", questo amico fratermo del massone Lavitola, vicedirettoe della Rai.
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Aldo Torchiaro, Il caso Ranucci-Lavitola-Becciu così il Vaticano entra nell'inchiesta, in «Il Riformista», 24 luglio 2026. Anche in pdf. 24 settembre 2020-24 luglio 2026: 70 mesi di persecuzione di un innocente. Ma comincia a emergere la verità anche su «Il Riformista»? «La vicenda giudiziaria che ha interessato il cardinale Becciu è stata caratterizzata da una rappresentazione mediatica di stampo colpevolista. Nell’ambito di tale narrazione si sono inseriti anche alcuni servizi di Report, rispetto ai quali sono state proposte due querele nell’interesse del cardinale Becciu», sottolineano gli avvocati Fabio Viglione e Laura Finiti. «Una nel 2021 e una più recente, nel 2025. Ad oggi non ci risulta che siano state archiviate e non ci è stato notificato alcun provvedimento definitivo». Il nodo più delicato riguarda Nicola Giampaolo, intervistato da Mottola nel 2021 sulle cause di beatificazione. «Giampaolo rivolse al cardinale accuse gravissime, parlando di una presunta richiesta di denaro collegata a una causa di beatificazione. Successivamente, convocato nell’Ufficio del Promotore di Giustizia vaticano riproponendo sostanzialmente la stessa versione dei fatti, gli venne contestato il reato di calunnia per il quale è stato condannato». La condanna a tre anni e sei mesi, pronunciata nell’ottobre 2025, è stata confermata in appello il 26 giugno 2026. «Giampaolo è stato inoltre condannato a risarcire al cardinale quindicimila euro, oltre alle spese legali. L’imputato ha proposto ricorso ma attualmente registriamo due sentenze conformi, una del Tribunale e l’altra della Corte di Appello vaticana, che lo hanno condannato per calunnia in danno del cardinale Becciu. Nel procedimento vaticano è stata acquisita e trascritta anche la puntata di Report nella quale quelle accuse erano state formulate».
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Fabrizio Caccia, «So qual è il movente», «gli sputerei in faccia» il «codice» di Lavitola tra messaggi e interviste, in «Corriere della Sera», 22 luglio 2026. «Se il racconto è vero, la domanda è inevitabile: come può Ranucci entrare a gamba tesa in un’inchiesta della Dda e parlare per due ore con il principale indagato? Ne ha poi riferito agli inquirenti? Oppure il conduttore è legibus solutus, libero di interrogare da casa propria gli indagati e di tenere per sé ogni informazione potenzialmente utile alle indagini? E ancora: da quale utenza ha chiamato Lavitola, considerando che durante la perquisizione gli erano stati sequestrati tre telefoni e altri dispositivi? La conversazione è stata intercettata o acquisita dagli inquirenti? Quali informazioni sono state scambiate? Sono domande che riguardano la tutela dell’indagine, la correttezza dei comportamenti e la credibilità del Servizio pubblico. (...) Avverte l’ex senatore del Pd Stefano Esposito: "Ranucci, dopo la standing ovation ricevuta dall’assemblea dell’Anm, non verrà mai inquisito né condannato da alcuna procura o tribunale italiano". Una previsione tranchant. Ma non è detto che il clima intorno al conduttore di Report resti generosamente amichevole ancora a lungo.»
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Alessandro Diddi, Roggero, Moretti, Castellucci e Minetti: i cittadini non capiscono più`questa giustizia..., in «Il Dubbio», 21 luglio 2026. Scandalizza che da quel pulpito parli Alessandro Diddi, il promotore di (in)giustizia vaticano che ha infilato una serie infinita di sbagli, omissioni, cantonate, "omissis", incompetenze... Nel caso migliore; perché pare che vi siano anche connivenze, omertà, complicità e peggio. E tutto per condannare in maniera brutale un uomo innocente. Vergogna infinita per il Vaticano e per la Chiesa tutta. La verità ci farà liberi, non la gogna o la più bestiale "opinione pubblica", seguita e alimentata da Diddi. Diddi pagherà mai i suoi debiti?
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Parolin condanna l'attentato a Ranucci: "Fonte di grande preoccupazione, rischiamo clima di intolleranza", in «L'Espresso», 21 ottobre 2025. E intanto, mentre nei giorni del Conclave Sigfrido Ranucci promuoveva con Report l'immagine di Pietro Parolin... Pietro Parolin condannava – sull'Espresso! – lo "pseudo attentato" (si capirà nell'estate 2026) a Sigfrido Ranucci.
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Chiara Colosimo e Piero Sansonetti a «Filorosso» di Antoniono Monteleone, 20 luglio 2026. Diteci almeno la verità storica sul "nido di vipere" nella Procura di Palermo e sul'omicidio di Paolo Borsellino! Chiara Colosimo e Piero Sansonetti a "Filorosso" di Antonino Monteleone, ieri sera. Sul giudice Giuseppe Pignatone (allora alla Procura di Palermo), che ha condannato un innocente in un processo farsa in Vaticano, nel frattempo indagato per favoreggiamento alla mafia – connivente? – e già da allora ricattabile.
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Felice Manti, I veri mandanti e i finti amici di Borsellino, in «Il Giornale», 19 luglio 2026. «C'è una verità indicibile dietro le accuse di favoreggiamento alla mafia che hanno compromesso la storia e la credibilità della Procura di Palermo e dei suoi più autorevoli componenti, finiti anche in Parlamento come l'ex Pg Roberto Scarpinato, pizzicato a concordare l'audizione a Palazzo San Macuto con Gioacchino Natoli ("Dobbiamo sotterrarli di carte", dicevano al telefono) o come l'ex procuratore Giuseppe Pignatone, in affari con quella borghesia mafiosa che potrebbe aver confezionato il tritolo, rimasta quasi indisturbata.»
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Borsellino, 34 anni senza verità: le indagini non si fermano, in «Grandangolo Agrigento», 19 luglio 2026. «Rimane aperto il fascicolo a carico degli ex magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento a Cosa nostra per aver contribuito, secondo i pm, a insabbiare, nei primi anni Novanta, una tranche dell’inchiesta mafia e appalti. L’accusa sostiene che nel 1992, su presunto input dell’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco, Pignatone avrebbe istigato Natoli e l’allora capitano della Guardia di Finanza Stefano Screpanti a condurre un’indagine apparente. Accuse respinte dai due magistrati.»
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Antonella Baccaro, Applausi e comizi comuni. Quei rapporti «stretti» tra Report e i 5 Stelle, in «Corriere della Sera», 19 luglio 2026. E, insieme a Sigfrido Ranucci che ha diffuso calunnie contro l'innocente Becciu, rispuntano 1) Federico Cafiero De Raho, il superiore di Pasquale Striano, colui che effettuò le operazioni illecite per incastrare l'innocente Becciu; e 2) Roberto Scarpinato, l'amico di Gioacchino Natoli, indagato per favoreggimento alla mafia insieme a Giuseppe Pignatone (il cui fanclub osanna Ranucci), il giudice vaticano che, in un processo già dichiarato taroccato perché non rispettoso dei diritti della difesa, ha condannato l'innocente Becciu. Il tutto mentre, nell'anniversario della strage di Via D'Amelio, i figli di Paolo Borsellino devono difendersi da attacchi osceni. Pure coincidenze?
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Michele Zanzucchi, Caso "Report" e giornalismo d'inchiesta, in «Città Nuova», 17 luglio 2026. «E non manca neppure chi nota come lo scandalo sia scoppiato all’indomani della sentenza che sconfessava le inchieste di Report a proposito del caso Becciu, che Ranucci aveva impudentemente attaccato. (...) L’ardua operazione-verità che è l’identità stessa del giornalismo d’inchiesta è stata ulteriormente affossata dall’atteggiamento di tanti, troppi giornalisti, che considerano le semplici ipotesi già come verità. Così l’AI prende il posto della verifica rigorosa, accontentandosi di avvelenare i pozzi delle informazioni o di offrire banalità indigeste. Sono ormai purtroppo numerosi i casi in cui anche stampa e tv, senza dimenticare la radio, e il web fanno a meno di verificare le parole e i fatti, e presentano come verità dei puzzle inesplicati di notizie non diligentemente investigate, talvolta pure accompagnandole con illegittime estrapolazioni di dati e fatti.»
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Andrea Ossino e Giuseppe Scarpa, Caso Ranucci, per gli attentatori del giornalista era pronto l'avvocato di Lavitola, in «La Repubblica», 16 luglio 2026. «C’era una strategia precostituita: un difensore individuato in anticipo che – per assurdo – adesso diventa un punto di collegamento tra tutti i protagonisti di questa storia. Perché tutti - era l’indicazione - avrebbero dovuto rivolgersi a lui. È Sergio Cola, principe del foro ed ex parlamentare di An. (...) Ma oggi questo particolare assume un peso ulteriore. Perché l’avvocato a cui avrebbero dovuto rivolgersi gli uomini del commando era stato suggerito dall’intermediario ed è lo stesso che adesso assiste Valter Lavitola, il faccendiere accusato di essere il mandante dell’attentato. Tutto era stato predisposto prima degli arresti e delle perquisizioni. (...) La scelta del legale «non rispondeva a una libera determinazione degli indagati», è la frase chiave. Nelle conversazioni captate anche il costo dell’assistenza legale risulta già risolto. «Viene pagato da quelli là». Lo definiscono «il più forte di Napoli». Negli anni ha patrocinato colletti bianchi ed esponenti della criminalità organizzata, compresi appartenenti al clan Russo, lo stesso per cui lavorava Gomes Clesio Tavares, incaricato del recupero crediti mediante intimidazione e violenza. Ma il reticolo predisposto, secondo la procura, va oltre la scelta del difensore. Comprende una linea difensiva già confezionata. In caso di arresto gli esecutori materiali avrebbero dovuto dire di essere stati incaricati da un albanese conosciuto a Ostia nell’ambito di traffici di droga. (...) «Ci sono anche dei politici di mezzo, conviene mettersi d’accordo». (...) Alla fine le indagini hanno ricostruito un quadro lineare: gli esecutori venuti dall’Irpinia, l’intermediario scappato in Africa e il mandante: Valter Lavitola. Con una struttura che, ben prima dell’intervento dell’autorità giudiziaria, aveva già predisposto ogni segmento della successiva strategia: il difensore, la parola convenzionale e la narrazione da offrire agli investigatori.» MA GUARDA UN PO': COLA E DIDDI, DIDDI E COLA! Forse io dovevo fare il detective. Fatto sta che ora scopro che... Chi è l'avvocato di coloro che, a quanto pare, hanno tramato lo pseudo attentato a Sigfrido Ranucci? Sergio Cola, vale a dire un sodale di Alessandro Diddi, colui che, oltre che avvocato di Lavitola (in passato), è stato ed è tuttora il promotore di (in)giustizia del Vaticano: colui che prima ha accusato il card. Becciu con una montagna di falsità, poi è stato (auto)allontanato dal processo per le sue trame oscure, ma poi rispunta sempre fuori perché continua a essere il promotore di (in)giustizia in Vaticano. Tutto questo mentre Ranucci diffondeva gravi calunnie contro lo stesso Becciu; e poi incontrava regolarmente Lavitola, nel suo ristorante, anche con mons. Gianni Fusco, amico di Parolin! Ma quanto è piccolo il mondo! E tutto si tiene, tutto è collegato! Cola e Diddi, Diddi e Cola!
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Stefano Giordano, Le querele di Ranucci: il "finto attentato", il metodo Report e il diritto di cronaca come il colesterolo, in «Il Riformista», 16 luglio 2026. «Intercettazioni riservate finite sui giornali. Verbali che dovevano restare chiusi. Atti d’indagine dati in pasto ai lettori. Ma non era esattamente questo il «metodo Report»? Non è su questo che il programma prospera da vent’anni, rivendicando ogni volta il sacro diritto di cronaca contro il «bavaglio»? Quando a essere intercettati erano gli altri, era giornalismo d’inchiesta. Ora che le bobine riguardano lui, è violazione del segreto. (...) Il segreto istruttorio o è un valore per tutti, o non lo è per nessuno. Lo aveva capito Beccaria: una giustizia che cambia misura a seconda della persona non è giustizia, è arbitrio.»
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Andrea Paganini, A un amico di Coccia, da Facebook, 16 luglio 2026. Il mio impegno per la verità sul "caso Becciu" è iniziato quando, quasi sei anni fa, ho capito che un famosissimo giornalista del quotidiano dei vescovi italiani, «Avvenire», forse il giornalista più famoso della testata, era amico del sedicente giornalista che ha lanciato su «L'Espresso» la violentissima campagna di diffamazione contro il card. Becciu: Massimiliano Coccia...
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Sante Cavalleri, Giovanni Boscia nominato nuovo direttore generale dello IOR, entrerà in carica il primo ottobre. Esce di scena Mammì che fu all'origine del caso Becciu con un'imporvvida denuncia, in «Faro di Roma», 15 luglio 2026. Bene! Ma c'è quantomeno da dubitare sul fatto che sia stata davvero l'«improvvida segnalazione presentata dallo IOR nel 2019 al promotore di giustizia vaticano» ad avviare l'indagine che avrebbe dato origine al processo marcio in Vaticano.
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Nico Spuntoni, Sigfrido, Parolin e Becciu. Spuntano le trame vaticane, in «Il Giornale», 14 luglio 2026. «Nella conversazione a tavola - ha rivelato - si parlò anche del processo al cardinale Angelo Becciu che pochi mesi dopo sarebbe stato condannato in primo grado dal tribunale vaticano per peculato e truffa. Una sentenza di cui la Corte d'appello ha decretato di recente la nullità relativa. Secondo Fusco a quella cena non seguì un altro incontro con Ranucci (né con Lavitola senior), ma i contatti con il giornalista andarono avanti tramite messaggi.(...) Report aveva dato credito alle parole del postulatore Nicola Giampaolo su una richiesta di 80mila euro fattagli a nome di Becciu per sbloccare la pratica. Ranucci stesso aveva riportato presunte confidenze di postulatori per i quali "il prefetto di allora non poteva non sapere" e lo aveva definito "un vaso di pandora". Ma a ottobre scorso ci ha pensato il tribunale vaticano a dare un duro colpo all'impianto della puntata condannando la fonte di Report a tre anni e sei mesi di reclusione per calunnia. All'epoca della messa in onda, Ranucci sembrava talmente concentrato sulla figura di Becciu che in più interviste volle rimarcare la "coincidenza temporale" tra l'uscita di un dossier contro Report e la loro inchiesta sul cardinale.» PS: la condanna del calunniatore Giampaolo è stata recentemente confermata anche in Appello.
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Rita Cavallaro, Le strane coincidenze con gli accessi abusivi di Striano, in «Il Giornale», 14 luglio 2026. Toh: Striano, Lavitola, Ranucci! Coincidenze? Io, in questi casi, ho imparato a non credere al caso.
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Aldo Rosati, Lo "stalking" di Ranucci e Lavitola: "Reagirono come fossero impazziti", in «Il Tempo», 14 luglio 2026. Torniamo alla fatidica foto. Come nacque? «Ero anche io a cena da Lavitola, con la mia famiglia, nel dehor antistante la vetrata sul salone interno. Riconobbi Ranucci, sempre in compagnia della donna bionda con cui l’avevo visto altre volte, vidi Lavitola che lo cingeva con un braccio, riconobbi Don Gianni Fusco, lo ricollegai alle puntate di Report sul Vaticano, sul caso Becciu. Vidi anche che c’erano due agenti di scorta che mangiavano proprio al tavolo dietro di me. Tenevano d’occhio la situazione, ma io dovevo documentare quella tavolata con foto e video».
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Aldo Grasso, Ranucci e il paradosso di invocare (ora) il segreto: non è questo il "metodo Report"?, in «Corriere della Sera», 14 luglio 2026. «Il paradosso è evidente: chissà che fra quei «soggetti» non vi siano proprio alcune di quelle fonti che in questi anni hanno alimentato il cosiddetto «metodo Report». Quello stile giornalistico, cioè, fatto di insinuazioni, tesi precostituite, audio carpiti («Audio esclusivi venuti in possesso di Report!»), telecamere nascoste, pedinamenti ostentati e un bel po’ di fango spacciato per reportage. Da tempo sosteniamo che, nelle sue inchieste, Ranucci parte spesso da una conclusione già definita e costruisce il racconto per confermarla, invece di lasciare che siano i fatti a determinarne l’esito. (...) Il nodo non è l’uso delle fonti riservate: ogni giornalismo d’inchiesta vive di quelle. Il problema nasce quando il rapporto con la fonte diventa opaco e il metodo si confonde con l’obiettivo. Se per sostenere una tesi si ricorre sistematicamente a strumenti borderline, non è più chiaro se sia il giornalista a governare la fonte o la fonte a governare il giornalista.»
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Per i pm di Roma c'è Lavitola dietro l'attentato a Ranucci, in «Filorosso», con Antonino Monteleone, Rai3, 13 luglio 2026. Sigfrido Ranucci? ... quello che non si pente dell'amicizia con Lavitola. ... quello che anche «in Parlamento ci sono tanti iscritti alla massoneria». ... quello che «ma io non ho collaborato con nessuno». ... quello che «sai quanti amici ha Lavitola?» ... quello che sceglie Lavitola perché è «la scatola nera del Paese, no?»
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Per i pm di Roma c'è Lavitola dietro l'attentato a Ranucci, in «Filorosso», con Antonino Monteleone, Rai3, 13 luglio 2026. Quelli che si incontano a cena da Lavitola. Quelli che sono castigamatti. Quelli che sono faccendieri. Quelli che sono "uomini di Parolin". Quelli che sono "uomini di relazioni". Quelli che parlano del "caso Becciu". Quelli che forniscono tre spiegazioni diverse per quelle cene. Quelli che diffondono calunnie contro un uomo innocente.
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Chi è questo mons. Gianni Fusco, che – attovagliato al ristorante di Valter Lavitola – parlava del "caso Becciu" con quest'ultimo e con Sigfrido Ranucci, diffusore di calunnie contro l'innocente Becciu? E che nei giorni del Conclave tifava per Parolin, in favore del quale Report confezionò un regalino alla "Do ut des"? «Lei conosce bene il cardinale Parolin. È rimasto deluso? "Io come italiano facevo il tifo per gli italiani e precisamente per Parolin. È stato la persona che per oltre 10 anni ha realizzato i pensieri di Papa Francesco. Sì, mi è dispiaciuto che non sia stato lui il successore di Pietro"» (intervista a mons. Fusco).
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Nico Spuntoni, Quella cena col prelato che imbarazza la Santa Sede (e Parolin), in «Il Giornale», 12 luglio 2026. «Più fonti vaticane confermano che il monsignore non faccia mistero nei palazzi romani di poter vantare una forte amicizia con Parolin. Non a caso Fusco ha anche ammesso pubblicamente di aver "tifato" per lui al conclave. Una simpatia che, due anni dopo la famosa cena con Lavitola, sembra aver accomunato il monsignore col suo ex commensale Ranucci. Nei giorni del conclave, infatti, "Report" aveva confezionato uno dei suoi servizi incentrato su un fantomatico complotto dei conservatori americani contro l'elezione del cardinale di Schiavon. Nell'inchiesta "Make Vaticano Great Again", gli autori avevano insistito sulla "crociata anti-Parolin" e su un presunto dossieraggio contro di lui per condizionare gli elettori. Nei suoi interventi, Ranucci aveva presentato più volte Parolin come vittima di «articoli velenosi» in quanto "stretto collaboratore" di Francesco. Secondo "Report" c’era una preoccupazione americana per "l'elezione di un Papa progressista e in particolare di Parolin". Una tesi fragile ad occhi attenti: il prelato veneto non era certo il candidato progressista e meno che mai quello in continuità con Francesco. Il suo sponsor, il cardinale Beniamino Stella, si era anzi distinto nel pre-conclave per aver invocato discontinuità. Peraltro tra gli articoli più critici su Parolin ci furono quelli della vaticanista vicinissima a Bergoglio, Elisabetta Piqué che in un recente libro ha rivendicato di aver contribuito a «smontare» la sua candidatura. Insomma, la posizione pro-paroliniana di "Report" è stata un'anomalia nel panorama progressista. Non sappiamo, però, se in questo abbia influito in qualche modo la conoscenza tra Ranucci e monsignor Fusco. Quel che è certo è che il ritorno d'interesse per la cena e l'accostamento del nome del prete al segretario di Stato sui media rischia di provocare qualche imbarazzo in Terza Loggia. Una beffa per Parolin che, dopo l'attentato di ottobre, era stato tra i nomi più autorevoli a diramare un messaggio di solidarietà a Ranucci denunciando il "clima di intolleranza".» E intanto Ranucci diffondeva calunnie contro l'innocente vittima del più violento complotto della storia del secolo (o forse di sempre).
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Caso Ranucci, mons. Fusco: "Non sono io la fonte di Report", in «RaiNews», 12 luglio 2026. Toh! Se anche Gianni Fusco fosse stato la "fonte" di Report su Parolin, pensate che l'avrebbe detto al Tg1? Fatto sta che Fusco e Ranucci scambiavano "opinioni" sul "caso Becciu", a proposito del quale Ranucci diffuse le più clamorose calunnie montate ad arte contro un uomo innocente.
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Antonio Atte, Attentato a Ranucci, il giornalista: "Non rinnego l'amicizia con Lavitola, in Parlamento tanti massoni", in «Adnkronos», 9 luglio 2026. Eh, sono giustificazioni!
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Inchiesta per spionaggio che ha coinvolto due ex agenti italiani... e l'interesse della Russia per il Vaticano, in «TG5», 9 luglio 2026. Uhm, ci sono dentro anche i servizi segreti (deviati?) russi, oltre che italiani? Che cos'era quell'"obolo per papa Francesco"? Chi doveva essere sacrificato sull'"altare dell'ipocrisia"?
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Aldo Torchiaro, Chi ha piazzato la bomba a casa Ranucci? L'amicizia col presunto attentatore Lavitola e le nostre foto che non voleva far circolare, in «Il Riformista», 8 luglio 2026. Il "noto prelato", monsignor Fusco, amico del segretario di papa Francesco, che incontrava Lavitola e Ranucci...! «Da ieri circolano su tutte le agenzie di stampa, le testate e le principali emittenti le fotografie che Il Riformista ha pubblicato il 23 maggio 2023. Le avevo realizzate nella sera della domenica 21 quando trovai riuniti allo stesso tavolo, in un’atmosfera di frizzi e lazzi, l’allora vicedirettore Rai, Ranucci, l’imprenditore dal rocambolesco passato giudiziario, Lavitola e un sorridente Monsignor Fusco, che per la Santa Sede si era occupato del caso Becciu. Materia incandescente, quella dello scandalo degli acquisti immobiliari londinesi di Sloane Avenue che in una serie di puntate del 2021 era stata servita calda, non al ristorante di Lavitola ma nella cucina televisiva di Ranucci.
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Andrea Caldart, Becciu, Marogna e il grande silenzio: chi doveva essere davvero protetto?, in «Gazzetta dell'Emilia», 8 luglio 2026. «La richiesta della Corte di acquisire integralmente gli atti, senza tagli e senza omissioni, e il mancato deposito di documenti decisivi aprono un fronte che va oltre il destino processuale di Becciu. Perché se mancano pezzi fondamentali, allora viene meno la credibilità stessa dell’intera accusa. (...) Dietro ogni inchiesta ci sono persone, vite, famiglie, madri, e troppo spesso questo dettaglio viene sacrificato sull’altare del clamore. La gogna mediatica non si cancella con una sentenza. Il marchio resta. La reputazione distrutta resta. Il dolore subito resta. (...) Perché tanta violenza giudiziaria e comunicativa? Perché concentrare tutto su Becciu e su chi gli stava intorno? Nel grande gioco del potere, colpire un uomo può servire a proteggere un sistema. Isolare un nome può servire a evitare che altri nomi emergano. Creare uno scandalo può servire a spostare lo sguardo altrove. E allora il sospetto si fa largo: e se tutto questo fosse stato un enorme meccanismo di copertura? Se il bersaglio non fosse stato scelto solo per punire, ma per contenere? Chi ha tratto vantaggio reale dall’operazione londinese? Chi ha orientato certe ricostruzioni? Chi ha guadagnato politicamente, economicamente o istituzionalmente? Sono domande che oggi pesano più delle accuse. Il nuovo corso vaticano di Papa Leone XIV sembra voler riportare il diritto al centro, chiedendo trasparenza piena e atti completi. È un passaggio fondamentale. Perché senza verità documentale non può esistere giustizia, e senza giustizia, resta soltanto il potere. Forse il caso Becciu non è solo la storia di un cardinale travolto, forse è il racconto di come si costruisce un colpevole quando ci potrebbe essere il bisogno di nascondere altro.»
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Lodovica Bulian, Attentato a Ranucci, indagato l'imprenditore Lavitola: "È il mandante". Il caso della cena dei due con un noto prelato, in «Il Giornale», 7 luglio 2026. Che ci faceva quel «noto prelato», vicino al segretario di papa Francesco, insieme a Valter Lavitola e a Sigfrido Ranucci?
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Ilaria Sacchettoni, Attentato a Ranucci, i sospetti del pm: il mandante è Valter Lavitola. Il conduttore di Report: «Siamo amici, sono sconvolto», in «Corriere della Sera», 7 luglio 2026. TOH, VALTER LAVITOLA! Ma cosa mi dici mai! Dieci domandine. ➤ Chi è il legale di Valter Lavitola? * Alessandro Diddi, il Promotore di (in)giustizia del Vaticano, l'accanito accusatore del card. Becciu. ➤ Con chi va a cena Valter Lavitola? * Con Sigfrido Ranucci (Report) e con un sacerdote amico del segretario di papa Francesco. ➤ Cosa fa Sigfrido Ranucci (Report)? * Diffonde calunnie del tutto prive di fondamento contro il card. Becciu (la Corte d'Appello ha confermato la condanna di Nicola Giampaolo, l'"informatore" di Report, per calunnia). ➤ Chi altri sceglie Report come "informatrice"? * Francesca Immacolata Chaoqui, la pregiudicata in contatto con papa Francesco che nutre un odio viscerale contro il card. Becciu. ➤ Cosa ha fatto la Chaoqui? * Ha manipolato Alberto Perlasca, il testimone chiave del "processo del secolo", che ha raccontato il falso in Tribunale contro il card. Becciu. ➤ Cosa fa il pdg Diddi? Protegge la Chaoqui, facendo cancellare il suo interrogatorio, e Perlasca. ➤ Cosa fa ora Perlasca? * Viene stralciato dalla lista degli indagati e papa Francesco lo ha (ri)nominato membro della Magistratura vaticana. ➤ Cosa fa poi Valter Lavitola? * Organizza un attentato di stampo mafioso contro l'automobile di Ranucci. ➤ Cosa fa nel frattempo il pdg Diddi? * Occulta a piacimento e riempie di "omissis" il materiale probatorio del "processo del secolo", affinché le difese non conoscano le prove a loro utili. ➤ Cosa fa il pdg Diddi in seguito, benché ormai siano emerse le prove del complotto (mafioso?) organizzato contro l'innocente card. Becciu? * Disobbedisce ripetutamente all'ordine della Corte – tanto di primo grado quanto d'Appello – di consegnare integralmente il materiale probatorio. UNISCI I PUNTINI E TROVA... UN LEGITTIMO SOSPETTO? Ma che begli ambientini frequentano i magistrati del Vaticano, come Giuseppe Pignatone, indagato per favoreggiamento alla mafia, ed Alessandro Diddi, legale di Lavitola!
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Caso Becciu, scade il termine per l'accusa: il promotore Diddi "manca" la scadenza, in «Sardegnalive», 4 luglio 2026. Un'ulteriore svolta scuote il processo d’appello sulla compravendita del Palazzo di Londra. Il promotore di giustizia vaticano, Alessandro Diddi, non ha rispettato il termine perentorio fissato dalla Corte d’Appello per lo scorso 30 giugno. Entro quella data, il magistrato inquirente avrebbe dovuto ridefinire interamente l’impianto accusatorio, specificando i reati ancora contestati ai singoli imputati e le relative prove a supporto. La decisione dei giudici era arrivata dopo aver constatato che, tra la sentenza di primo grado e le successive evoluzioni procedurali, le accuse originarie si erano pesantemente ridimensionate e non coincidevano più con il quadro attuale. Il mancato adempimento da parte dell'accusa rischia ora di far saltare il calendario processuale e offre un formidabile assist alle difese, che denunciano da tempo la violazione del diritto al pieno contraddittorio. (...) Il braccio di ferro si è infiammato su due fronti. Il primo è l'ordinanza di marzo: Il 17 marzo scorso, la Corte d’Appello ha ordinato all'Ufficio del promotore di giustizia di depositare la versione integrale di tutti gli atti e i documenti dell'istruttoria. Il secondo il "nodo" Perlasca e il Diritto Canonico: Il 29 aprile, Diddi ha depositato le chat WhatsApp di Genoveffa Ciferri e le videoregistrazioni degli interrogatori del testimone chiave, monsignor Alberto Perlasca. Tuttavia, nei video permanevano vistosi "omissis". L'accusa ha giustificato il mancato deposito integrale di alcuni atti invocando il canone 1598 del Codice di diritto canonico, sostenendo che la loro divulgazione avrebbe arrecato «gravissimi pericoli al bene e all’interesse pubblico». La Corte d'Appello non ha ritenuto convincenti le giustificazioni di Diddi basate sul diritto canonico e sul pericolo per l'interesse pubblico. I giudici hanno stabilito che non era più possibile procedere senza chiarezza: se il quadro accusatorio era cambiato, l'accusa doveva formalizzarlo chiaramente per garantire il diritto di difesa. Da qui l'ordine, rimasto inevaso, di ridefinire tutto entro il 30 giugno.
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Franca Giansoldati, Processo Becciu, la Corte d'Appello richiama ancora Diddi: ignorato il termine del 30 giugno, in «Il Messaggero», 3 luglio 2026. PENSAVO FOSSE UN ULTIMATUM. E invece era l'ennesimo penultimatum! Nelle primissime udienze del 2021 il Giudice del Vaticano Giuseppe Pignatone aveva ordinato al Pdg di consegnare tutto il materiale probatorio, integralmente, anche i documenti utili alla difesa: «Non cominceremo l’esame delle questioni di questo processo finché la difesa non avrà conoscenza completa degli atti». Cinque anni fa! Il pdg Alessandro Diddi ha sempre disobbedito a questo ordine del giudice; e il Giudice Pignatone ha chiuso tutti e due gli occhi e s'è inchinato all'ingiustizia di turno. Qualche mese fa il Giudice di Appello Alejandro Arellano Cedillo ha ordinato, per l'ennesima volta, al pdg di consegnare il materiale probatorio integralmente. Ha fissato un termine per la consegna: il 30 aprile. Data non rispettata! Poi ha dato un'altra data, il 30 giugno 2026. E anche questa non è stata rispettata! I Pdg hanno detto che non hanno avuto abbastanza tempo per preparare il materiale... HANNO AVUTO A DISPOSIZIONE 5 ANNI! E ora? Cosa farà la Corte? Un ultimatum? O un penultimatim? O finalmente una decisione risolutoria? Certo è l'ennesimo abuso dei pdg! «Ennesimo colpo di scena nel processo d'appello sul caso del Palazzo di Londra. Il promotore di giustizia Alessandro Diddi non ha rispettato il termine fissato dalla Corte d'Appello e scaduto il 30 giugno, entro il quale avrebbe dovuto ridefinire l'intero impianto accusatorio, indicando con precisione i reati ancora contestati ai singoli imputati e le prove poste a sostegno di ciascuna imputazione. Un adempimento disposto dai giudici dopo aver rilevato che le accuse, a seguito della sentenza di primo grado e delle decisioni intervenute nei mesi successivi, non coincidono più con quelle formulate all'inizio del processo. (...) Nella sua ricostruzione, infatti, Diddi sostiene che, dopo la sentenza di primo grado e dopo l'inammissibilità del suo appello incidentale, i capi d'imputazione si sono ridotti e modificati. Tuttavia questa nuova formulazione delle accuse non è mai stata formalizzata. Per i giudici non è più possibile continuare a fare riferimento alle richieste di rinvio a giudizio depositate nel 2021 e successivamente integrate durante il dibattimento di primo grado. Se il quadro accusatorio è cambiato, deve essere chiarito quali contestazioni siano effettivamente rimaste in piedi e quali prove le sostengano, così da garantire il pieno esercizio del diritto di difesa. La Corte ha inoltre preso atto che lo stesso promotore considera ormai irrilevante una parte della documentazione raccolta durante le indagini e che, contemporaneamente, invoca il canone 1598 del Codice di diritto canonico per giustificare il mancato deposito integrale di alcuni atti, sostenendo che la loro divulgazione potrebbe arrecare «gravissimi pericoli al bene e all'interesse pubblico». Una tesi che non ha convinto i giudici, i quali hanno modificato la precedente ordinanza imponendo un nuovo passaggio preliminare: entro il 30 giugno il promotore avrebbe dovuto indicare puntualmente le imputazioni ancora contestate ai singoli imputati e le relative fonti di prova. Quel termine è ormai scaduto senza che l'ordine della Corte sia stato eseguito. Resta ora da capire quali saranno le conseguenze processuali di questo ulteriore mancato adempimento.» Ma Diddi, nonostante sia stato (auto)estromesso dal processo, è ancora lui che muove tutte le pedine?
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Giuseppe Giordano, Caso Becciu, il giudizio d'appello diventa un esame di coscienza della giustizia vaticana, in «Capitalist», 1° luglio 2026. PROCESSO AL PROCESSO (E AL VATICANO). Ah, se solo avessero ascoltato – e rimediato alle porcherie – già cinque anni fa! Ora l'intero sistema (giudiziario) vaticano entra in crisi e la malagiustizia esercitata contro un innocente si trasforma in un boomerang. Ma la verità è più importante di qualsiasi ragion di stato.
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Alexander Folz, Vatikanisches Berufungsgericht bestätigt Urteil gegen Ankläger von Kardinal Becciu, in «CNA», 1° luglio 2026.
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Andrea Paganini (FB, 30 giugno 2026): «Ormai è evidente per il mondo intero che Becciu è la vittima innocente di un brutale complotto. Manca solo una cosa: il Vaticano deve riconoscerlo. Oggi, 30 giugno 2026, scade l'ennesimo ultimatum posto all'accusa per la consegna del materiale probatorio abusivamente occultato. I Pdg obbediranno ai Giudici? Finora non l'hanno fatto. E così la malagiustizia in Vaticano ha fatto il brutto e il cattivo tempo a proprio piacimento, da sei anni a questa parte. La finiamo?»
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Fiammetta Nesta, L'imparzialità e la terzietà del giudice nel processo penale vaticano, in «Vox Canonica», 29 giugno 2026. Bei pensieri. Ma tutto da dimostrare, nella pratica! «Il principio del giusto processo, solennemente sancito a livello internazionale dall’articolo 10 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, trova nel binomio della terzietà e dell’imparzialità del giudice il suo nucleo fondante. Nello Stato della Città del Vaticano l’enucleazione e l’effettiva operatività di tali garanzie hanno storicamente dovuto confrontarsi con una struttura ordinamentale sui generis, tanto che la Santa Sede non ha né firmato né ratificato la CEDU, sebbene abbia manifestato i sentimenti sottesi di rispetto della dignità e dell’integrità umana. (...) Lo Stato vaticano si configura come una monarchia assoluta elettiva all’interno della quale il Sommo Pontefice accentra nella propria persona la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, ai sensi dell’articolo 1, comma 1, della Legge Fondamentale. (...) la vigenza del Codice Finocchiaro-Aprile continua a sollevare interrogativi dottrinali sulla distinzione tra chi raccoglie la prova e chi la valuta in dibattimento, essendo un codice prevalentemente di stampo inquisitorio. (...) Nonostante lo sforzo legislativo profuso nel tentativo di allineare lo Stato vaticano agli standard transnazionali, assistiamo, soprattutto in processi particolarmente delicati, all’uso dei Rescripta. Essi sono dei provvedimenti singolari ad casum emanati dal Romano Pontefice che, in via del tutto eccezionale e in deroga alle comuni regole del processo stabilite per legge, modificano i poteri del Promotore di Giustizia, organo dell’accusa, su esplicita richiesta di quest’ultimo, potenzialmente a scapito delle garanzie degli imputati: questi provvedimenti possono essere adottati senza la loro previa pubblicazione, in contrasto con il principio di legalità, che impone la previa pubblicazione degli atti aventi forza di legge prima della loro entrata in vigore sia nell’ordinamento vaticano che in quello canonico. Un secondo profilo di criticità riguarda lo statuto dei magistrati e l’assenza di un organo indipendente di autogoverno della magistratura, analogo ai Consigli Superiori della Magistratura presenti in Italia o in altri ordinamenti europei. Nello SCV le nomine, le promozioni, i trasferimenti e i procedimenti disciplinari dei magistrati sono integralmente rimessi alla volontà del Sommo Pontefice, che li esercita tramite i propri dicasteri o con provvedimenti diretti. (...) I principi di terzietà e imparzialità del giudice non sono considerati concetti alieni o incompatibili con la natura dello SCV, bensì si dimostrano elementi costitutivi essenziali per la credibilità internazionale e la tenuta etica della giurisdizione della Santa Sede. Il percorso intrapreso mostra il passaggio progressivo da un modello di stampo marcatamente inquisitorio a un modello sui generis, in cui la ricerca della verità processuale deve necessariamente coniugarsi con il rispetto intangibile dei diritti della difesa e con le esigenze di uno Stato dipendente dal Romano Pontefice. L’assimilazione dei parametri del costituzionalismo europeo incontra quindi un limite invalicabile nella natura ecclesiologica dello Stato della Città del Vaticano. La terzietà del giudice vaticano non potrà mai configurarsi come una totale separazione dal vertice sovrano, poiché il legame di dipendenza strutturale dal Vicario di Cristo permane come asse portante dell’intero sistema. La vera scommessa del futuro consisterà nella capacità dei magistrati e del legislatore vaticano di dimostrare, nella prassi quotidiana delle aule di giustizia, che l’obbedienza alla legge e l’equidistanza dalle parti costituiscono lo strumento più alto per attuare quella giustizia che, per la Chiesa, resta una dimensione inscindibile della carità, senza però dimenticare il fine verso cui tende l’ordinamento vaticano, che ha come primo criterio di riferimento interpretativo il diritto canonico stesso.» Tutto da dimostare, nella pratica!
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Andrea Paganini (FB 28 giugno 2026): «Esattamente 8 anni fa, il 28 giugno 2018, Giovanni Angelo Becciu diventava cardinale per decisione di papa Francesco. Due anni dopo, manipolato, lo stesso papa Francesco lo condannò brutalmente senza un briciolo di prova contro di lui, sull'onda di una reazione impulsiva e di una campagna di diffamazione – killeraggio mediatico, mascariamento mafioso – senza precedenti nella storia. Tutto il processo che da allora si protrae assurdamente non è altro che il tentativo grottesco di puntellare – in modo illecito e contro ogni diritto umano – quella decisione papale e anticristiana. Becciu, nonostante questa crocifissione preventiva compiuta quasi 2000 anni dopo quella di Cristo e nonostante un calvario indicibile, ha continuato a vivere come prima, dando prova del suo amore incondizionato per Gesù Crocifisso e Abbandonato: come uno che il Vangelo lo prende sul serio fino in fondo e lo pratica senza ambiguità. In fedeltà a Dio, all'Umanità, alla Chiesa, al Papa. Io sono fiero di lui. Con immensa ammirazione.»
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Calunniò il card. Becciu durante la trasmissione Report. Condannato anche in appello il promotore della causa di beatificazione di Moro, in «Faro di Roma», 27 giugno 2026.
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Vik van Brantegem, Condanna definitiva del testimone di Report, Nicola Giampaolo. Altro crollo nel castello accusatorio contro il Cardinal Becciu, in «Korazym», 26 giugno 2026. «Il Difensore del Cardinal Becciu, l’Avvocato Fabio Viglione, che si era costituito parte civile chiedendo e ottenendo il risarcimento del danno, ha commentato: «Il Cardinal Becciu ha molto sofferto per queste accuse fantasiose. La pronuncia odierna fotografa nitidamente il carattere calunnioso delle stesse, così come pienamente affermato dalla sentenza di primo grado che oggi è stata integralmente confermata dai giudici d’appello con riferimento a questi fatti. È una sentenza che mette un punto fermo su una vicenda paradossale nella quale il Cardinal Becciu era stato trascinato ingiustamente, diventando bersaglio di una grave calunnia». Anche in spagnolo.
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La Corte d'Appello Vaticana conferma la condanna al testimone di Report: «Calunniò Becciu», in «L'Unione Sarda», 26 giugno 2026. «SERVIZIO PUBBLICO O TAXI PER CALUNNIATORI? È inaccettabile che la TV pubblica (Rai 3) dia spazio e amplifichi la voce di un calunniatore come Gianpaolo, il "falso postulatore", moltiplicando a dismisura gli effetti di una calunnia contro il Cardinale Becciu. Conduttori come Ranucci e Mottola non possono comportarsi come "taxi", facendo salire a bordo chiunque senza assumersi la responsabilità della gravità delle affermazioni fatte (Gianpaolo) trasmesse. Chi infanga le istituzioni e le persone non può godere di una simile vetrina senza che ci siano conseguenze. Il servizio pubblico deve informare, non diventare cassa di risonanza per i calunniatori» (Fari Pad su FB). Mentre i giornali con la coda di paglia si incaponiscono in un colpevole silenzio, la verità avanza. Lentamente, ma avanza.
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Luca Romano, La giustizia vaticana torna a dare ragione a Becciu. "Fu calunniato da Nicola Giampaolo", in «Il Giornale», 26 giugno 2026.
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Andrea Paganini (FB 25 giugno 2026): «Oggi sono passate esattamente 300 settimane. Esattamente 2'100 giorni dal 24 settembre del 2020, il giovedì in cui un uomo innocente è stato brutalmente condannato dal Papa, dalla Chiesa, dal mondo intero, sull'onda della campagna di diffamazione – killeraggio mediatico, character assassination, mascariamento mafioso – più violenta della storia. Ormai è chiaro come la luce del sole: il card. Becciu è completamente innocente, vittima di un perverso complotto. Io, certo che la verità vale più della ragion di Stato e che anzi ci farà liberi, non mi stancherò di lavorare perché la verità venga alla luce. Un cristiano non può aver paura della verità, e tanto meno nasconderla. Quanto durano 300 settimane? Quanto vale la vita di un uomo?»
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Fari Pad (Facebook 20 giugno 2026): «Il caso Striano al centro del nodo giuridico: i perimetri dei poteri concessi da Bergoglio a Diddi. STATO DI DIRITTO AL COLLASSO? SE IL DOSSIERAGGIO ENTRA NEL PROCESSO VATICANO. Libere riflessioni sugli accessi abusivi del finanziere Pasquale Striano sulla vicenda che vede condannato in primo grado il Cardinale Becciu. Perché, le difese richiedono l'accertamento dei fatti? È stato violato il "giusto processo"? Nel tortuoso percorso del processo d'appello in Vaticano, sta emergendo una verità amara: l'istanza di legalità, di trasparenza e di rispetto delle regole non sembrerebbe arrivare dagli uffici inquirenti, bensì pare, dalle richieste pressanti dei collegi difensivi. Sono gli avvocati degli imputati a dover esigere il rispetto del codice, di fronte a zone d'ombra che definire inquietanti sarebbe un eufemismo. Al centro di questo gravissimo problema giuridico si collocherebbe proprio la figura del finanziere Pasquale Striano e la nota vicenda degli accessi abusivi alle banche dati. Un nodo cruciale che l'accusa vaticana avrebbe ignorato o liquidato con troppa fretta, ma che le difese stanno invece richiedendo con forza di approfondire, pretendendo che si faccia piena luce sull'origine dei dati utilizzati per far partire l'inchiesta. Il fulcro del problema risiede nel superamento di confini che non sono solo procedurali, ma internazionali. Ci si troverebbe di fronte al paradosso di accessi illeciti e dossieraggi che avrebbero violato non solo i diritti dei singoli, ma i rapporti legali e di sovranità che regolano le relazioni tra due Stati distinti, come l'Italia e la Città del Vaticano. Appare assolutamente impensabile e inverosimile che Papa Francesco avesse autorizzato o potesse minimamente immaginare una simile deriva metodologica. I decreti sovrani (rescripta) concessi dal Pontefice al Promotore di Giustizia Alessandro Diddi avrebbero dovuto muoversi all'interno di un perimetro investigativo legittimo, e non certo trasformarsi in una "carta bianca" capace di giustificare l'utilizzo o la tolleranza di pratiche illegittime compiute a monte delle indagini. Se l'ufficio dell'accusa avesse deliberatamente ignorato l'origine illecita di tali accessi, o se peggio ne avesse beneficiato senza disporre accertamenti su chi materialmente abbia ordinato quelle intrusioni oltretevere o in Italia, ci troveremmo davanti a una palese violazione del principio del giusto processo. La giustizia non può nascere dall'illegalità. Se chi la deve tutelare preferisse non indagare sui metodi con cui sono state confezionate le accuse, allora lo Stato di Diritto verrebbe meno. Ed è per questo che la battaglia delle difese per la nullità del primo grado non sarebbe un semplice cavillo, ma una necessaria difesa della legalità internazionale». La giustizia non può nascere dall'illegalità; in questo caso poi non si cercava la giustizia, bensì – consapevolmente – l'ingiustizia.
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Procès Becciu: vers le naufrage?, in «Golias», 17 giugno 2026. Verso il naufragio automasochista? Si avvicina la nemesi storica in Vaticano? La Storia sarà impietosa. «Il "processo del secolo" sta crollando su se stesso? La giustizia del Vaticano sarà finalmente riuscita a dimostrare che non è una giustizia? Nel momento in cui lo svolgimento del processo, le sue modalità di funzionamento, i suoi meccanismi - accusa, tribunale, interventi del papa - sono messi in discussione, e si mettono in discussione contro la loro volontà, alcuni si chiedono: è il momento di fare il processo del processo, o si potrà finalmente tenere il processo detto dell'edificio di Londra?» «Le "procès du siècle" est-il en train de s’effondrer sur lui-même? La justice du Vatican va-t-elle finalement avoir réussi à démontrer qu’elle n’en est pas une? Au moment où la tenue du procès, ses modes de fonctionnement, ses rouages – accusation, tribunal, interventions du pape - sont mis en question, et se mettent eux-mêmes en question sans le vouloir, certains s’interrogent: est-il temps de faire le procès du procès, ou bien va-t-on pouvoir tenir enfin le procès dit de l’immeuble de Londres?» Nulla è più importante della verità e del rispetto delle persone.
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Michele Finizio, La Basilicata delle "fratellanze" tra aristocrazia e nobiltà, in «Basilicata24», 15 giugno 2026. Un imbroglione, un calunniatore. «Il Tribunale ha riconosciuto Nicola Giampaolo colpevole di calunnia nei confronti di padre Bogusław Turek, sottosegretario dello stesso Dicastero, del cardinale Angelo Becciu e dello stesso Dicastero delle Cause dei Santi, rappresentato dal suo prefetto, il cardinale Marcello Semeraro. La pena inflitta dal Tribunale Vaticano è di 3 anni e 6 mesi di reclusione, con interdizione dai pubblici uffici per lo stesso periodo. Giampaolo è stato anche condannato al pagamento delle spese processuali ed al risarcimento danni a favore delle parti civili». Facciamo pulizia, in Italia e in Vaticano!
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D.N.I e F.V., La cricca di Tornielli demonizzava EWTN. Oggi Leone XIV la mette sopra di lui, in «Silere non possum», 4 giugno 2026. «Poi è arrivato il processo d’appello del caso Sloane Avenue. Tornielli aveva scritto, durante il pontificato di Francesco, un editoriale in difesa del processo di primo grado; lui, che faceva spettacoli di magia a Chioggia, si è messo a parlare di diritto in un editoriale delirante. La Corte d’Appello ha poi smontato quella sentenza battendo proprio sui punti che Tornielli difendeva. È così che, piano piano, ha iniziato a sgretolarsi il castello di sabbia.» Un episodio in cui il giornalismo – cattolico e non – ha toccato il fondo della propria volgare decadenza.
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Sante Cavalleri, Una giovane donna, Maria Montserrat Alvarado, guiderà il Dicastero per la Comunicazione al posto di Paolo Ruffini che va in pensione. È stata anchorman e poi Ceo di EWTN, impero mediatico cattolico in USA spesso critico su Papa Francesco, in «Faro di Roma», 3 giugno 2026. La situazione – nella (mala)giustizia e nella (mala)informazione vaticane – è effettivamente gravissima. Attenzione, comunque, a non buttare il bambino con l'acqua sporca!
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«Nicodemo faceva parte del Sinedrio, il Consiglio dei capi d’Israele. Quando nel Sinedrio sentì parole di disprezzo verso Gesù, invitò tutti ad ascoltarlo prima di condannarlo» (Leone XIV, 31 maggio 2026). Contro la violazione del diritto umano alla presunzione d'innocenza, da parte di chi condanna precipitosamente, impulsivamente e in modo disinformato. E condannando anche innocenti!
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Vik van Brantegem, Le lezioni di Tucidide e Manzoni applicate al caso Becciu, in «Korazym», 31 mggio 2026. Tucidide e Manzoni – citati nei miei post FB – sono diventati fecondi! Dalla "Storia della colonna infame" di Manzoni ho tratto anche qualche altro pensiero: «Que' giudici condannaron degl'innocenti, che essi, con la più ferma persuasione dell'efficacia dell'unzioni, e con una legislazione che ammetteva la tortura, potevano riconoscere innocenti; e che anzi, per trovarli colpevoli, per respingere il vero che ricompariva ogni momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora com'ora, come sempre, dovettero fare continui sforzi d'ingegno, e ricorrere a espedienti, dei quali non potevano ignorare l'ingiustizia»; «... il timor di mancare a un’aspettativa generale, di parer meno abili se scoprivano degl’innocenti, di voltar contra di sé le grida della moltitudine, col non ascoltarle; il timore fors’anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire: timore di men turpe apparenza, ma ugualmente perverso, e non meno miserabile, quando sottentra al timore, veramente nobile e veramente sapiente, di commettere l’ingiustizia.»
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Fari Pad (Facebook 30 maggio 2026): «IL GATTOPARDO IN VATICANO: CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NULLA. L'ordinanza della Corte d'Appello Vaticana del 25 maggio 2026 offre lo spunto per una libera riflessione su un cortocircuito che appare, a tutti gli effetti, un esercizio di stile per guadagnare tempo. Nel recepire formalmente le istanze delle difese, la Corte ha scelto di non rispondere direttamente alla cruciale eccezione di nullità della citazione dei capi d'accusa (ex art. 355 cpp) sollevata dai legali, che lamentavano la mancata consegna degli atti omissati. Di fatto, disponendo una nuova richiesta per ciò che era gia scaduto il 30 aprile, si assiste a una sorta di "gatto che si morde la coda": una Corte in evidente affanno che si arrampica sugli specchi alla ricerca di una boccata d'ossigeno, preferendo reiterare un ordine già disatteso piuttosto che sanzionarne la violazione. Ordinanza iniziale del 17 Marzo 2026 con termine al 30.04.2026 (1*) (...)Nella motivazione della citata ordinanza, codesta Ecc.ma Corte ha puntualmente richiamato la dottrina consolidata riferita al Codice Finocchiaro-Aprile, la quale pacificamente riconosceva la necessità che il pubblico ministero depositasse tutti gli atti del procedimento, nessuno escluso (...) (2*) Se la regola stabilita nell'ordinanza del 17 marzo voleva che venissero depositati tutti gli atti di accusa in forma integrale, "nessuno escluso"; entro il termine perentorio del 30 aprile, l'azione gattopardesca compiuta il 25 maggio nel concedere nuove proroghe finisce per depotenziare l'autorità del provvedimento originario. Tutto cambia nella forma, ma nulla cambia nella sostanza processuale. COSA DOVEVA SUCCEDERE IL 22 GIUGNO? La Corte avrebbe dovuto pronunciarsi sull'istanza difensiva dello scorso 13 maggio. Gli avvocati del Cardinale Becciu, di Crasso e di Mincione hanno chiesto la nullità dell'atto di citazione in giudizio. Il motivo? L'Ufficio del Promotore di Giustizia (l'accusa) ha disubbidito ai giudici, continuando a nascondere atti d'indagine fondamentali, coperti da misteriosi "omissis". Il vulnus insanabile: la violazione dell'Art. 355 c.p.p. La recente memoria difensiva sull'omesso deposito del Promotore di Giustizia (PdG), depositata il 13 maggio 2026, mette a nudo una violazione frontale e gravissima dell'articolo 355 del Codice di Procedura Penale. Non é un dettaglio tecnico, è una questione di legalita: il sequestro di atti e documenti operato dalla polizia giudiziaria deve seguire regole rigide di convalida e deposito. Omettere questi passaggi o sottrarre elementi al fascicolo significa violare il diritto costituzionale alla difesa, alterando la parità delle parti e inquinando la trasparenza del processo. Un'anomalia che da sola dovrebbe far crollare qualsiasi pretesa punitiva. (3*) A questo scenario di rinvii si aggiunge un ulteriore paradosso, che si muove su un binario parallelo ma altrettanto emblematico. La Corte ha giustificato la sua linea sostenendo di aver recepito le istanze difensive, un atteggiamento che richiama quanto accaduto con l’ammissibilità della ricusazione del Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi. Quest'ultimo, pur essendosi appellato alla Cassazione vaticana, ha confermato la sua astensione dal processo prima ancora che la medesima si pronunciasse. Tuttavia, in questo gioco di specchi e di ruoli, il Promotore rimane formalmente alla guida dell'intero Ufficio. Una formula che, ancora una volta, sembra incarnare perfettamente il motto di sapore lampedusiano: cambiare la superficie per preservare intatta la struttura.» Anche il giudice Pignatone, cinque anni fa, aveva ripetuto moltissime volte l'ordine di consegnare il materiale probatorio in modo integrale («non cominceremo l’esame delle questioni di questo processo finché la difesa non avrà conoscenza completa degli atti»). Per ben sette mesi. E poi che ha fatto? Ha rinunciato (AP).
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Vik van Brantegem, Il processo vaticano al Cardinal Becciu, una vergogna incancellabile e danno incalcolabile per la Chiesa, in «Korazym», 29 maggio 2026. Una Chiesa automasochista? Più la Chiesa rinvia lo svelamento della verità, più si fa del male. «Per quanto tempo ancora dobbiamo restare in attesa che la giustizia venga resuscitata nello Stato della Città del Vaticano? (...) E i tempi si allungano sempre di più. Pare di assistere ad una Processione danzante di Echternach, in cui i pellegrini avanzano al ritmo di una polka tradizionale, eseguendo una caratteristica sequenza: tre passi in avanti e due passi indietro, compiendo così cinque passi per avanzare di un solo passo. (...) Il deposito integrale degli atti è stato uno degli aspetti più controversi del cosiddetto processo giunto al secondo grado, ed è stato uno degli aspetti centrali nel primo pronunciamento della Corte d’appello il 17 marzo scorso quando la Corte presieduta dal Decano della Rota romana, Mons. Alejandro Arellano Cedillo, aveva decretato la “nullità relativa” del primo grado e ordinato “la rinnovazione del dibattimento” con il deposito in Cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio. Obbligo inadempiuto da parte del Promotore di Giustizia al primo termine del 30 aprile scorso. Va ricordato che tutte le ordinanze finora emesse dalla Corte d’appello vaticana sconfessano l’operato del Promotore di Giustizia e dei giudici di primo grado. Le reazioni suscitate dall’ennesimo rinvio e dalle persistenti omissioni documentali convergono su alcuni punti fondamentali: la denuncia di gravi violazioni del diritto di difesa; l’accusa di avere occultato elementi istruttori rilevanti, comprese chat e documenti ritenuti decisivi; la contestazione dei continui mutamenti delle motivazioni addotte dall’accusa per giustificare il mancato accesso agli atti; il sospetto che i rinvii servano a evitare una pronuncia che potrebbe travolgere l’impianto accusatorio del primo grado. (...) «Processo al Card. Becciu. Finalmente c’è un giudice in Vaticano che persegue giustizia e verità e rispetta i diritti della difesa. Una verità che abbiamo sempre gridato è che Angelo Becciu è stato “crocifisso” con prove occultate, capi di imputazione cambiati rispetto a quelli iniziali, rescripta papali retroattivi e non pubblicati, testimoni manipolati e gratificati con promozioni, collusioni tra Promotore di Giustizia e testimoni, Presidente di tribunale con una storia personale piena di ombre» (Antonino Solarino). «Appare chiaro che la Nomenklatura della ormai pseudo giustizia Vaticana, non riesce a trovare il bandolo della sempre più intricata matassa creata dalla Cricca che ha ordito le infamanti accuse peraltro avvallate da Franceschiello probabilmente è puerilmente caduto nella rete dei Pupari che avevano interesse a mettere fuori causa il Porporato Pattadese come di fatto è accaduto secondo il loro intento. Continuo ad essere stupito come il Procuratore di Giustizia delle mura Papali abbia sistematicamente dilatato i tempi, non fornendo alla Corte del Riesame le documentazioni richieste, soprattutto complete nella loro interezza senza omissioni e rimaneggiamenti. Hanno ulteriormente posticipato a settembre si spera la discussione finale della logorante causa, forse aspettando che illuminazioni divine aprano gli occhi e si spera anche il cuore di chi di dovere, dovrà decidere finalmente di mettere la parola fine alla torbida vicenda che continua a tenere in apprensione noi tutti per Angelo Becciu e la sua famiglia» (Giovanni Dettori).»
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Becciu, la Corte approfondisce le eccezioni sollevate dalla difesa, in «Il Dubbio», 28 maggio 2026. Dopo sei anni di malagiustizia, la Corte prende tempo. O perde tempo? «"La Corte, che già aveva preso atto della fondatezza delle istanze difensive, condividendole, ha manifestato la volontà di approfondire e consentire il massimo grado di verifica delle questioni. Siamo fiduciosi perché riteniamo fondate sia le argomentazioni giuridiche in ordine alle eccepite violazioni processuali, sia quelle sostanziali a sostegno dell’assoluta innocenza del Cardinale Becciu", afferma Viglione. (...) Il cardinale Becciu ha sempre respinto gli addebiti, ribadendo la propria estraneità ai fatti contestati e rivendicando la correttezza del proprio operato durante gli anni trascorsi ai vertici della Segreteria di Stato.» La verità brucia, ma è l'unica che può salvare!
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Processo Becciu, al 30/6 il nuovo termine per il deposito degli atti, in «Ansa», 28 maggio 2026.
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Salvatore Izzo, Il cardinale Becciu deve aspettare ancora perché la sua innocenza sia riconosciuta dalla Magistratura del Vaticano ma ogni passaggio giudiziario sta rafforzando la sua Difesa, in «Faro di Roma»« 27 maggio 2026. «Si apre una nuova fase nella vicenda giudiziaria che coinvolge il cardinale Angelo Becciu, sulla cui totale innocenza non sussistono ormai dubbi. (...) Al centro delle obiezioni avanzate dagli avvocati vi sarebbero anomalie procedurali, criticità nella conduzione dell’inchiesta e aspetti ritenuti suscettibili di incidere sul pieno esercizio del diritto di difesa, come dimostra anche quanto emerso dalle chat tra la Ciferri e la Chaouqui che raccontano il complotto per danneggiare il cardinale con false accuse basate su false prove e false testimonianze. (...) Il cardinale Becciu, dal canto suo, ha sempre respinto ogni accusa, rivendicando la correttezza del proprio operato negli anni trascorsi ai vertici della Segreteria di Stato e sostenendo la propria totale estraneità rispetto agli addebiti contestati. In più occasioni il porporato ha ribadito di confidare nella possibilità che emerga la verità dei fatti e che venga riconosciuta la propria innocenza.»
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Vik van Brantegem, Processo Becciu in appello: il "processo sul processo" che scuote la giustizia vaticana, in «Korazym», 27 maggio 2026. Un porcile nella magistratura vaticana? «Con un provvedimento depositato nei giorni scorsi, la Corte ha fissato al 30 giugno 2026 il termine entro cui il Promotore di Giustizia Alessandro Diddi dovrà finalmente depositare integralmente gli atti sui quali si fonda l’accusa, comprese chat, videoregistrazioni e documenti che durante il primo grado erano stati trasmessi solo parzialmente o con ampi omissis. (...) La situazione appare paradossale e senza precedenti: ci si trova ormai in pieno giudizio d’appello, dopo una condanna di primo grado pronunciata dal Tribunale presieduto da Giuseppe Pignatone, e tuttavia la Corte è costretta ancora oggi a chiedere chiarimenti fondamentali sull’impianto accusatorio e sulle prove effettivamente utilizzabili. È inevitabile che sorga una domanda inquietante: su quali basi si è formata la sentenza di primo grado, se solo ora si pretende una piena disclosure degli atti, prima di procedere in secondo grado? (...) Le difese sostengono da tempo che il mancato deposito integrale degli atti costituisca una grave violazione sia dell’articolo 355 del Codice di procedura penale vaticano sia del canone 1598 del Codice di Diritto Canonico, che tutela il diritto degli imputati a conoscere pienamente gli elementi d’accusa. Da qui la richiesta di dichiarare nullo l’intero procedimento. (...) la questione investe direttamente la credibilità del sistema giudiziario vaticano e la tenuta delle garanzie difensive, quindi di un giusto processo, all’interno dello Stato della Città del Vaticano. Se il nodo centrale diventa la corretta formazione della prova, la completezza degli atti e il rispetto del diritto di difesa, allora il giudizio d’appello finirà inevitabilmente per concentrarsi non più soltanto sugli imputati, ma sul metodo stesso con cui l’intero procedimento è stato istruito (dal Promotore di Giustizia vaticano Alessandro Diddi) e celebrato (dal Tribunale vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone).»
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Franca Giansoldati, Processo Becciu la Corte d'Appello stringe il cerchio attorno al Promotore Diddi, nuova ordinanza e a settembre riprende il processo, in «Il Messaggero», 26 maggio 2026. «Con una ordinanza depositata due giorni fa, i giudici d’appello hanno imposto al pm un termine perentorio — il 30 giugno — per chiarire in modo definitivo quali siano oggi le accuse ancora contestate agli imputati e su quali prove concrete si fondino. La richiesta della Corte non è soltanto formale. Dopo la sentenza di primo grado firmata da Giuseppe Pignatone un anno fa, l’impianto accusatorio costruito dall’ufficio del Promotore di giustizia è infatti uscito profondamente ridimensionato. Molti dei reati contestati inizialmente sono caduti o sono stati drasticamente ridotti, soprattutto quelli legati alla controversa compravendita del palazzo londinese di Sloan Avenue, il cuore dell’intero procedimento. (...) La nuova ordinanza appare quindi come una vera messa all’angolo dell’accusa. Stavolta la Corte obbliga Diddi non soltanto a depositare il materiale ancora coperto da omissis, ma anche a rendere finalmente intellegibile la struttura residua del processo dopo la sentenza Pignatone: quali imputazioni restano, contro chi, e sostenute da quali elementi probatori. (...) Il rischio concreto è che il processo d’appello si trasformi progressivamente in un “processo sul processo”: non più soltanto sulla gestione dei fondi della Santa Sede, ma sulla tenuta stessa delle regole procedurali e delle garanzie difensive dentro il sistema giudiziario vaticano.» Non capisco cosa c'entri ancora l'ignobile Alessandro Diddi in questa vicenda (dovrebbe esserne escluso definitivamente e dovrebbe aver passato tutto il materiale probatorio ai suoi successori, oltre che alle difese...!). E intanto ancora perdono tempo! Puzza terribilmente di "penultimatum" (e di credibilità perduta). Stanno ancora giocando con la vita delle persone innocenti? Anche in francese. E in tedesco.
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Papa Leone XIV, Magnifica humanitas: «L’uso delle piattaforme digitali e dei sistemi di IA accelera i profondi cambiamenti nella comunicazione pubblica e politica. Strumenti che potrebbero favorire il confronto e la partecipazione vengono spesso impiegati per costruire narrazioni distorte e confondere i confini tra vero e falso, mescolando dati e opinioni. La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente. La possibilità di manipolare contenuti, immagini e filmati espone i cittadini a prospettive parziali o fuorvianti. Il problema riguarda la dimensione culturale e morale, poiché la qualità della comunicazione pubblica dipende direttamente dalla fiducia sociale e incide su di essa. Un’informazione veritiera, infatti, non nasce da un controllo centralizzato o automatizzato. Nel discorso pubblico, la verità dei fatti possiede una dimensione razionale, poiché richiede verifica, riscontro delle fonti e responsabilità argomentativa; ma è ancor più relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e pratiche condivise, in un confronto onesto con gli altri e con il mondo. Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti, assunta come bene comune, può fondare una comunicazione giusta.» (132) «Coloro che dispongono di potenti risorse tecniche ed economiche – e, con esse, anche di molte risorse umane per intervenire – hanno un’importante capacità di indurre cambiamenti culturali e, in ultima analisi, di convincere un numero significativo di persone su quale sia la verità sull’essere umano, sul mondo, sul senso dell’esistenza, sulla famiglia, persino su Dio. Questo è puro potere privo di verità, che impone sottilmente o apertamente ciò che vuole che gli altri considerino vero. Dietro tutto ciò vi è una radice malata difficile da riconoscere: il fatto che "l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi". Perciò egli pensa di poter costruire la realtà e che ciò che meglio si adatta alle sue pretese sia valido» (133). «La ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia, che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune. Quando la domanda su ciò che è vero perde di interesse e prende piede un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare utile o efficace, la vita democratica si indebolisce. Essa, infatti, non vive soltanto di regole e procedure, ma anzitutto di un rapporto leale con i fatti e di un reale orientamento al bene delle persone e del corpo sociale. Il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo, per il quale, come ha scritto la filosofa Hannah Arendt, i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma «la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più» (134). ... «la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità. Occorre quindi promuovere un’ecologia della comunicazione: sul versante delle regole pubbliche, ciò significa stabilire norme che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati e che tutelino i dati personali; sul versante sociale e culturale, invece, implica il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata» (137). «Anche le comunità cristiane devono impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti. Purtroppo, non sempre è stato così. Abbiamo assistito con vergogna alla faticosa scoperta di verità dolorose anche su membri della Chiesa e su realtà ecclesiali. In particolare, alcuni giornalisti appassionati della verità hanno avuto un ruolo fondamentale nel portare alla luce ingiustizie e abusi. A loro vorrei ripetere la parole che ha detto Papa Francesco parlando ai vaticanisti: "Vi ringrazio anche per quanto raccontate su ciò che nella Chiesa non va, per quanto ci aiutate a non nasconderlo sotto il tappeto e per la voce che avete dato alle vittime di abuso". Tuttavia, la vigilanza e la trasparenza sono anzitutto una grave responsabilità della Chiesa stessa e non dobbiamo attendere che altri ci costringano ad affrontare verità scomode su noi stessi» (138). «In un tempo in cui la verità viene spesso piegata agli interessi e alle strategie comunicative, il mondo dell’educazione assume un rilievo decisivo. Ma le rapide trasformazioni tecnologiche mettono in luce quanto siamo impreparati sul piano educativo. La pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione, che alimenta stanchezza, noia e apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità» (139). La pace «è vera solo se fondata sulla giustizia» (159). «Abbiamo una possibilità reale di contribuire al bene ogni volta che diciamo la verità, che diamo un consiglio saggio, che sosteniamo chi ha bisogno di conforto, che denunciamo un’ingiustizia, che diamo voce a chi non ne ha» (214). «Tutti, a qualsiasi livello, possiamo contribuire al fondamento della pace, che è la giustizia». La vera pace «nasce dalla giustizia». «Non stanchiamoci dunque di cercare la giustizia!» (215). «Ci sono situazioni nelle quali, per rimanere umani, dobbiamo abbandonare le esitazioni e prendere posizione. Ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere neutrali e non basta ritenere di “non essere complici”. (...) Gli eventi dolorosi hanno bisogno sia di storia che di memoria, l’una per cercare di raccontare i fatti, l’altra per testimoniare i vissuti» (216). «Restiamo fedeli alla verità! Vivendo immersi in flussi incessanti di informazioni, opinioni, immagini, sappiamo quanto sia facile orientare decisioni e preferenze attraverso algoritmi sempre più raffinati. In questo scenario è importante custodire un cuore che ama la verità, che desidera ciò che è giusto più dei contenuti di maggiore richiamo, che cerca la sapienza più dell’impatto immediato» (237).
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Giuseppe Marinaro e Donata Calabrese, Trentaquattro anni dalle stragi di Capaci e di via D'Amelio, il depostaggio infinito, in «Agi», 23 maggio 2026. Magistrati – uno dei quali è il giudice vaticano che ha condannato un innocente – sotto inchiesta: «Rimane aperto il fascicolo a carico degli ex magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento a Cosa nostra per aver contribuito, secondo i pm, a insabbiare, nei primi anni Novanta, una tranche dell’inchiesta Mafia e Appalti. L'accusa sostiene che nel 1992, su presunto input dell'allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco, Pignatone avrebbe istigato Natoli e Screpanti a condurre un’indagine apparente.»
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Ivo Pincara, La Corte d'appello non potrà ignorare la realtà dei fatti, in «Korazym», 22 maggio 2026.
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Fari Pad (Facebook, 22 maggio 2026): «In attesa del 22.06.2026: prima udienza della Corte d'Appello Vaticana. Si apre un'autostrada verso l'assoluzione del Cardinale Becciu. Mentre ci si avvicina al secondo grado di giudizio, il castello accusatorio contro il Cardinale Becciu non si sta semplicemente incrinando: sta letteralmente implodendo sotto il peso di rivelazioni e documenti sconcertanti. Quello che emerge non è più solo un processo, ma un groviglio opaco di violazioni procedurali, ingerenze esterne e zone d'ombra che minano alla radice la credibilità dell'intera inchiesta sulla compravendita del palazzo di Sloane Avenue. 1. Il vulnus insanabile: la violazione dell'Art. 355 с.р.p. La recente memoria difensiva sull'omesso deposito del Promotore di Giustizia (PdG), depositata il 13 maggio 2026, mette a nudo una violazione frontale e gravissima dell'articolo 355 del Codice di Procedura Penale. Non è un dettaglio tecnico, è una questione di legalità: il sequestro di atti e documenti operato dalla polizia giudiziaria deve seguire regole rigide di convalida e deposito. Omettere questi passaggi o sottrarre elementi al fascicolo significa violare il diritto costituzionale alla difesa, alterando la parità delle parti e inquinando la trasparenza del processo. Un'anomalia che da sola dovrebbe far crollare qualsiasi pretesa punitiva. 2. Manipolazioni, chat e "suggerimenti" ai testimoni: A questo si aggiunge lo scenario inquietante ricostruito dalle inchieste giornalistiche (...). Una presunta e inaccettabile commistione che vede il commissario della gendarmeria De Santis - braccio destro del PdG Alessandro Diddi - nel ruolo di "suggeritore" occulto nei confronti del testimone chiave, mons. Perlasca, imbeccandolo su cosa dire durante gli interrogatori. Un quadro di pressioni e manipolazioni confermato da una mole impressionante di messaggi e chat: 278 pagine di conversazioni tra la Ciferri e mons. Peña Parra (attuale numero due della Segreteria di Stato, ruolo un tempo ricoperto con indiscutibile onore proprio da Becciu) e altre 42 pagine tra la stessa Ciferri e il prof. Diddi. Una fitta trama ordita per indurre in errore il Pontefice e distruggere la reputazione di Becciu, culminata in condanne di primo grado del tutto ingiuste. (...) 3. La cronologia della vergogna: gli accessi abusivi di Striano. Il quadro diventa ancora più devastante con le rivelazioni sul tenente della Guardia di Finanza Pasquale Striano. Secondo gli atti (capo 57 dell'indagine condotta insieme all'ex pm Laudati), Striano avrebbe effettuato accessi abusivi alle banche dati su figure chiave dell'inchiesta vaticana già a partire dal 19 luglio 2019. Ma c'è un dettaglio temporale macroscopico: il Vaticano annuncerà le perquisizioni solo il 1° ottobre 2019, e i nomi diventeranno pubblici il giorno dopo. Come faceva un finanziere italiano a "indagare" abusivamente su quegli stessi soggetti mesi prima che l'inchiesta vaticana fosse di pubblico dominio? Questo vuoto temporale pesa come una confessione mancata e suggerisce un travaso di informazioni del tutto illegittimo. (...) 4. Il giallo istituzionale dello 007 italiano: addio alle rogatorie. A chiudere il cerchio, la fragorosa dichiarazione dell'avvocato Lodovico Mangiarotti su La Repubblica (17.05.2026), difensore dell'agente segreto italiano Giuseppe Del Deo. Il legale ha confermato che Del Deo non solo aveva un pass d'accesso allo spaccio vaticano mai ritirato, ma che le autorità d'oltretevere avevano chiesto "cooperazione" sul caso Sloane Avenue. (...) L'avvocato di Del Deo, il penalista Lodovico Mangiarotti precisa: «In Vaticano, Del Deo aveva una tessera per accedere allo spaccio e nessuno gliel'ha mai ritirata: è scaduta. Con la Santa Sede non ci sono mai stati problemi. In passato solo interlocuzioni ufficiali, perché le autorità vaticane avevano chiesto di cooperare sul caso Sloane Avenue.» Qui il caso si tinge di giallo istituzionale: Del Deo è un agente dei servizi segreti di uno Stato estero (l'Italia). Qualsiasi cooperazione investigativa con la Santa Sede su una materia così delicata non poteva basarsi su "richieste di cortesia" o interlocuzioni informali. Avrebbe dovuto tassativamente seguire i canali ufficiali della rogatoria internazionale tra Stati sovrani. (...) Chi ha deciso di bypassare i protocolli formali e le leggi internazionali? Sotto quale interesse, e da parte di chi, è arrivata la pressione per coinvolgere direttamente uno 007 italiano fuori da ogni regola? Le parole della difesa aprono scenari inquietanti sui reali motivi dietro questo coinvolgimento e confermano il sospetto di un'indagine condotta al di fuori di ogni binario legale. Sintesi finale: Il processo d'appello del 22 giugno non sarà solo il giudizio sul Cardinale Becciu, ma sara il processo ai metodi usati per condannarlo. Di fronte a omissioni di atti (art. 355 с.р.p.), testimonianze pilotate da investigatori, accessi abusivi preventivi e agenti segreti reclutati fuori dalle rogatorie internazionali (naturalmente dietro opportuna verifica). La Corte d'Appello non potrà ignorare la realtà: l'unica via rimasta per giustizia ed equità è una totale, limpida e doverosa assoluzione» (Fari Pad, Facebook 22 maggio 2026). L'immondo complotto montato contro il card. Becciu, che fa impallidire la malagiustizia montata contro Enzo Tortora o Alfred Dreyfus, intrecciato ai più alti vertici vaticani, rimarrà come una macchia indelebile sulla storia della Chiesa. Becciu è completamente innocente. Vittima, anzi, di un mascariamento mafioso senza precedenti, a livello mondiale. PS: è davvero necessario aspettare un altro mese, con un innocente inchiodato a una croce?
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Il processo Becciu torna a vacillare: denunciano omissioni nelle prove chiave, in «Infovaticanca», 18 maggio 2026. Quando la giustizia occulta la verità... Eppure, ci è stato promesso, sarà la verità a farci liberi.
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Giuseppe Scarpa, Del Deo, sullo 007 l'ombra dei fondi a Montecarlo, in «La Repubblica», 16 maggio 2026. «In Vaticano, Del Deo aveva una tessera per accedere allo spaccio e nessuno gliel'ha mai ritirata: è scaduta. Con la Santa Sede non ci sono mai stati problemi. In passato solo interlocuzioni ufficiali, perché le autorità vaticane avevano chiesto di cooperare sul caso Sloane Avenue.» Ah, ecco. Ora, visto che non c'è stata alcuna rogatoria internazionale, e tanto meno per fare operazioni illecite in Italia, io vorrei sapere il nome e il cognome di queste "autorità vaticane".
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Luigi Bisignani, Leone fa piazza pulita e "archivia" Bergoglio: dopo Giustizia e Ior tocca alla Comunicazione, in «Il Tempo», 17 maggio 2026. «Prevost ha iniziato dalla giustizia, lasciando trionfare il diritto e i principi basilari dell’ordinamento canonico, rallentando così la deriva giustizialista incarnata dal processo Becciu-Mincione, gestito da Diddi, avallato dal Tribunale guidato da Pignatone, e con la Gendarmeria trasformata in braccio operativo.»
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Brunella Bolloli, Per i pm Striano e Laudati devono andare a processo. L'ex finanziere: «Parlerò», in «Libero», 16 maggio 2026. Che Striano e co. abbiamo fatto operazioni illecite anche contro le persone coinvolte nel "processo del secolo" (che in realtà è la farsa del millennio) era noto. Ora bisogna stabilire precisamente chi sono i mandanti dentro il Vaticano, Paese straniero. Vogliamo la verità tutta intera!
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Fari Pad (Facebook, 16 maggio 2026): «La Waterloo della giustizia Vaticana nel "processo del secolo" nello Stato del Vaticano. Libera riflessione: il rinvio a giudizio del luogotenente Pasquale Striano per dossieraggio abusivo-può riguardare il "processo del secolo Card.Becciu"? La storia, seppur a posteriori, parrebbe presentare un conto decisamente salato: il processo di primo grado - pur dinanzi a fatti ancora pienamente da accertare nelle sedi opportune - sembrerebbe essersi manifestato attraverso il ruolo di attori che risulterebbero a vario titolo inquisiti, indagati, rinviati a giudizio o comunque stiorati dal sospetto di trame poco trasparenti e, potenzialmente, persino illecite. Proprio in questo contesto, le difese del maxi processo Becciu hanno chiesto l'acquisizione degli atti della Procura della Repubblica di Roma riguardanti l'ex finanziere Pasquale Striano, per il quale i pm capitolini hanno chiesto il rinvio a giudizio nell'inchiesta sui dossieraggi e gli accessi abusivi. Sussisterebbe infatti il fondato timore che tale attività di dossieraggio possa aver riguardato anche alcuni dei condannati in primo grado nel cosiddetto "processo del secolo contro il Card. Becciu". Un impianto che parrebbe cedere pezzo dopo pezzo nei suoi punti essenziali: Pignatone indagato. Il presidente del Tribunale vaticano Giuseppe Pignatone risulta indagato per gravi reati di mafia. Striano a giudizio: L'ex finanziere Pasquale Striano è stato ufficialmente rinviato a giudizio dalla Procura di Roma per accesso abusivo a sistema informatico e rivelazione di segreti. Il caso Diddi: Il Promotore di Giustizia Alessandro Diddi afferma di non conoscere Francesca Immacolata Chaouqui. Sarà vero? Intanto, dopo essere stato reso ammissibile di ricusazione dalla Corte d'Appello vaticana, si astiene in Cassazione da rappresentare l'accusa pur di evitare la ricusazione. Il flop internazionale: I giudici britannici e svizzeri continuano a dare torto al Vaticano per quanto concerne la gestione del palazzo di Londra. Il paradosso Perlasca: Monsignor Alberto Perlasca, inizialmente descritto come inetto, incapace e principale responsabile del danno sul palazzo di Londra, viene prosciolto e persino promosso magistrato. Testimonianze manipolate:La ricostruzione dei fatti evidenzia come la testimonianza chiave di Perlasca sia stata manipolata da due pregiudicate, la Chaouqui e Genoveffa Ciferri. Inquinamento delle prove: Emerge l'ombra del commissario della Gendarmeria vaticana, Stefano De Santis, che pare suggerisse direttamente alla teste Chaouqui cosa riferire in aula. Dal 22 giugno 2026 la Corte d'Appello Vaticana sarà chiamata a un compito altissimo: non solo restituire l'onorabilità ingiustamente sottratta a un Principe della Chiesa, il Cardinale Becciu, ma anche ridare quella giusta credibilità istituzionale e morale di cui la Santa Romana Chiesa è stata, pare stoltamente privata.»
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Gaetano Masciullo, Becciu lawyers ask Vatican appeals court halt new trial, in «Live Site», 15 maggio 2026.
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Thomas Colsy, Becciu lawyers accuse Vatican prosecutor of defying court order, in «The Catholic Herald», 15 maggio 2026.
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«Altro che "processo del secolo": in Vaticano va in scena la "farsa del millennio"! Vi immaginate se l'Accusa del "caso Garlasco" non consegnasse alle Difese, ai Giudici e all'Opinione Pubblica le intercettazioni e i verbali degli interrogatori accampando come giustificazione: "Li abbiamo valutati noi e questo basta!"? Ecco, esattamente questo capita in Vaticano nel "caso Becciu", all'interno di un sistema giudiziario marcio, in cui l'Accusa si permette di modificare le leggi a proprio piacimento e di "omissare" tutte le prove che vuole, soprattutto quelle che potrebbero tornare utili alle difese. E quando la Corte – tanto quella di Primo Grado come recentemente quella d'Appello – ordina di consegnare il materiale probatorio integralmente, senza tagli e "omissis", l'Accusa cosa fa? Inaudito: disobbedisce! Uno scandalo senza precedenti nella storia del diritto mondiale (nei Paesi civili)» (Andrea Paganini su FB).
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Nico Spuntoni, "Citazione nulla": il processo Becciu può saltare, in «Il Giornale», 14 maggio 2026.
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La verità sulla vicenda Becciu dà forza internazionale alla Chiesa. Conversazione Felice Manti-Geppi Rippa, in «Agenzia Radicale», 14 maggio 2026. «“Un principio cardine - riporta il sito Faro di Roma - di ogni sistema garantista: nessun elemento può essere valutato dal giudice se non è stato previamente messo a disposizione di tutte le parti. Secondo la loro ricostruzione, la presenza di omissis e la mancata produzione di alcuni documenti configurerebbero una violazione dell’ordinanza della Corte, che aveva imposto un deposito integrale, senza margini di selezione”. (...) La mancata ottemperanza da parte del Promotore all’ordinanza della Corte di procedere al deposito integrale impedisce la piena conoscenza degli atti da parte degli imputati e dei loro difensori e non consente di sanare la nullità e di procedere alla rinnovazione del dibattimento nei termini indicati dalla Corte. Si tratta di violazioni espressamente previste dal codice a pena di nullità, che la Corte di Appello ha stabilito in termini chiari accogliendo le eccezioni difensive. A fronte di tale inadempimento e della conclamata lesione del diritto di difesa che lo stesso ha determinato, i difensori (Gian Domenico Caiazza, Maria Concetta Marzo, Luigi Antonio Paolo Panella, Fabio Viglione e Andrea Zappalà) hanno chiesto alla Corte d’Appello di adottare i provvedimenti conseguenti alla persistente nullità della citazione, atto fondamentale di ogni giudizio.» Mentre sulla stampa "cattolica" continuano l'omertà e l'oscurantismo, vigliacchi se non complici, qualche raggio di luce arriva da parte dei radicali. Che poi furono gli unici a difendere Enzo Tortora in una vicenda simile a quella che ha colpito il card. Becciu.
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Processo Becciu, le difese chiedono la nullità definitiva della citazione, in «Il Dubbio», 14 maggio 2026. Quando i magistrati – pagati anche con l'Obolo di San Pietro – nascondono vigliaccamente le prove... «Nella memoria viene richiamato il fatto che si tratterebbe di violazioni espressamente previste dal codice a pena di nullità. La Corte d’Appello, secondo i difensori, avrebbe già riconosciuto in modo chiaro la rilevanza delle eccezioni sollevate, accogliendole nel precedente provvedimento. Da qui la richiesta di trarre ora le conseguenze processuali dell’inadempimento: dichiarare definitivamente la nullità della citazione a giudizio.»
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Verità vicenda Becciu dà forza internazionale alla Chiesa. Conversazione Felice Manti-Giuseppe Rippa, in «Agenzia Radicale», 13 maggio 2026. «Esistono tonnellate di documenti che non sono stati resi disponibili alle difese (...); l'Ufficio del promotore ha preferito nascondere alle difese queste carte, dicendo: "Io non te le posso dare, perché se te le do metto a rischio il Vaticano. (...)». Uno si domanda: cosa c'è di così grave che attenta all'equilibro del potere del Vaticano, ma così innocuo e innocente da non pregiudicare una condanna (...). È pacifico che le due cose non si reggono! Se io so che un'incercettazione o il modo di condurre un interrogatorio al famoso supertestimone mons. Pelasta, che era stato individuato dal Promotore di giustizia come il primo, vero, unico, principale responsabile di questa compravendita gestita in maniera frettolosa (...); se in queste conversazioni e in questo interrogatorio ci sono delle cose che mettono a rischio il Vaticano, di cosa stiamo parlando? Ci sono delle confessioni rispetto al ruolo che in questa vicenda potrebbero aver avuto delle persone del Vaticano che non sono comparse in questo procedimento? Ci sono nella testimonianza di Perlasca delle questioi che attengono alla Segreteria di Stato (...) che queste difese non devono sapere, che l'opinione pubblica non deve sapere? Le cose che dice Diddi sono di una gravità inaudita e spaventosa! (...) Io credo che siano due comportamenti molto gravi, di cui Diddi dovrà rendere conto a qualcuno. Qui di fatto si tratta di una disobbedienza, di una inapplicazione di un dispositivo, di una decisione della Corte d'Appello vaticana che lui ha in qualche modo aggirato» (Felice Manti). «La credibilità del Vaticano verrebbe compromessa dalla rivelazione di questi "omissis". Ma non c'è già una ridotta credibilità nel momento in cui (...) la ricomposizione, l'annullamento e la chiusura del processo sono un atto necessario proprio per consolidare questo livello di centralità che il Vaticano può avere sul piano internazionale? (...) Il rischio che il Vaticano corre non mi sembra abbia un rilievo perché se si rivelano gli "omissis" si mette a rischio il Vaticano. Il problema è proprio il contrario: che se non si rivelano questi "omissis" è il Vaticano che perde di credibilità, con conseguenze devastanti sul "processo Becciu", sulla crediblità del Vaticano in termini di diritto e contemporaneamente sul fatto che sul piano mondiale viene meno un ancoraggio importante per essere un luogo di certezza del diritto, e quindi di giustizia, che in questo caso è terrena, ma ha anche un'interpretazione che può essere piu vasta» (Giuseppe Rippa). «Questa Segreteria di Stato, questo Vaticano, questo momento storico, ha tanto bisogno di persone come Becciu, che prima di essere infilate in questa vicenda tristissima sono state a loro modo grandi protagonisti della diplomazia vaticana e grandi tessitori di rapporti umani fra paesi ostili (...). Non possiamo permetterci che queste criticità, che queste opacità, che queste ombre restino a lungo, perché veramente rischia di affievolirsi la forza e la potenza della Chiesa in un momento delicatissimo per tutto il pianeta, per tutto il mondo, per tutta l'umanità» (Felice Manti).
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Franca Giansoldati, Processo Becciu, depositata una memoria dai legali degli imputati: «Leso il diritto alla difesa». E chiedono la nullità del processo, in «Il Messaggero», 13 maggio 2026. «Il documento, che il Messaggero ha potuto visionare, contesta apertamente il comportamento dell’accusa vaticana e sostiene che il rifiuto al deposito integrale del materiale istruttorio raccolto durante le indagini (come era stato ordinato dalla Corte d'Appello) costituisca una violazione grave del diritto di difesa tale da rendere insanabile il procedimento. (...) Nella memoria si legge infatti che il promotore «si è rifiutato di ottemperare all’ordine impartito dalla Corte», attribuendosi «illegittimamente il potere di stabilire che cosa sia pertinente ai fini del decidere». Un comportamento che, secondo i legali, sarebbe «esattamente contrario a quello ritenuto conforme alla legge». (...) Il punto più delicato riguarda il materiale sequestrato all’epoca a monsignor Alberto Perlasca, ex funzionario della Segreteria di Stato divenuto poi il principale accusatore del cardinale Becciu. Le difese sostengono che tra gli atti non depositati figurerebbero anche il contenuto dei 31 apparati informatici sequestrati nel corso delle indagini. Tutto materiale che gli imputati ritengono potenzialmente decisivo (...). La questione non riguarda più soltanto il merito delle contestazioni finanziarie legate all’investimento londinese di Sloan Avenue, ma investe ormai direttamente il metodo investigativo e le garanzie processuali adottate dal sistema giudiziario vaticano. (...) Ora però il rischio concreto è che il dibattimento d’appello si trasformi sempre più in un processo sul processo: non più soltanto sulla gestione dei fondi della Santa Sede, ma sulla tenuta stessa delle regole procedurali e delle garanzie difensive dentro il sistema giudiziario vaticano. Per la verità non capisco come mai l'ignobile Alessandro Diddi si permetta di metter becco in una vicenda dalla quale egli dovrebbe essere escluso definitivamente! Anche in tedesco. E in inglese.
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Caso Becciu, la difesa chiede la nullità della citazione a giudizio: «Senza gli atti integrali non si può andare a processo», in «La Nuova Sardegna», 13 maggio 2026.
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Sante Cavalleri, Vaticano, nuova offensiva della difesa nel processo Becciu: chiesta la nullità definitiva della citazione a giudizio, in «Faro di Roma», 13 maggio 2026. «La difesa sottolinea inoltre che le violazioni contestate sarebbero espressamente previste dal codice di procedura vaticano come cause di nullità. Per questo motivo viene chiesto alla Corte di adottare “i provvedimenti conseguenti” rispetto a quella che viene definita una persistente irregolarità processuale. (...) La Corte d’Appello vaticana dovrà ora valutare se il mancato deposito integrale degli atti costituisca effettivamente una violazione tale da compromettere in modo irreparabile il diritto di difesa e determinare la nullità definitiva della citazione a giudizio, come richiesto dai legali degli imputati.» Una vergogna epocale per la Chiesa del nostro tempo, e di tutti i tempi! Una malagiustizia, quella vaticana, che a quella italiana, già terribile, fa un baffo!
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QUALCUNO, prima o poi, dovrà spiegare come mai chi s'è comportato bene l'ha punito e chi s'è comportato male l'ha premiato (AP).