Clicca sulla casella che ti interessa

Clicca sulla casella che ti interessa









































Sull'«Espresso», «Report», «The Pillar», «Huffpost» e simili (settima parte)
>>> per la parte precedente clicca qui
«Il primo passo di ogni dittatura è la manipolazione senza scrupoli della libera comunicazione, attraverso la seduzione degli scandali e le calunnie, per indebolire la vita democratica e condannare persone e istituzioni.» (...) «La storia di Nabot è paradigmatica di tanti martiri della storia», ha affermato papa Francesco: «È paradigmatica del martirio di Gesù; è paradigmatica del martirio di Stefano; è paradigmatica pure, dall’Antico testamento, di Susanna; è paradigmatica di tanti martiri che sono condannati grazie a una messa in scena calunniosa». Ma «questa storia – ha spiegato ancora il Pontefice – è anche paradigmatica del modo di procedere nella società di tanta gente, di tanti capi di Stato o di governo: comunicano una bugia, una calunnia e, dopo aver distrutto sia una persona sia una situazione con quella calunnia, giudicano quella distruzione e condannano». «Anche oggi, in tanti Paesi – ha fatto presente il Papa – si usa questo metodo: distruggere la libera comunicazione». E ha continuato: «Per esempio, pensiamo, c’è una legge dei media, di comunicazione, si cancella quella legge; si dà tutto l’apparecchio della comunicazione a una ditta, a una società che calunnia, dice delle falsità, indebolisce la vita democratica». Poi «vengono i giudici a giudicare queste istituzioni indebolite, queste persone distrutte, condannano, e così va avanti una dittatura». Del resto, ha aggiunto Francesco, «le dittature, tutte, hanno incominciato così, con l’adulterare la comunicazione, per mettere la comunicazione nelle mani di una persona senza scrupolo, di un governo senza scrupolo». Ma «anche nella vita quotidiana è così» ha fatto notare il Papa. Tanto che «se io voglio distruggere una persona, incomincio con la comunicazione: sparlare, calunniare, dire degli scandali». Oltretutto, ha aggiunto, «comunicare scandali è un fatto che ha una seduzione enorme, una grande seduzione». Così facendo, «non si giudicano alla fine le persone, si giudicano le rovine delle persone o delle istituzioni, perché non possono difendersi». In questa prospettiva Francesco ha suggerito di pensare «a Susanna, per esempio, che dice: “ma io sono nell’angolo, se io cedo alla seduzione e pecco, avrò la condanna del Signore; se io rimango nella mia fede avrò la condanna della gente”». «A me colpisce tanto — ha confidato il Pontefice — vedere come Stefano fa quel lungo discorso per difendersi da quelli che lo accusavano: non ascoltavano e, nel frattempo, sceglievano le pietre per lapidarlo». Per loro, infatti, «era più importante lapidare Stefano che sentire la verità». Proprio «questo è il dramma dell’avidità umana: che anche l’avidità è debole, perché questo re ha voglia di tante cose, ma è un debole, e quando vede che non ce la fa va a letto». Ma ecco che «c’è la crudeltà» di «chi parla all’orecchio e gli dice cosa deve fare: distruggere». E «così abbiamo visto tante persone distrutte per una comunicazione malvagia come questa che ha fatto la regina Gezabèle» ha riconosciuto Francesco, sottolineando: «Tante persone, tanti Paesi distrutti per dittature malvagie e calunniose: pensiamo, per esempio, alle dittature del secolo scorso». In particolare, ha detto il Papa, «pensiamo alla persecuzione degli ebrei: una comunicazione calunniosa contro gli ebrei e finivano ad Auschwitz perché non meritavano di vivere». E questo «è un orrore, ma un orrore che succede oggi: nelle piccole società, nelle persone e in tanti Paesi». Sempre, ha riaffermato il Pontefice, «il primo passo è appropriarsi della comunicazione e, dopo la distruzione, il giudizio e la morte». Dunque «non era un’idea peregrina quella dell’apostolo Giacomo, quando parlò della lingua e della capacità distruttiva della comunicazione malvagia: lui sapeva di cosa parlava». Papa Francesco, 18 giugno 2018
Il 24 settembre 2020 qualcuno – CHI? – recapitò tra le mani di papa Francesco, prima ancora che la rivista arrivasse nelle edicole, una copia dell’«Espresso» con uno scritto di Massimiliano Coccia (alias don Andrea Andreani) – il primo di una lunga serie – e una copertina fabbricata ad arte per provocare la cacciata del cardinale Becciu. Era l’inizio di una vera e propria martellante campagna di diffamazione – altrimenti detta macchina del fango, killeraggio mediatico, mascariamento o character assassination – contro un uomo che, fino a prova contraria, è completamente innocente, vittima della più grave persecuzione a mezzo stampa orchestrata nella storia contro un essere umano.
Papa Francesco ha detto: «Il lawfare inizia attraverso i mass media, che denigrano [l'obiettivo] e insinuano il sospetto di un reato. Si creano indagini enormi e per condannare basta il volume di queste indagini, anche se non si trova il reato». E ancora: «La disinformazione è uno dei peccati del giornalismo, che sono quattro: la disinformazione, quando un giornalismo non informa o informa male; la calunnia – tante volte si usa quello; la diffamazione, che è diversa dalla calunnia ma distrugge; e il quarto è la coprofilia, cioè l’amore per lo scandalo, per le sporcizie. Lo scandalo vende. E la disinformazione è il primo dei peccati, degli sbagli – diciamo così – del giornalismo». Fra l'altro gli accusatori imbrattacarte hanno sputato veleno a comando e a vanvera, tant'è vero che Massimiliano Coccia e l'acida e astiosa Maria Antonietta Calabrò ad esempio, che si tengono su promuovendo a vicenda i propri mal scritti in cui non ne azzeccano una (una mano lava l'altra), hanno puntato più volte i loro strali contro «Angelo Maria Becciu» – letterale!, e probabilmente rivelatore della comune fonte che gli passa le veline in un losco baratto – dimostrando di non conoscere nemmeno il nome della loro vittima designata (figurarsi la realtà dei fatti!), e asservendosi a una perversa campagna di diffamazione fondata sul nulla, se non sulla malizia dei suoi ideatori. La peggiore decadenza del giornalismo s'è realizzata nell'ignobile violazione dei più basilari principi dei diritti umani, come quello alla presunzione d'innocenza, diritti che dovrebbero essere contemplati anche dalla deontologia professionale dei giornalisti, i quali invece si sono prestati oscenamente alla menzogna e al più deleterio dei clericalismi (vedi Calabrò e co.).



«Non credo che il giornalismo raggiunga la verità», ha scritto pilatescamente il direttore dell'«Espresso» Marco Damilano. A me basterebbe che non propugnasse la menzogna e la calunnia.
Qualcuno, in Vaticano, ha sottoscritto un losco baratto, un "do ut des", con l'"Espresso" ai fini di imbastire una campagna di diffamazione senza precedenti, un ignobile killeraggio mediatico. E questo qualcuno è ancora lì, a fare danni. Fa poi impressione il silenzio assordante (omertà?) degli organi di stampa "cattolici", succubi di un'informazione giustizialista e priva di spirito evangelico, che volenti o nolenti fanno il gioco della disinformazione e dei manipolatori. Perché Andrea Tornielli non ha scritto che quelle contro Becciu erano «accuse assurde e infamati» (come scriverà con deprecabile ritardo quando lo stesso promotore di giustizia Diddi darà credito ad accuse altrettanto assurde e anche più infamanti su Giovanni Paolo II)? Il giornalismo "cattolico" è costituito unicamente da abietti e codardi "yes-man" incapaci di parresia? Problemi con la libertà di stampa? O con la verità tout court? Con poche meritevolissime eccezioni, va detto. In ogni caso è grave! La verità ci farà liberi.
Papa Leone XIV: «Oggi papa Leone ha parlato dell'«onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte.» La verità può anche essere crocifissa, nascosta in un sepolcro, ma in fondo, nonostante tutto, non muore mai.
Giacomo Amadori, Per i pm il giudice più potente d'Italia era contiguo alla mafia: media muti, in «La Verità», 16 aprile 2026. Ancora su Giuseppe Pignatone, il giudice vaticano indagato per favoreggiamento alla mafia (e quindi ricattabile) che ha condannato un innocente. «Ciò che stupisce è che sulle presunte relazioni pericolose, anzi pericolosissime, di colui che è stato per quasi tre lustri il magistrato più potente d’Italia (con la benedizione del presidente Giorgio Napolitano) e del Vaticano (Francesco lo volle come presidente del Tribunale della Santa sede) giornali e trasmissioni tv non si scaldano. Preferiscono sorvolare. Forse perché per troppo tempo la stampa progressista (su cui Pignatone firmava dotti editoriali) si è ben guardata dal metterne in discussione il lavoro (…). E anche quando scoppiò il caso di Luca Palamara, di cui Pignatone era una sorta di fratello maggiore, i cronisti tennero ben distinte le due posizioni. Ma a tirare giù dal piedistallo il magistrato siciliano ci stanno pensando i colleghi della Procura di Caltanissetta. Per esempio con le 385 pagine di richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta del 10 aprile 2026 del fascicolo contro ignoti che ha investigato la causa delle stragi del 1992, giungendo alla conclusione che, tra queste, ci sia anche la cattiva gestione del procedimento Mafia e appalti. Nel riferire l’altro ieri in Commissione Antimafia il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha parlato di «un gravissimo errore» commesso dall’allora sostituto procuratore di Palermo Pignatone, ammesso da lui stesso, che avrebbe «vanificato l’80% dell’indagine Mafia e appalti». Per coloro che conoscono gli atti è ben chiaro che De Luca abbia fatto riferimento all’omessa iscrizione di indagati eccellenti (sentiti come semplici testimoni) riferita dai pubblici ministeri Ilda Boccassini e Roberto Saieva. Oggi gli inquirenti hanno maturato la convinzione che non di «errore» si sia trattato, ma di atti ben ponderati al punto che gli stessi pubblici ministeri nisseni hanno sottolineato «alcune contiguità» di Pignatone «con soggetti appartenenti al mondo mafioso/imprenditoriale dell’epoca», evidenziando come «questo elemento ha certamente inciso rispetto alla sovraesposizione dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», considerata prodromica alla loro eliminazione da parte della Piovra mafiosa. Una vicinanza che sarebbe dimostrata non solo dagli «errori» compiuti da Pignatone nel più importante procedimento di mafia a lui assegnato, ma anche dai 24 immobili acquistati dalla famiglia Pignatone nella palermitana via Turr dalla società Raffaello degli imprenditori mafiosi Vincenzo Piazza, Francesco Bonura e Salvatore Buscemi. La Procura evidenzia che «Piazza, suo cognato Aurelio Giovanni Chiovaro, i fratelli Salvatore e Antonino Buscemi e Bonura sono stati, negli anni, tutti condannati per associazione mafiosa con pene definitive» e che Piazza, Bonura e Salvatore Buscemi erano massoni della loggia Dante Alighieri. Sui legami tra Pignatone e questi signori gli inquirenti valorizzano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Siino, Giovanni Brusca (lodato, per il suo ruolo, da Pignatone sulla Repubblica) e Salvatore Cancemi che, a partire dagli anni Novanta, hanno iniziato a riferire ai magistrati che l’ex giudice del Papa era «a disposizione» dei fratelli Buscemi o «nelle mani» di Vincenzo Piazza. Un’ipotesi negata con forza dalla difesa di Pignatone, ma ritenuta attendibile da De Luca e dai suoi colleghi. Nella richiesta di archiviazione si legge che «non si può in alcun modo convenire sul fatto che gli accertamenti svolti abbiano smentito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia» e ciò perché «non soltanto sono stati acclarati rapporti patrimoniali di Giuseppe Pignatone sia con i Buscemi che con Piazza, ma le contiguità del nucleo familiare del magistrato con quest’ultimo soggetto iniziano ben prima dell’acquisto dell’immobile di via Turr, atteso che […] fin dal 1964, il nucleo familiare di Francesco Pignatone, padre di Giuseppe, ha vissuto in un immobile costruito da Rosolino Piazza, padre di Vincenzo». (…) La Procura di Caltanissetta, come in tutte le indagini di mafia, ha svolto investigazioni sulla famiglia di origine di Pignatone accertando che alle nozze del padre Francesco, celebratesi a San Cataldo il 12 novembre 1947, era stato testimone di nozze Calogero Volpe futuro deputato della Democrazia cristiana per circa un ventennio e definito da Wikipedia «politico, medico e mafioso italiano». La Procura di Caltanissetta ricorda che nella relazione d’opposizione del 4 febbraio 1976 in Commissione parlamentare Antimafia «Calogero Volpe veniva indicato come estremamente vicino a contesti mafiosi» e veniva definito «il cervello politico del si stema di potere mafioso in provincia di Caltanissetta». Tra i grandi elettori del parlamentare ci sarebbe stato anche il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, morto ammazzato nel 1978. Nel documento veniva anche puntualizzato che Volpe «sarebbe stato presente a un comizio tenuto dall’onorevole Pignatone e voluto da don Calò Vizzini, perché si celebrasse l’ideale e le virtù della mafia-politica». Nel 1964, quando Pignatone ha 15 anni, la sua famiglia si trasferisce a Palermo, nella palazzina dei Piazza. Dei 14 appartamenti divisi su sette piani quattro risultavano di pertinenza della famiglia Pignatone, sei della famiglia Piazza e soltanto i restanti quattro appartenevano a soggetti diversi. Quasi una comune politico-mafiosa. Nel 1980 i Pignatone si spostano in via Turr. In un’intercettazione del 2024 Bonura ha esclamato: «Se ne sono comprate proprietà da Piazza, da noi… ma proprio un mare! Oltre l’appartamento che aveva Pignatone c’ha magazzini, c’ha uffici, ha tante cose!». Confutando la difesa di Pignatone, i pm nisseni annotano che già all’epoca degli acquisti «era evidente che le figure di Vincenzo Piazza e dei soci Francesco Bonura e Salvatore Buscemi, fossero, già al tempo, accostate alla criminalità organizzata». Per quelle compravendite, alla fine degli anni Novanta, Pignatone è stato indagato e archiviato. Anche grazie alla consegna delle matrici degli assegni con cui avrebbe effettuato il pagamento del suo immobile (un pentito aveva parlato di regalo della mafia). Dopo oltre 25 anni i magistrati nisseni non sembrano condividere la scelta del gip che aveva archiviato il caso: «Non si comprende la ragione per la quale Pignatone abbia conservato documentazione totalmente non probante, come le matrici, e non, invece, copia dei titoli che a esse corrispondono o, addirittura, una quietanza dei pagamenti effettuati». E sottolineano «le discrasie tra gli importi delle fatture» emesse dalla società immobiliare Raffaello, controllata dalla mafia, e «le somme indicate nelle matrici», quasi sempre diverse. Addirittura per due assegni da 14 e 6 milioni non si sono trovati i corrispondenti documenti contabili. Senza contare che alcuni pagamenti sarebbero stati emessi in favore di Salvatore Buscemi e non della società venditrice. Una scelta così stigmatizzata nella richiesta di archiviazione: «Non si comprende a che titolo 2 dei 7 assegni emessi a saldo del prezzo pattuito dovessero essere intestati a Salvatore Buscemi, se si considera che la società venditrice degli immobili era una società di capitali che, come tale, è un soggetto giuridico diverso sia dal suo amministratore che dai soci che ne detengono il capitale». Secondo una consulenza ordinata dalla Procura, alla fine, «Pignatone avrebbe pagato, per l’appartamento acquistato in via Turr, un prezzo sensibilmente inferiore (di circa un terzo) a quello di mercato» e una parte, come ammesso dallo stesso Pignatone nell’interrogatorio, di tale incongruo prezzo sarebbe stata versata in nero. (…) Una scelta borderline che secondo i magistrati avrebbe portato a conseguenze nefaste per il buon nome dell’ex collega: «Pignatone ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale ad una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati “in odore di mafia”; evasione fiscale concordata con Salvatore Buscemi, capo mandamento di Passo di Rigano. La circostanza assume sicuramente estremo rilievo in relazione all’immagine del dottor Pignatone “agli occhi di Cosa nostra”, con tutto ciò che ne poteva conseguire circa le “chiacchiere” che circolavano sul suo conto in ambito mafioso». Ma da Caltanissetta altre bordate sono state riservate alla gestione del procedimento Mafia e appalti. L’aspetto forse più inquietante emerso è la disposizione di smagnetizzare le intercettazioni e di distruggere i brogliacci impartita da Pignatone e da Gioacchino Natoli (i due restano indagati per favoreggiamento della mafia in un fascicolo stralciato da quello per cui è stata chiesta l’archiviazione) nel procedimento relativo alle infiltrazioni del clan Buscemi/Bonura nella gestione della cave di marmo di Carrara. La Procura di Caltanissetta in questi mesi ha accertato che, in realtà, l’ordine di distruzione di Pignatone e Natoli, per un caso fortuito, non è stato eseguito dagli uffici e ciò ha consentito il riascolto di quelle conversazioni che fornivano elementi utili perfino alla ricostruzione di un duplice omicidio che coinvolgeva Bonura, vale a dire l’uomo che aveva venduto 24 immobili ai Pignatone. Gli inquirenti sono arrivati alla conclusione che la distruzione delle intercettazioni per liberare spazio sulle bobine non fosse una prassi consolidata e che, comunque, per farlo sarebbe bastato distruggere il materiale collegato a fascicoli passati in giudicato e proveniente da procedimenti ordinari. Invece a Palermo il solo Pignatone in tutta la Procura del capoluogo siciliano, tra il 1991 e il 1993, avrebbe fatto distruggere prove di inchieste di mafia archiviate e non concluse in modo definitivo. Nella richiesta di archiviazione la preoccupante ricostruzione viene suggellata con le dichiarazioni rilasciate nel giugno 1992 dalla giornalista Liana Milella. Falcone, prima di morire, le aveva consegnato i suoi diari «per dimostrare il suo “isolamento” nel periodo di permanenza alla Procura di Palermo» dove non poteva più «lavorare efficacemente […] a causa della contrapposizione che si era venuta a creare con il procuratore Giammanco e con i sostituti procuratori più vicini a quest’ultimo, tra i quali in particolare il dottor Lo Forte e il dottor Pignatone». Tutto questo non è bastato a evitare che Pignatone diventasse, per usare le parole di unsuo giovane collega perugino, «un monumento della magistratura italiana». E Pignatone era editorialista del gruppo Gedi...
Ermes Antonucci, Gli scandali sugli accessi abusivi sono figli della cultura dello sputtanamento, in «Il Foglio», 24 aprile 2026. «Sarebbe superficiale ridurre i casi Striano, Equalize, “squadra Fiore” e i tanti altri episodi di accessi abusivi a una mera questione di infedeltà da parte di militari o agenti dei servizi. Analizzati da una prospettiva più ampia, infatti, questi casi (in attesa dei dovuti accertamenti giudiziari) mostrano di avere un elemento in comune: sono figli della cultura dello sputtanamento che da oltre trent’anni domina il paese.» Tutto vero. Ma nel caso che ha preso di mira l'innocente card. Becciu c'è di più: ci sono dei mandanti ben precisi, dentro il Vaticano. E quindi ci sono dei corrotti dentro il sistema della "giustizia". Almeno un magistrato italiano e un ufficiale della Guardia di finanza in servizio alla Direzione investigativa antimafia, a quanto pare in collaborazione con membri dei Servizi segreti (deviati?), hanno effettuato spionaggi e dossieraggi illeciti contro le persone coinvolte nel "processo del secolo" in Vaticano (chi sono i mandanti dentro il Vaticano? E come mai Diddi si è precipitato affannosamente a Perugia da Cantone?) Uno scandalo epocale!
«In quest’epoca dell’intelligenza artificiale incoraggio tutti a impegnarsi nel promuovere forme di comunicazione sempre rispettose della verità dell’uomo, alla quale orientare ogni innovazione tecnologica.» «Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale. (...) Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine. (...) A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie “allucinazioni”. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza. (...) Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della “persona dell’anno 2025”, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto. La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati. Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilità, cooperazione e educazione. Innanzitutto la responsabilità. Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati. Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo. Per chi è al vertice delle piattaforme online ciò significa assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio della massimizzazione del profitto, ma anche da una visione lungimirante che tenga conto del bene comune, allo stesso modo in cui ognuno di essi ha a cuore il bene dei propri figli. Ai creatori e agli sviluppatori di modelli di IA è chiesta trasparenza e responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi e dei modelli sviluppati, in modo da favorire un consenso informato da parte degli utenti. La stessa responsabilità è chiesta anche ai legislatori nazionali e ai regolatori sovranazionali, ai quali compete di vigilare sul rispetto della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole» (Leone XIV per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali). Esattamente il contrario delle fake news promosse dall'Espresso contro un innocente nella più volgare operazione di mascariamento – killeraggio mediatico – della storia (avallato dal Vaticano)
Papa Leone XIV, Magnifica humanitas: «L’uso delle piattaforme digitali e dei sistemi di IA accelera i profondi cambiamenti nella comunicazione pubblica e politica. Strumenti che potrebbero favorire il confronto e la partecipazione vengono spesso impiegati per costruire narrazioni distorte e confondere i confini tra vero e falso, mescolando dati e opinioni. La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente. La possibilità di manipolare contenuti, immagini e filmati espone i cittadini a prospettive parziali o fuorvianti. Il problema riguarda la dimensione culturale e morale, poiché la qualità della comunicazione pubblica dipende direttamente dalla fiducia sociale e incide su di essa. Un’informazione veritiera, infatti, non nasce da un controllo centralizzato o automatizzato. Nel discorso pubblico, la verità dei fatti possiede una dimensione razionale, poiché richiede verifica, riscontro delle fonti e responsabilità argomentativa; ma è ancor più relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e pratiche condivise, in un confronto onesto con gli altri e con il mondo. Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti, assunta come bene comune, può fondare una comunicazione giusta.» (132) «Coloro che dispongono di potenti risorse tecniche ed economiche – e, con esse, anche di molte risorse umane per intervenire – hanno un’importante capacità di indurre cambiamenti culturali e, in ultima analisi, di convincere un numero significativo di persone su quale sia la verità sull’essere umano, sul mondo, sul senso dell’esistenza, sulla famiglia, persino su Dio. Questo è puro potere privo di verità, che impone sottilmente o apertamente ciò che vuole che gli altri considerino vero. Dietro tutto ciò vi è una radice malata difficile da riconoscere: il fatto che "l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi". Perciò egli pensa di poter costruire la realtà e che ciò che meglio si adatta alle sue pretese sia valido» (133). «La ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia, che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune. Quando la domanda su ciò che è vero perde di interesse e prende piede un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare utile o efficace, la vita democratica si indebolisce. Essa, infatti, non vive soltanto di regole e procedure, ma anzitutto di un rapporto leale con i fatti e di un reale orientamento al bene delle persone e del corpo sociale. Il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo, per il quale, come ha scritto la filosofa Hannah Arendt, i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma «la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più» (134). ... «la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità. Occorre quindi promuovere un’ecologia della comunicazione: sul versante delle regole pubbliche, ciò significa stabilire norme che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati e che tutelino i dati personali; sul versante sociale e culturale, invece, implica il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata» (137). «Anche le comunità cristiane devono impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti. Purtroppo, non sempre è stato così. Abbiamo assistito con vergogna alla faticosa scoperta di verità dolorose anche su membri della Chiesa e su realtà ecclesiali. In particolare, alcuni giornalisti appassionati della verità hanno avuto un ruolo fondamentale nel portare alla luce ingiustizie e abusi. A loro vorrei ripetere la parole che ha detto Papa Francesco parlando ai vaticanisti: "Vi ringrazio anche per quanto raccontate su ciò che nella Chiesa non va, per quanto ci aiutate a non nasconderlo sotto il tappeto e per la voce che avete dato alle vittime di abuso". Tuttavia, la vigilanza e la trasparenza sono anzitutto una grave responsabilità della Chiesa stessa e non dobbiamo attendere che altri ci costringano ad affrontare verità scomode su noi stessi» (138). «In un tempo in cui la verità viene spesso piegata agli interessi e alle strategie comunicative, il mondo dell’educazione assume un rilievo decisivo. Ma le rapide trasformazioni tecnologiche mettono in luce quanto siamo impreparati sul piano educativo. La pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione, che alimenta stanchezza, noia e apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità» (139). La pace «è vera solo se fondata sulla giustizia» (159). «Abbiamo una possibilità reale di contribuire al bene ogni volta che diciamo la verità, che diamo un consiglio saggio, che sosteniamo chi ha bisogno di conforto, che denunciamo un’ingiustizia, che diamo voce a chi non ne ha» (214).
«Nicodemo faceva parte del Sinedrio, il Consiglio dei capi d’Israele. Quando nel Sinedrio sentì parole di disprezzo verso Gesù, invitò tutti ad ascoltarlo prima di condannarlo» (Leone XIV, 31 maggio 2026). Contro la violazione del diritto umano alla presunzione d'innocenza, da parte di chi condanna precipitosamente, impulsivamente e in modo disinformato. E condannando anche innocenti!
Sante Cavalleri, Una giovane donna, Maria Montserrat Alvarado, guiderà il Dicastero per la Comunicazione al posto di Paolo Ruffini che va in pensione. È stata anchorman e poi Ceo di EWTN, impero mediatico cattolico in USA spesso critico su Papa Francesco, in «Faro di Roma», 3 giugno 2026. La situazione – nella (mala)giustizia e nella (mala)informazione vaticane – è effettivamente gravissima. Attenzione, comunque, a non buttare il bambino con l'acqua sporca!
D.N.I e F.V., La cricca di Tornielli demonizzava EWTN. Oggi Leone XIV la mette sopra di lui, in «Silere non possum», 4 giugno 2026. «Poi è arrivato il processo d’appello del caso Sloane Avenue. Tornielli aveva scritto, durante il pontificato di Francesco, un editoriale in difesa del processo di primo grado; lui, che faceva spettacoli di magia a Chioggia, si è messo a parlare di diritto in un editoriale delirante. La Corte d’Appello ha poi smontato quella sentenza battendo proprio sui punti che Tornielli difendeva. È così che, piano piano, ha iniziato a sgretolarsi il castello di sabbia.» Un episodio in cui il giornalismo – cattolico e non – ha toccato il fondo della propria volgare decadenza.
Andrea Paganini (FB 25 giugno 2026): «Oggi sono passate esattamente 300 settimane. Esattamente 2'100 giorni dal 24 settembre del 2020, il giovedì in cui un uomo innocente è stato brutalmente condannato dal Papa, dalla Chiesa, dal mondo intero, sull'onda della campagna di diffamazione – killeraggio mediatico, character assassination, mascariamento mafioso – più violenta della storia. Ormai è chiaro come la luce del sole: il card. Becciu è completamente innocente, vittima di un perverso complotto. Io, certo che la verità vale più della ragion di Stato e che anzi ci farà liberi, non mi stancherò di lavorare perché la verità venga alla luce. Un cristiano non può aver paura della verità, e tanto meno nasconderla. Quanto durano 300 settimane? Quanto vale la vita di un uomo?»
Andrea Caldart, Becciu, Marogna e il grande silenzio: chi doveva essere davvero protetto?, in «Gazzetta dell'Emilia», 8 luglio 2026. «La richiesta della Corte di acquisire integralmente gli atti, senza tagli e senza omissioni, e il mancato deposito di documenti decisivi aprono un fronte che va oltre il destino processuale di Becciu. Perché se mancano pezzi fondamentali, allora viene meno la credibilità stessa dell’intera accusa. (...) Dietro ogni inchiesta ci sono persone, vite, famiglie, madri, e troppo spesso questo dettaglio viene sacrificato sull’altare del clamore. La gogna mediatica non si cancella con una sentenza. Il marchio resta. La reputazione distrutta resta. Il dolore subito resta. (...) Perché tanta violenza giudiziaria e comunicativa? Perché concentrare tutto su Becciu e su chi gli stava intorno? Nel grande gioco del potere, colpire un uomo può servire a proteggere un sistema. Isolare un nome può servire a evitare che altri nomi emergano. Creare uno scandalo può servire a spostare lo sguardo altrove. E allora il sospetto si fa largo: e se tutto questo fosse stato un enorme meccanismo di copertura? Se il bersaglio non fosse stato scelto solo per punire, ma per contenere? Chi ha tratto vantaggio reale dall’operazione londinese? Chi ha orientato certe ricostruzioni? Chi ha guadagnato politicamente, economicamente o istituzionalmente? Sono domande che oggi pesano più delle accuse. Il nuovo corso vaticano di Papa Leone XIV sembra voler riportare il diritto al centro, chiedendo trasparenza piena e atti completi. È un passaggio fondamentale. Perché senza verità documentale non può esistere giustizia, e senza giustizia, resta soltanto il potere. Forse il caso Becciu non è solo la storia di un cardinale travolto, forse è il racconto di come si costruisce un colpevole quando ci potrebbe essere il bisogno di nascondere altro.»
Aldo Grasso, Ranucci e il paradosso di invocare (ora) il segreto: non è questo il "metodo Report"?, in «Corriere della Sera», 14 luglio 2026. «Il paradosso è evidente: chissà che fra quei «soggetti» non vi siano proprio alcune di quelle fonti che in questi anni hanno alimentato il cosiddetto «metodo Report». Quello stile giornalistico, cioè, fatto di insinuazioni, tesi precostituite, audio carpiti («Audio esclusivi venuti in possesso di Report!»), telecamere nascoste, pedinamenti ostentati e un bel po’ di fango spacciato per reportage. Da tempo sosteniamo che, nelle sue inchieste, Ranucci parte spesso da una conclusione già definita e costruisce il racconto per confermarla, invece di lasciare che siano i fatti a determinarne l’esito. (...) Il nodo non è l’uso delle fonti riservate: ogni giornalismo d’inchiesta vive di quelle. Il problema nasce quando il rapporto con la fonte diventa opaco e il metodo si confonde con l’obiettivo. Se per sostenere una tesi si ricorre sistematicamente a strumenti borderline, non è più chiaro se sia il giornalista a governare la fonte o la fonte a governare il giornalista.»
Andrea Paganini, A un amico di Coccia, da Facebook, 16 luglio 2026. Il mio impegno per la verità sul "caso Becciu" è iniziato quando, quasi sei anni fa, ho capito che un famosissimo giornalista del quotidiano dei vescovi italiani, «Avvenire», forse il giornalista più famoso della testata, era amico del sedicente giornalista che ha lanciato su «L'Espresso» la violentissima campagna di diffamazione contro il card. Becciu: Massimiliano Coccia...
Michele Zanzucchi, Caso "Report" e giornalismo d'inchiesta, in «Città Nuova», 17 luglio 2026. «E non manca neppure chi nota come lo scandalo sia scoppiato all’indomani della sentenza che sconfessava le inchieste di Report a proposito del caso Becciu, che Ranucci aveva impudentemente attaccato. (...) L’ardua operazione-verità che è l’identità stessa del giornalismo d’inchiesta è stata ulteriormente affossata dall’atteggiamento di tanti, troppi giornalisti, che considerano le semplici ipotesi già come verità. Così l’AI prende il posto della verifica rigorosa, accontentandosi di avvelenare i pozzi delle informazioni o di offrire banalità indigeste. Sono ormai purtroppo numerosi i casi in cui anche stampa e tv, senza dimenticare la radio, e il web fanno a meno di verificare le parole e i fatti, e presentano come verità dei puzzle inesplicati di notizie non diligentemente investigate, talvolta pure accompagnandole con illegittime estrapolazioni di dati e fatti.»
Andrea Paganini (Facebook, 27 luglio 2026): «Esattamente cinque anni fa, il 27 luglio 2021, iniziava il processo più assurdo e grottesco della storia. Cosa ha ottenuto l'accusa in cinque volte 365 giorni di persecuzione mediatico-giudiziaria? Un buco nell'acqua. E una sentenza di primo grado senza un briciolo di prova, emessa da un giudice ricattabile e indagato per favoreggiamento alla mafia; sentenza ormai dichiarata praticamente nulla dalla Corte d'Appello, perché il processo non ha rispettato i requisiti minimi di rispetto dei diritti umani alla difesa: i promotori di (in)giustizia – disobbedendo agli ordini di cinque anni fa – hanno nascosto le prove decisive, che potevano tornare utili agli imputati, a proprio piacimento, e inoltre papa Francesco ha firmato delle leggi ad hoc (altro che "La legge è uguale per tutti"!) mantenute segrete (leggi che non si possono leggere!). Non è che l'opinione pubblica mondiale – e lo stesso Papa – sia stata vittima di un'opera di distrazione di massa, anzi di diffamazione e di calunnia, di cui è diventata compice, ai danni di un capro espiatorio innocente? E intanto un innocente è ancora appeso alla croce. PS: Il Papa, dopo un anno di processo, diceva: "La Chiesa guarisca, non si difenda dalla verità". E invece... che orrore e che macchia sulla storia della Chiesa!»
Gian Domenico Caiazza, Il metodo Ranucci davanti allo specchio dei propri errori, in «Il Foglio», 27 luglio 2026. «... facciamo tutti un tifo sfrenato perché queste querele ranucciane centrino l’obiettivo: smascherare le fonti della illecita fuga di notizie investigative. Sarebbe, diciamoci la verità, la prima volta, non ci risultano precedenti. E’ un reato abrogato de facto, nel senso che le indagini sulle possibili gole profonde nemmeno vengono mai avviate dalle competenti procure (e sì che sarebbero investigazioni molto semplici, la cerchia dei sospettati sarebbe naturalmente ristrettissima). Ma non siamo né gelosi né invidiosi, anzi! La scoperta e la condanna, per la prima volta, delle fonti che hanno consegnato a organi di stampa copie di atti investigativi coperti da segreto, per mano del comandante in capo del giornalismo investigativo italiano, beh, concedetemelo, sarebbe un evento di travolgente, impagabile bellezza.» E che dire delle "fonti investigative" (zeppe di bufale) fatte uscire all'"Espresso" da dentro il Vaticano? Uno schifo!






