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Sulle querele contro «L'Espresso», «Report», «La Verità», Perlasca, Chaouqui e co.
Il cardinale Becciu non ha paura della verità. Anzi, non aspetta altro che venga alla luce, in ogni sede. CHISSÀ se tutti i querelati fanno parte della regia di un complotto o se qualcuno, semmai, si è prestato a un gioco sporco in buona fede (e in mancanza assoluta di professionalità). Fatto sta che se non si fosse attivata questa mostruosa macchina del fango del tutto priva di fondamento, finalizzata ad accerchiare in modo concertato e a mettere alla gogna un uomo fino a prova contraria innocente, non solo non si sarebbero ingannati milioni e milioni di persone, ma si sarebbero potuti risparmiare centinaia di milioni di euro (a cominciare dalle tonnellate di carta imbrattata di menzogne)… a questo punto sottratti al bene comune. È auspicabile che i responsabili siano chiamati a rispondere davanti alla giustizia dei tremendi danni che hanno causato.
Anche altri imputati hanno sporto querela contro gli ideatori delle accuse o contro coloro che hanno negato loro il diritto a un equo processo.
Franca Giansoldati, Caso Becciu, i legali contor l'archiviazione di Chaouqui: «Dagli atti emergono fatti sconcertanti», in «Il Messaggero», 21 ottobre 2026. ... «dagli atti depositati dai magistrati italiani sarebbero emersi nuovi elementi destinati ad alimentare ulteriori iniziative giudiziarie. Al centro della vicenda ci sono le dichiarazioni di Genoveffa Ciferri, amica di famiglia di monsignor Alberto Perlasca, il principale testimone dell'accusa nel processo sulla gestione dei fondi della Santa Sede, e i suoi rapporti con l'ex componente della commissione pontificia sulle finanze vaticane. «Dagli atti di indagine depositati dalla Procura di Roma abbiamo appreso nuovi fatti sconcertanti, i quali saranno oggetto di ulteriori iniziative giudiziarie», affermano in una nota gli avvocati Massimo Bassi, Gian Domenico Caiazza, Cataldo Intrieri, Luigi Panella, Fabio Viglione e Andrea Zappalà, intervenendo sulla notizia, riportata dal Domani, della richiesta di archiviazione del procedimento nei confronti di Chaouqui. I legali stanno valutando anche la possibilità di opporsi alla richiesta dei pubblici ministeri, sottolineando che l'archiviazione sarebbe motivata da questioni procedurali e non da una valutazione di insussistenza dei fatti denunciati. (...) «L'archiviazione delle accuse per motivi procedurali non cambia la gravità delle risultanze emerse. Come hanno confermato i testi Ciferri e Perlasca, Chaouqui è intervenuta nelle indagini di cui anticipava gli sviluppi: guardiamo con estrema fiducia alle prossime udienze», aggiungono gli avvocati Cataldo Intrieri e Massimo Bassi. A rendere particolarmente delicata la vicenda sono le dichiarazioni rese alla Procura di Roma da Genoveffa Ciferri, oggi pensionata, con un passato come consulente esterna del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), dove si è occupata di analisi strategiche e geopolitica internazionale, e precedentemente in servizio presso il Sisde tra il 1983 e il 1985. Ciferri ha spiegato di essere venuta a conoscenza, attraverso la stampa, dell'esposto presentato dal cardinale Becciu per accertare una presunta collaborazione di Chaouqui con gli organi inquirenti vaticani, indicando in particolare il promotore di Giustizia, il promotore aggiunto Alessandro Didi e alcuni vertici della Gendarmeria. (...) Secondo il suo racconto, sarebbe stata la stessa Chaouqui a suggerirle di attribuire le domande e le informazioni a un'altra fonte, presentata come un magistrato in pensione che collaborava con gli investigatori vaticani. (...) Ciferri ha spiegato di essersi fidata perché Chaouqui dimostrava di conoscere particolari molto precisi delle indagini. «Era in grado di fornirmi delle informazioni molto dettagliate sulle indagini in corso, sull'attività istruttoria», ha riferito, precisando che le comunicazioni sarebbero documentate dalle conversazioni conservate sul suo telefono. La donna ha poi riconosciuto di essere stata manipolata: «Questo è palese dalla chat, perché mi poneva domande che io giravo a Perlasca e lui rispondeva». Soltanto dopo la sua testimonianza in tribunale avrebbe informato il monsignore del ruolo effettivamente svolto da Chaouqui. Un altro capitolo riguarda i rapporti economici tra le due donne. Ciferri ha dichiarato di avere consegnato a Chaouqui circa 15 mila euro in contanti, provenienti dai propri risparmi, attraverso l'intermediazione dell'amico Paolo Lancia, all'epoca sindaco di un Comune nei pressi di Greccio. Il denaro sarebbe stato recapitato nell'ufficio romano di Chaouqui, insieme ad alcuni gioielli, tra cui un cammeo, un bracciale e una collana destinati a lei come regali natalizi. (...) Ma il punto più delicato riguarda la cena al ristorante romano Lo Scarpone, uno degli episodi già emersi nel dibattimento vaticano e sul quale le nuove dichiarazioni potrebbero riaccendere l'attenzione. Secondo Ciferri, sarebbe stata Chaouqui a organizzare l'incontro, assicurando che gli organi inquirenti vaticani ne fossero informati e sostenendo che persino il Papa ne fosse a conoscenza. Perlasca, inizialmente contrario a partecipare, avrebbe ricevuto attraverso Ciferri indicazioni che Chaouqui presentava come provenienti dagli investigatori e dallo stesso Pontefice. «Io sono convinta che non sia stata frutto della iniziativa della sola Chaouqui», ha dichiarato Ciferri, esprimendo così il sospetto che dietro quell'operazione potessero esserci altri soggetti. Una convinzione personale che, naturalmente, non equivale alla prova di un coinvolgimento effettivo degli organi giudiziari vaticani. La testimone ha inoltre riferito che Perlasca aveva informato per iscritto il Papa della propria partecipazione alla cena e che, su richiesta di Chaouqui, avrebbe successivamente redatto una relazione destinata prima al Pontefice e poi alla stessa Chaouqui, alla quale veniva attribuita una presunta funzione di magistrato. Ciferri ha infine spiegato di avere attribuito credibilità a Chaouqui anche per i suoi rapporti con ambienti vaticani. In particolare, ha riferito che la donna abitava in un appartamento appartenente all'Apsa, l'organismo che amministra il patrimonio immobiliare della Santa Sede, e che durante il periodo delle indagini avrebbe trasportato nella propria abitazione arredi d'epoca provenienti da un magazzino di dismissione vaticano. Anche queste circostanze restano dichiarazioni della testimone e richiedono riscontri autonomi. L'intera vicenda si inserisce in una fase particolarmente delicata del procedimento finanziario della Santa Sede. Dopo le condanne pronunciate in primo grado, il processo è ora all'esame della Corte d'appello vaticana, con la ripresa delle udienze prevista per la fine di ottobre. Il nodo non riguarda soltanto l'eventuale responsabilità penale di Chaouqui, sulla quale la magistratura italiana ha chiesto l'archiviazione per ragioni procedurali. Riguarda soprattutto la possibilità che, durante la fase investigativa, le dichiarazioni di un testimone centrale siano state condizionate attraverso canali informali, pressioni o informazioni provenienti dall'esterno. Per la giustizia vaticana, già sottoposta a un severo scrutinio per le modalità con cui è stato condotto il maxiprocesso, si apre così un nuovo fronte: quello della trasparenza delle indagini e delle garanzie riconosciute agli imputati. Una questione destinata a pesare anche sul pontificato di Leone XIV, chiamato a misurarsi con l'eredità giudiziaria di uno dei procedimenti più controversi degli ultimi anni.» Anche in spagnolo. E in francese. E in tedesco. E in inglese.
Leone XIV esce in piazza sotto la pioggia, il tumore localizzato e non serve altra terapia, catechesi sul matrimonio senza citare «Amoris laetitia», il giudizio del preseminario, il caso Becciu in Italia, Parolin ha detto «rimodulerà», non «rimodellato», in «Infovaticana», 22 ottobre 2026. «L’archiviazione di Chaouqui è italiana, ed è solo una richiesta. Conviene fissare la giurisdizione prima di tutto, perché qui si confondono quotidianamente due tribunali. La richiesta di archiviazione la formula la Procura di Roma, procura italiana ordinaria, non il Promotore di Giustizia vaticano. Ed è una richiesta: «sarà il giudice competente a pronunciarsi», sarà il giudice competente a pronunciarsi. Il motivo che dà la procura è doppio e tecnico: che non si evincono condotte di terzi funzionari pubblici istigati da Francesca Immacolata Chaouqui, e che il tratto ricondotto a truffa è «procedibile a querela di parte che nel caso è mancante», perseguibile a querela di parte, che in questo caso manca. Il procedimento italiano si è aperto a partire da una denuncia di Becciu, Enrico Crasso e Fabrizio Tirabassi nel luglio 2025. E questo è ciò che non bisogna perdere: nel giugno 2025 il tribunale vaticano ha aperto a Chaouqui un fascicolo proprio per traffico di influenze, falsa testimonianza e corruzione, e non risulta che sia stato chiuso. Un’archiviazione a Roma non tocca quel fascicolo. Chi titola «Chaouqui, archiviata» sta fondendo due giurisdizioni e due cataloghi di reati. I «fatti sconcertanti» che non si dicono. I sei avvocati del cardinale Becciu, Massimo Bassi, Gian Domenico Caiazza, Cataldo Intrieri, Luigi Panella, Fabio Viglione e Andrea Zappalà, hanno risposto con una nota stampa, non con un atto processuale: «dagli atti di indagine depositati dalla Procura di Roma abbiamo appreso nuovi fatti sconcertanti», che saranno oggetto di ulteriori iniziative giudiziarie. Non dicono in cosa consistano. Annunciano che esistono. E l’opposizione all’archiviazione nemmeno è stata presentata: dicono di stare valutando di proporla, «che pure stiamo valutando di proporre», e inoltre sostengono che la Repubblica italiana è priva di giurisdizione penale nella vicenda. Per cui ciò che è pubblicabile è esattamente questo: un annuncio senza contenuto, in nota stampa, e un ricorso che ancora non esiste. E lo stato reale del caso Becciu, che non è quello che si ripete. Si continua a scrivere che Becciu è condannato in primo grado dal dicembre 2023. Serve una correzione di fondo. Il 17 marzo di quest'anno la Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano, presieduta da monsignor Arellano Cedillo, ha decretato la nullità relativa del primo grado e ha ordinato il rinnovo del dibattimento davanti a sé stessa, per un vizio nel decreto di citazione: gli atti d’indagine erano stati depositati in forma incompleta, con documenti parzialmente oscurati.»
D.C.T., Francesca Chaouqui e tutte le cose che la Procura di Roma preferisce non approfondire, in «Silere non possum», 23 ottobre 2026. «Per comprendere perché questa richiesta rappresenti l’ennesimo esempio di una giustizia superficiale, capace di mostrare sorprendente solerzia quando entrano in gioco determinati interessi e altrettanta disattenzione quando sarebbe necessario approfondire fatti e responsabilità, occorre aver seguito da vicino il processo Sloane Avenue, una vicenda che, peraltro, tra queste mura è tutt’altro che conclusa. Per rendersi conto di quanto poco i magistrati italiani sembrino aver approfondito le carte, basta mettere a confronto ciò che scrivono i pubblici ministeri con gli atti di quel procedimento, le conversazioni intercorse tra i protagonisti della vicenda e il Promotore di Giustizia vaticano, Alessandro Diddi, e soprattutto l’esposto che fu lo stesso monsignor Alberto Perlasca a consegnare alla Gendarmeria vaticana il 1° marzo 2022. È proprio dal confronto tra questi documenti che emergono interrogativi ai quali la richiesta di archiviazione, anziché fornire risposte convincenti, sembra sottrarsi. E sono interrogativi che un ufficio giudiziario chiamato ad accertare i fatti avrebbe avuto il dovere di affrontare con ben altra attenzione. (...) Secondo i querelanti, l’ex componente della commissione Cosea, già condannata in Vaticano per reati di estrema gravità, avrebbe orientato la testimonianza di Perlasca, all’epoca capo dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, prima indagato e poi archiviato nonostante le sue responsabilità. Lo ha fatto con pressioni e offerte di protezione, arrivando a farsi credere un «anziano magistrato» che collaborava con Diddi, e ha diretto la cena del settembre 2020 al ristorante Lo Scarpone, dove Perlasca doveva indurre Becciu a parlare. Il canale era Genoveffa Ciferri, amica della famiglia Perlasca. Dal 26 novembre 2022, all’indomani di una deposizione in cui Perlasca non era riuscito a spiegare chi gli avesse suggerito i temi del suo memoriale, Ciferri mandò a Diddi 126 messaggi WhatsApp. Il Promotore ne mise a disposizione del Tribunale e delle difese soltanto otto: tutti gli altri restarono coperti da illegali ed inspiegabili omissis. (...) Il cuore della richiesta è una frase che Perlasca ha pronunciato davanti ai pm romani: «Escludo nel modo più categorico qualsivoglia influenza della Chaouqui sulle dichiarazioni da me rese». La Procura la prende per buona senza confrontarla con quello che lo stesso Perlasca ha detto, sotto giuramento, nell’aula del Tribunale vaticano. Il 25 novembre 2022 l’avvocato Fabio Viglione, difensore di Becciu, gli chiese chi avesse scritto le ventuno domande che scandiscono il memoriale consegnato il 31 agosto 2020. «Io non ho concordato i temi con nessuno», ha risposto Perlasca. Con la Ciferri ne aveva parlato? «No, ero chiuso [...] in camera mia, ero lì con me stesso». Alla domanda se lo avesse portato agli inquirenti come «farina del suo sacco integrale», ha detto: «Certo». Diddi, dal suo banco e con la sua sicumera, aggiunse: «Neanche gliel’abbiamo chiesto». Cinque giorni dopo, il 30 novembre, il Promotore depositò le chat. Pignatone chiese a Perlasca se adesso fosse in grado di dire chi avesse indicato quei temi. «I temi sono stati formulati dalla Dottoressa Ciferri», ha detto Perlasca, che li aveva ricevuti da un interlocutore presentato come «un anziano magistrato che si era reso disponibile per aiutarmi». Il 1° dicembre è sceso nei dettagli: le domande gliele mandò l’anziano magistrato «attraverso la dottoressa Ciferri, lei li mandò alla dottoressa Ciferri e la dottoressa Ciferri li mandò a me», dettandole per telefono. (...) Nei messaggi a Diddi la versione di Ciferri è netta: Chaouqui le propose «di far credere a Perlasca che avevo contatti con un magistrato consulente che collaborava alle indagini, mi faceva puntuali domande che credevo venissero da Lei e che giravo a Perlasca». E ancora: «I suggerimenti di quel memoriale [...] sono stati suggeriti dalla Sig.ra Chaouqui a me, come provenienti da Lei. Tanto è accaduto». Diddi ne trasse le conseguenze in aula la mattina del 1° dicembre. «Monsignor Perlasca ha ricevuto un’imbeccata per redigere quel memoriale», ha detto, e «le chat spiegano chiaramente che alla Ciferri le domande sono arrivate dalla Chaouquì». Aggiunse che a suo giudizio potevano esserci «degli estremi per procedere per falsa testimonianza nei confronti di Monsignor Perlasca», reticente «sulle persone che lo avessero in qualche modo instradato». Diddi, però, non ha mai indagato Perlasca per falsa testimonianza. E, soprattutto, non aveva alcun interesse a farlo. Eppure, dagli atti e dalle testimonianze emerse nel corso del processo Sloane Avenue, il ruolo di Perlasca nelle vicende della Segreteria di Stato appare tutt’altro che marginale. Anzi, sono proprio le sue condotte a sollevare alcuni degli interrogativi più gravi sulle responsabilità di quanto accaduto. Il Promotore di Giustizia, tuttavia, ha scelto di riservargli un trattamento ben diverso da quello adottato nei confronti degli altri imputati, finendo di fatto per risparmiargli il banco degli accusati. Una scelta che ricorda da vicino il trattamento riservato ai collaboratori di giustizia, con una differenza sostanziale: le responsabilità di Perlasca, anziché essere accertate fino in fondo, sono rimaste sullo sfondo. La Procura di Roma, dunque, attribuisce valore decisivo alla smentita resa nel 2025 da un testimone che, proprio sugli stessi fatti, aveva già fornito sotto giuramento versioni tra loro contraddittorie e che la stessa accusa vaticana aveva ritenuto esposto al rischio di un procedimento per falsa testimonianza. Di questa circostanza, nelle appena quattro pagine firmate dai pubblici ministeri romani, non si trova una sola parola. Nessun confronto con le precedenti dichiarazioni, nessuna valutazione delle contraddizioni, nessuna spiegazione delle ragioni per cui l’ultima versione di Perlasca dovrebbe essere considerata più attendibile delle altre. (...) Perché è proprio questo il punto che la Procura avrebbe dovuto chiarire: non soltanto chi abbia materialmente pronunciato quelle risposte, ma chi abbia orientato le domande, suggerito gli argomenti e contribuito a costruire il percorso attraverso il quale Perlasca è arrivato a renderle. Francesca Immacolata Chaouqui ha costruito tutta la propria notorietà su millantamenti, relazioni influenti mai esistite e rapporti di potere inesistenti. (...) Che una persona arrivi a spacciarsi per magistrato e continui a vantare rapporti privilegiati con Papa Francesco, quando il Pontefice non voleva neppure riceverla, è già di per sé indicativo dei metodi utilizzati. (...) Perlasca non sapeva del rapporto tra Ciferri e Chaouqui ed era convinto che dietro ci fosse un magistrato. Se non sapeva chi lo stava muovendo, ha accolto un invito di cui ignorava la provenienza reale. Questo inganno è precisamente il condizionamento denunciato dai querelanti, e la Procura lo registra senza trarne nulla. In aula, il 1° dicembre, Perlasca ha ricostruito quella sera. Il tavolo lo aveva prenotato «il magistrato»: lui aveva chiesto se dovesse farlo e gli era stato risposto «prenotiamo noi». Il suo compito era «far parlare il Cardinale Becciu e poi riferire [...] all’anziano magistrato». Gli avevano suggerito di presentarsi depresso ma combattivo. Al momento del conto non si alzò dal tavolo: «a me era stato detto che ci sarebbe stata questa attività di intercettazione», e temeva che il cardinale potesse notare qualcosa. Pagò quaranta euro, «ho ancora nel cassetto lo scontrino». La mattina dopo dettò al telefonino una relazione che comincia così: «istruito dai magistrati ieri sera sabato 5 settembre del ’20». Ci si legge che si era mosso «nei limiti del ruolo che mi era stato suggerito dai magistrati» e che attendeva «istruzioni su come comportarmi». (...) L’idea che la Gendarmeria potesse sorvegliare la cena, aveva detto, «era un po’ una mia idea». Già il 23 novembre 2020 il commissario De Santis gli aveva chiarito, secondo il verbale letto in aula da Viglione, che non era stato fatto nulla: «noi in Italia non andiamo a fare alcun tipo di attività». Perlasca aveva replicato: «No, guardi, me l’ha detto lui». In realtà, la Gendarmeria vaticana compì quell’attività e lo fece in modo del tutto illegale, proprio come, nel corso degli anni, ha condotto numerose altre operazioni illegali. Basti pensare alle perquisizioni nella sede italiana a Roma di Vox Mundi oppure ai dossier che venivano consegnati a Papa Francesco dopo le udienze generali del mercoledì. Il Pontefice, terminata l’udienza, pranzava e, dopo pranzo, consultava quei dossier che la Gendarmeria preparava per lui su commissione. (...) A redigerli erano Stefano De Santis e altri gendarmi. Non si tratta di novità, ma di fatti ben noti anche al di là del Tevere. Eppure, a Roma continuano a tacere, perché, evidentemente, il silenzio fa comodo. Ciferri, nel messaggio delle 14.35 del 26 novembre 2022, scrive che l’incontro «fu completamente organizzato e pilotato» da Chaouqui, «passo dopo passo». Quando Perlasca voleva tirarsi indietro, scrive, Chaouqui le fece notare che tutto era già organizzato e che «l’operazione non è gratis». In un altro messaggio aggiunge che la proposta di mandare Perlasca allo Scarpone le arrivò «a Suo nome e a nome del prof. Milano», e che lui andò «convinto che fossero i magistrati a mandarlo». (...) A pagina tre la Procura riporta il contenuto dei primi messaggi di Chaouqui, che Perlasca stesso aveva definito «minatori» nell’esposto del 2022: era «nelle sue mani», solo lei poteva «salvarlo dal carcere certo», faceva «intendere di poter esercitare influenze sugli inquirenti». A pagina quattro conclude che, sulla base di quanto riferito da Perlasca, «deve escludersi la possibilità di sostenere condotte di minacce o offerte di denaro» volte a condizionarlo. La cronologia rende questa conclusione ancora più difficile da seguire. Il 12 maggio 2020, due settimane dopo il primo interrogatorio di Perlasca, Chaouqui gli scrive: «Io ti perdono Perlasca, ma ricordati, mi devi un favore. E il signore il sabato paga tutti. E non bloccarmi perché altrimenti mi senti dalle pagine dei giornali». Tra la metà di luglio e i primi di agosto, secondo la datazione di Perlasca, comincia il canale dell’anziano magistrato. Il 7 agosto arriva il messaggio sul salmo 22: «Puoi ancora salvarti dall’andare in Diocesi e forse anche dal Processo. E puoi farlo grazie a chi hai cercato di distruggere». (...) Il 18 agosto Perlasca scrive al Promotore chiedendo di essere ascoltato. Il 31 agosto si presenta senza avvocato, benché la convocazione del 20 agosto lo invitasse a farsi accompagnare dal legale di fiducia, e consegna il memoriale. L’articolo 377 bis del codice penale, nel quale la stessa Procura propone di riqualificare il fatto, punisce chi induce a rendere dichiarazioni mendaci o a non renderle con violenza, minaccia, oppure con l’offerta o la promessa di denaro «o di altra utilità». La prospettiva di evitare il processo rientra con buona evidenza in quella formula, e il messaggio del 7 agosto la offre in termini espliciti. Nella richiesta non compare. Non compaiono nemmeno i due messaggi che Chaouqui mandò a Perlasca la sera del 26 novembre 2022, quattro giorni prima che riprendesse la sua deposizione. Nel primo gli propone di «chiarire la situazione prima dell’interrogatorio del 30». Nel secondo scrive: «Il mio interesse e penso quello comune è che il mio supporto non emerga processualmente perché sarebbe difficile da spiegare sopratutto nelle conseguenze che ha avuto». La norma che i pm richiamano parla anche di chi induce «a non rendere dichiarazioni». (...) Per escludere i messaggi dal perimetro italiano la Procura scrive che, «ove» fossero stati ricevuti in Città del Vaticano, non si potrebbe nemmeno ipotizzare un reato commesso in Italia. È un condizionale, e la richiesta non dice se il luogo di ricezione sia stato verificato. Soprattutto, guarda soltanto al punto d’arrivo. Le domande del memoriale passavano da Chaouqui a Ciferri, che vive a Greccio, in provincia di Rieti, e da Ciferri arrivavano per telefono a Perlasca. Ciferri telefonò a Diddi sull’utenza del suo studio romano. L’articolo 6 del codice penale considera commesso in Italia il reato quando l’azione vi è avvenuta «in tutto o in parte». Lo stesso documento, del resto, colloca la consegna dei 15.000 euro «a Roma, nel territorio dello Stato Vaticano», due luoghi che si escludono a vicenda, e poi qualifica quel passaggio di denaro come truffa secondo il codice italiano. Ma ormai è cosa nota, e Diddi in questi anni ci ha ampiamente abituati a simili situazioni: c’è chi sembra ignorare persino l’esistenza del codice di procedura penale, per non parlare dei confini territoriali e della sovranità di questo Stato. Un problema che, evidentemente, accomuna Via della Scrofa e Piazzale Clodio. Chi ancora si stupisce di fronte a tutto questo dimostra soltanto una disarmante ingenuità. (...) Sull’ipotesi di rivelazione di segreti la Procura scrive che non emergono pubblici ufficiali indotti da Chaouqui a passarle notizie riservate. Poche righe prima riporta però che, secondo Ciferri, Chaouqui era «in contatto diretto con gli investigatori e persino in grado di conoscere in tempo reale gli spostamenti di Perlasca». (...) Diddi aveva messo per iscritto il problema già il 4 febbraio 2021, in una relazione di servizio a mano. Ciferri gli aveva telefonato per dirgli che Chaouqui «si presenterebbe a mio nome per informarsi delle indagini svolte sul conto di mons. Perlasca e perfino di mie riunioni e miei movimenti». Il 1° dicembre 2022 ha spiegato in aula di aver aperto un fascicolo, il 50/22, perché «se qualcuno addirittura ha pensato di poter dare informazioni che riguardano atti coperti da segreto è chiaro che devo fare delle indagini». Quel fascicolo, però, è soltanto uno dei tanti di cui Alessandro Diddi annuncia l’esistenza e dei quali, puntualmente, non si sente più parlare. Sono i suoi ormai celebri fascicoli mediatici, quelli che gli consentono di conquistare qualche spazio nelle ultime pagine dei giornali e, all’occorrenza, di arrampicarsi sugli specchi. Fascicoli vuoti, sia chiaro, che vengono aperti, lasciati nei cassetti e abbandonati al loro destino. Si annunciano indagini, si lascia intendere che siano in corso accertamenti e poi cala il silenzio. I pubblici ministeri romani, dal canto loro, non hanno neppure pensato di chiedere alle autorità vaticane una copia di quel fascicolo. Figuriamoci. Alla fine, i magistrati della Procura di Roma concludono che non è emerso nulla. Certo: se non si indaga, è piuttosto difficile che emerga qualcosa. (...) l’esposto del 1° marzo 2022 che la Procura usa per mostrare la distanza tra Perlasca e Chaouqui fu scritto quando Perlasca conosceva già il ruolo di lei. In quell’esposto, del resto, Perlasca non afferma di averla ignorata: scrive che ai messaggi ricevuti quel giorno «rispondevo, per pura cortesia». Il 25 novembre 2022, in aula, sosteneva invece che Chaouqui avesse «cercato di agganciarmi» e che lui non avesse «assolutamente» abboccato, parlando di un unico messaggio. Il 1° dicembre i messaggi sono diventati «una decina, una quindicina». C’è anche un dettaglio che la richiesta non considera. Il 25 novembre Viglione ha ricordato in aula che Chaouqui, quando si presentò spontaneamente agli inquirenti vaticani nell’ottobre 2019, era assistita dall’avvocato Sammarco, lo stesso che avrebbe poi difeso Perlasca. Ciferri, nei messaggi a Diddi, scrive che Chaouqui le disse che la scelta di quel legale gliel’aveva suggerita il Promotore di Giustizia, proprio Alessandro Diddi. (...) Resta il denaro. Ciferri ha raccontato ai pm di aver fatto avere a Chaouqui, tramite un amico, 15.000 euro in cambio di notizie sulle indagini che potessero giovare a Perlasca, una somma che sarebbe stata data «a titolo di prestito» e mai restituita. La Procura qualifica il fatto come truffa, procedibile a querela della persona offesa, e osserva che la querela manca. (...) Sulla procedibilità, poi, il codice prevede che la truffa si persegua d’ufficio quando ricorre una delle aggravanti del secondo comma dell’articolo 640, tra cui l’aver approfittato di circostanze di minorata difesa. Ciferri, nel 2022, si descriveva come «una donna anziana di 73 anni». La richiesta non spiega perché quelle aggravanti siano state escluse. Rimane, infine, una domanda molto semplice: chi ha inventato la figura dell’anziano magistrato? Ciferri sostiene di averlo fatto su proposta di Chaouqui. Quest’ultima, invece, in un messaggio inviato a Perlasca il 26 novembre 2022, attribuisce proprio a Ciferri l’invenzione di quella figura, spiegando che «per non dirle la verità le ha detto che io ero un magistrato in pensione». Due versioni opposte, fornite da due donne che hanno fatto del millantare rapporti e qualifiche inesistenti una pratica ricorrente. (...) Ma c’è un particolare ancora più significativo: il magistrato immaginario, la figura attorno alla quale ruota l’intera vicenda, scompare dalla motivazione della richiesta di archiviazione. Non viene mai nominato. Una figura inventata per accreditare un’autorità inesistente, che avrebbe dovuto costituire uno degli elementi centrali degli accertamenti, finisce così per non trovare neppure spazio nelle valutazioni dei pubblici ministeri romani. (...) La richiesta di archiviazione, però, non chiude il procedimento. La decisione spetta al giudice per le indagini preliminari e Becciu, Crasso, Tirabassi e Mincione, in qualità di persone offese, possono presentare opposizione, indicando gli accertamenti che la Procura ha omesso di compiere: l’acquisizione di ulteriori atti come il fascicolo vaticano 50/22; l’identificazione di chi materialmente consegnò il denaro o l'accertamento del luogo in cui Perlasca riceveva i messaggi. (...) C’è poi un messaggio che, più di altri, restituisce la gravità di questa vicenda. Alla vigilia della ripresa della deposizione di Perlasca, Chaouqui gli chiese espressamente che il suo «supporto» non emergesse durante il processo. Il messaggio si concludeva con queste parole: «sarebbe difficile da spiegare sopratutto nelle conseguenze che ha avuto». Una frase che avrebbe meritato ben più di qualche domanda. Chi aveva fornito quel supporto? In che cosa consisteva? Quali conseguenze aveva prodotto? E perché era così importante che non se ne parlasse davanti ai giudici? (...) Intanto Francesca Immacolata Chaouqui, nonostante tutto ciò che ha già fatto ai danni di Papa Francesco e di numerose altre persone, continua a muoversi indisturbata, a vantare relazioni inesistenti, a occupare spazi e a presentarsi come una figura influente. E ogni volta che una vicenda giudiziaria la riguarda, sembra esserci qualcuno disposto a voltarsi dall’altra parte. Del resto, l’Italia continua a dimostrarsi il Paese ideale per personaggi di questo calibro. Un Paese nel quale si possono accumulare millantamenti, contraddizioni e vicende giudiziarie senza che tutto questo impedisca di continuare a girovagare per giornali e studi televisivi. Gli esempi sarebbero veramente tanti. A questo punto, più che sorprendersi per l’ennesima richiesta di archiviazione, bisognerebbe chiedersi quante altre cose debbano ancora accadere prima che qualcuno decida finalmente di fare il proprio lavoro fino in fondo.» Articolo molto chiaro e importante, ben informato: da leggere.
La Procura di Roma chiede l’archiviazione dell’indagine su Francesca Immacolata Chaouqui. E per sostenere questa richiesta si affida quasi esclusivamente alle dichiarazioni di monsignor Alberto Perlasca. Abbiamo esaminato la richiesta dei pubblici ministeri e l’abbiamo confrontata con gli atti e le testimonianze del processo vaticano sul Palazzo di Londra, che abbiamo seguito direttamente. Ci sono contraddizioni, circostanze che non vengono approfondite e domande alle quali la Procura di Roma non ha dato risposta. Perché alcune verifiche non sono state compiute? E perché le dichiarazioni di Perlasca vengono considerate sufficienti, nonostante quanto emerso durante il processo in Vaticano? Su Silere non possum ricostruiamo la vicenda, documenti alla mano (Facebook di "Silere non possum", 23 ottobre 2026). Possibile che la Storia – vaticana come italiana – sia in mano di imbroglioni, truffatori e millantatori? Uno schifo!
Fari Pad (Facebook, 23 ottobre 2026): «L’INCHIESTA CHE NON SI VUOLE FARE: SULLA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE PER FRANCESCA CHAOUQUI. Quattro pagine. Bastano quattro pagine ai PM della Procura di Roma per liquidare e chiedere l'archiviazione su vicende gravissime che coinvolgono Francesca Chaouqui, monsignor Alberto Perlasca e il processo vaticano sul palazzo di Sloane Avenue. Un modo di procedere a dir poco arraffazzonato, che preferisce chiudere gli occhi anziché scavare a fondo. L’intera impalcatura dell’archiviazione si regge su una sola persona: monsignor Perlasca. Peccato che Perlasca sia l'emblema della "testimonianza double-face": Prima versione: Giura in aula di aver scritto il suo memoriale di accuse contro il Cardinale Becciu in totale solitudine, "farina del suo sacco integrale". Seconda versione: Messo alle strette dalle chat, ritratta e ammette che le domande e i temi integrativi gli venivano dettati, tramite Genoveffa Ciferri, da un sedicente "anziano magistrato" (rivelatosi poi la Chaouqui). In pratica, ammette che il suo memoriale di accusa era stato ampiamente manipolato. Qual è la vera testimonianza di Perlasca? Quella resa sotto giuramento poi smentita, o l'ultima comoda ritrattazione presa per buona dai PM romani senza alcun tipo di riscontro o confronto con le sue precedenti deposizioni? Tra pressioni, chat con omissis, un finto magistrato, messaggi minatori e perfino la messinscena della cena al ristorante Lo Scarpone, le contraddizioni esplodono da ogni carta. Ma per la Procura di Roma va tutto bene così. La conclusione dell'articolo di "Silere non possum" riassume perfettamente questo corto circuito giudiziario: « Alla fine, i magistrati della Procura di Roma concludono che non è emerso nulla. Certo: se non si indaga, è`piuttosto difficile che emerga qualcosa.» Un'ennesima pagina buia di una giustizia superficiale che accerta i fatti solo a metà.»
Una solicitud de archivo que no archiva nada, in «Infovaticana», 24 ottobre 2026.