COMPONI IL PUZZLE
(Il COMPLOTTO)
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Salvatore Izzo, Il cardinale Becciu deve aspettare ancora perché la sua innocenza sia riconosciuta dalla Magistratura del Vaticano ma ogni passaggio giudiziario sta rafforzando la sua Difesa, in «Faro di Roma»« 27 maggio 2026. «Si apre una nuova fase nella vicenda giudiziaria che coinvolge il cardinale Angelo Becciu, sulla cui totale innocenza non sussistono ormai dubbi. (...) Al centro delle obiezioni avanzate dagli avvocati vi sarebbero anomalie procedurali, criticità nella conduzione dell’inchiesta e aspetti ritenuti suscettibili di incidere sul pieno esercizio del diritto di difesa, come dimostra anche quanto emerso dalle chat tra la Ciferri e la Chaouqui che raccontano il complotto per danneggiare il cardinale con false accuse basate su false prove e false testimonianze. (...) Il cardinale Becciu, dal canto suo, ha sempre respinto ogni accusa, rivendicando la correttezza del proprio operato negli anni trascorsi ai vertici della Segreteria di Stato e sostenendo la propria totale estraneità rispetto agli addebiti contestati. In più occasioni il porporato ha ribadito di confidare nella possibilità che emerga la verità dei fatti e che venga riconosciuta la propria innocenza.» -
«Nicodemo faceva parte del Sinedrio, il Consiglio dei capi d’Israele. Quando nel Sinedrio sentì parole di disprezzo verso Gesù, invitò tutti ad ascoltarlo prima di condannarlo» (Leone XIV, 31 maggio 2026). Contro la violazione del diritto umano alla presunzione d'innocenza, da parte di chi condanna precipitosamente, impulsivamente e in modo disinformato. E condannando anche innocenti! -
Ho fatto una domandina all'IA (AP): 
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Andrea Paganini (FB 25 giugno 2026): «Oggi sono passate esattamente 300 settimane. Esattamente 2'100 giorni dal 24 settembre del 2020, il giovedì in cui un uomo innocente è stato brutalmente condannato dal Papa, dalla Chiesa, dal mondo intero, sull'onda della campagna di diffamazione – killeraggio mediatico, character assassination, mascariamento mafioso – più violenta della storia. Ormai è chiaro come la luce del sole: il card. Becciu è completamente innocente, vittima di un perverso complotto. Io, certo che la verità vale più della ragion di Stato e che anzi ci farà liberi, non mi stancherò di lavorare perché la verità venga alla luce. Un cristiano non può aver paura della verità, e tanto meno nasconderla. Quanto durano 300 settimane? Quanto vale la vita di un uomo?» -
Ilaria Sacchettoni, Attentato a Ranucci, i sospetti del pm: il mandante è Valter Lavitola. Il conduttore di Report: «Siamo amici, sono sconvolto», in «Corriere della Sera», 7 luglio 2026. TOH, VALTER LAVITOLA! Ma cosa mi dici mai! Dieci domandine. ➤ Chi è il legale di Valter Lavitola? * Alessandro Diddi, il Promotore di (in)giustizia del Vaticano, l'accanito accusatore del card. Becciu. ➤ Con chi va a cena Valter Lavitola? * Con Sigfrido Ranucci (Report) e con un sacerdote amico del segretario di papa Francesco. ➤ Cosa fa Sigfrido Ranucci (Report)? * Diffonde calunnie del tutto prive di fondamento contro il card. Becciu (la Corte d'Appello ha confermato la condanna di Nicola Giampaolo, l'"informatore" di Report, per calunnia). ➤ Chi altri sceglie Report come "informatrice"? * Francesca Immacolata Chaoqui, la pregiudicata in contatto con papa Francesco che nutre un odio viscerale contro il card. Becciu. ➤ Cosa ha fatto la Chaoqui? * Ha manipolato Alberto Perlasca, il testimone chiave del "processo del secolo", che ha raccontato il falso in Tribunale contro il card. Becciu. ➤ Cosa fa il pdg Diddi? Protegge la Chaoqui, facendo cancellare il suo interrogatorio, e Perlasca. ➤ Cosa fa ora Perlasca? * Viene stralciato dalla lista degli indagati e papa Francesco lo ha (ri)nominato membro della Magistratura vaticana. ➤ Cosa fa poi Valter Lavitola? * Organizza un attentato di stampo mafioso contro l'automobile di Ranucci. ➤ Cosa fa nel frattempo il pdg Diddi? * Occulta a piacimento e riempie di "omissis" il materiale probatorio del "processo del secolo", affinché le difese non conoscano le prove a loro utili. ➤ Cosa fa il pdg Diddi in seguito, benché ormai siano emerse le prove del complotto (mafioso?) organizzato contro l'innocente card. Becciu? * Disobbedisce ripetutamente all'ordine della Corte – tanto di primo grado quanto d'Appello – di consegnare integralmente il materiale probatorio. UNISCI I PUNTINI E TROVA... UN LEGITTIMO SOSPETTO? Ma che begli ambientini frequentano i magistrati del Vaticano, come Giuseppe Pignatone, indagato per favoreggiamento alla mafia, ed Alessandro Diddi, legale di Lavitola! -
Andrea Ossino e Giuseppe Scarpa, Caso Ranucci, per gli attentatori del giornalista era pronto l'avvocato di Lavitola, in «La Repubblica», 16 luglio 2026. «C’era una strategia precostituita: un difensore individuato in anticipo che – per assurdo – adesso diventa un punto di collegamento tra tutti i protagonisti di questa storia. Perché tutti - era l’indicazione - avrebbero dovuto rivolgersi a lui. È Sergio Cola, principe del foro ed ex parlamentare di An. (...) Ma oggi questo particolare assume un peso ulteriore. Perché l’avvocato a cui avrebbero dovuto rivolgersi gli uomini del commando era stato suggerito dall’intermediario ed è lo stesso che adesso assiste Valter Lavitola, il faccendiere accusato di essere il mandante dell’attentato. Tutto era stato predisposto prima degli arresti e delle perquisizioni. (...) La scelta del legale «non rispondeva a una libera determinazione degli indagati», è la frase chiave. Nelle conversazioni captate anche il costo dell’assistenza legale risulta già risolto. «Viene pagato da quelli là». Lo definiscono «il più forte di Napoli». Negli anni ha patrocinato colletti bianchi ed esponenti della criminalità organizzata, compresi appartenenti al clan Russo, lo stesso per cui lavorava Gomes Clesio Tavares, incaricato del recupero crediti mediante intimidazione e violenza. Ma il reticolo predisposto, secondo la procura, va oltre la scelta del difensore. Comprende una linea difensiva già confezionata. In caso di arresto gli esecutori materiali avrebbero dovuto dire di essere stati incaricati da un albanese conosciuto a Ostia nell’ambito di traffici di droga. (...) «Ci sono anche dei politici di mezzo, conviene mettersi d’accordo». (...) Alla fine le indagini hanno ricostruito un quadro lineare: gli esecutori venuti dall’Irpinia, l’intermediario scappato in Africa e il mandante: Valter Lavitola. Con una struttura che, ben prima dell’intervento dell’autorità giudiziaria, aveva già predisposto ogni segmento della successiva strategia: il difensore, la parola convenzionale e la narrazione da offrire agli investigatori.» MA GUARDA UN PO': COLA E DIDDI, DIDDI E COLA! Forse io dovevo fare il detective. Fatto sta che ora scopro che... Chi è l'avvocato di coloro che, a quanto pare, hanno tramato lo pseudo attentato a Sigfrido Ranucci? Sergio Cola, vale a dire un sodale di Alessandro Diddi, colui che, oltre che avvocato di Lavitola (in passato), è stato ed è tuttora il promotore di (in)giustizia del Vaticano: colui che prima ha accusato il card. Becciu con una montagna di falsità, poi è stato (auto)allontanato dal processo per le sue trame oscure, ma poi rispunta sempre fuori perché continua a essere il promotore di (in)giustizia in Vaticano. Tutto questo mentre Ranucci diffondeva gravi calunnie contro lo stesso Becciu; e poi incontrava regolarmente Lavitola, nel suo ristorante, anche con mons. Gianni Fusco, amico di Parolin! Ma quanto è piccolo il mondo! E tutto si tiene, tutto è collegato! Cola e Diddi, Diddi e Cola! -
Andrea Paganini (Facebook, 27 luglio 2026): «Esattamente cinque anni fa, il 27 luglio 2021, iniziava il processo più assurdo e grottesco della storia. Cosa ha ottenuto l'accusa in cinque volte 365 giorni di persecuzione mediatico-giudiziaria? Un buco nell'acqua. E una sentenza di primo grado senza un briciolo di prova, emessa da un giudice ricattabile e indagato per favoreggiamento alla mafia; sentenza ormai dichiarata praticamente nulla dalla Corte d'Appello, perché il processo non ha rispettato i requisiti minimi di rispetto dei diritti umani alla difesa: i promotori di (in)giustizia – disobbedendo agli ordini di cinque anni fa – hanno nascosto le prove decisive, che potevano tornare utili agli imputati, a proprio piacimento, e inoltre papa Francesco ha firmato delle leggi ad hoc (altro che "La legge è uguale per tutti"!) mantenute segrete (leggi che non si possono leggere!). Non è che l'opinione pubblica mondiale – e lo stesso Papa – sia stata vittima di un'opera di distrazione di massa, anzi di diffamazione e di calunnia, di cui è diventata compice, ai danni di un capro espiatorio innocente? E intanto un innocente è ancora appeso alla croce. PS: Il Papa, dopo un anno di processo, diceva: "La Chiesa guarisca, non si difenda dalla verità". E invece... che orrore e che macchia sulla storia della Chiesa!» -
Pensieri sparsi e cortocircuiti. Visto che Sigfrido Ranucci cenava e parlava del "caso Becciu" con Valter Lavitola e con mons. Gianni Fusco (il tifoso del card. Parolin)...; visto che Diddi incarna l'accusa nel "processo più pazzo del millennio" in Vaticano...; viste soprattutto le calunnie diffuse da Report sull'innocente Becciu..., beh, suscita perplessità che: A) i due avvocati di Valter Lavitola sono Sergio e Arturo Cola; B) uno dei due, Arturo Cola, nel processo per la tentata estorsione a Silvio Belusconi, ha difeso Valter Lavitola in Cassazione insieme ad Alessandro Diddi; C) c'è un possibile conflitto tra il ruolo di Alessandro Diddi come Promotore di Giustizia del Vaticano e il suo ruolo come difensore di Lavitola; D) nel frattempo Lavitola «millantava colloqui con il segretario di Stato Vaticano» e il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, dopo lo pseudo attentato organizzato da Lavitola, esprime la sua vicinanza a Sigfrido Ranucci. -
Stefano Lorenzetto, Giovanni Maria Vian: «Siamo eredi del Lutero cattolico, nati dal soldato friulano di Napoleone», in «Il NordEst», 8 settembre 2026. Come giudica il papato di Francesco? «In chiaroscuro. Chiaro fino al 2018. Poi Bergoglio si è come chiuso in sé stesso. Dopo la morte di Ratzinger, ha iniziato a sbandare. Prima si tratteneva, perché riconosceva la grandezza del Papa tedesco e gli era devoto, anche se credo che non sopportasse il confronto. Gli sarebbe bastato governare, ma non lo ha fatto, come i due predecessori non italiani dopo il 1978. Non si fidava di nessuno. Si appoggiava a collaboratori stravaganti, diciamo così. Li usava e li allontanava. Risultato: lo sgoverno». Fra costoro, figurava la lobbista Francesca Immacolata Chaouqui, principale accusatrice del cardinale Becciu. La quale portava a Bergoglio la torta di compleanno e si vantava sui social di fare la spesa all’Annona vaticana. Protagonista dello scandalo Vatileaks 2, fu condannata nel 2016 dal tribunale vaticano a 10 mesi per concorso nella divulgazione di documenti riservati della Santa Sede. «La incontrai all’Osservatore su richiesta di una persona influente. Voleva arrivare a Francesco, perché sosteneva che fosse in pericolo. Le risposi: guardi, secondo me, il Papa non è affatto in pericolo e comunque sa difendersi benissimo da solo». A me Becciu rivelò che la nomina di Chaouqui nella Cosea, commissione che avrebbe dovuto riorganizzare la struttura economica e amministrativa della Santa Sede, avvenne a sua insaputa. «È uno degli aspetti poco chiari del governo bergogliano. La residenza del Papa a Santa Marta ha significato il venir meno dei filtri istituzionali, rodati da secoli nel Palazzo Apostolico. Sotto il Cupolone, dove non mancano i battutisti urticanti, si malignava: “Ha voluto chiudere la corte e non si è accorto di aver aperto un cortile”». Ritiene Becciu colpevole? «No, sicuramente innocente». Ecco spiegato perché vi hanno defenestrati tutt’e due. «La sua rimozione, un vero calvario, è un enigma in cui si mescolano aspetti caratteriali e gelosie. Fu lo stesso Francesco a dirgli, dopo avergli revocato le prerogative cardinalizie sulla base di un’inchiesta dell’Espresso che alla prova dei fatti si è rivelata una montatura: “C’è qualcuno che ti vuole male”. Ma in questa vicenda c’entra anche una peculiarità di Bergoglio: il voler mostrare che lui non guardava in faccia nessuno. Aggiunga la volontà di minimizzare la Segreteria di Stato. Non è un mistero che detestasse la curia. Il caso Becciu è servito allo scopo». Come andrà a finire? «È un intrico complicato e molto criticato sul piano del diritto, come ha avuto il coraggio di scrivere il cardinale spagnolo Julián Herranz, giurista esperto e rigoroso, nel suo libro Due papi dedicato a Benedetto e Francesco. Il mio maestro Manlio Simonetti, che all’università ne aveva viste di tutti i colori, mi ripeteva spesso: “L’unico modo per far saltare un concorso è il vizio di forma”». Quindi? «In Vaticano non accadrà mai che venga sconfessato un pontefice defunto. Leone XIV, in netta controtendenza rispetto al suo predecessore, ha però messo in chiaro fin da subito che “i papi passano, ma la curia resta”, ridandole così fiducia. E ha nominato sostituto della Segreteria di Stato il bergamasco Paolo Rudelli, un diplomatico di prim’ordine, solido e prudente». -
[Scandale de l’immeuble de Londres] « Le cardinal Becciu est certainement innocent », affirme l’ancien directeur de L’Osservatore Romano, in «Tribune Chrétienne», 10 settembre 2026. «Et si toute cette affaire relevait aussi d’une machination?» -
Mario Becciu (su Facebook, 28 settembre 2026), a proposito dell'uscita del libro Caso Becciu: un processo inquietante: «Il Segretario di Stato usò in modo infelice il termine ‘opaco’ per giustificare la necessità di indagare e di celebrare il maledetto ‘processo del secolo’. Il termine usato nel titolo del libro di imminente stampa, ‘inquietante’ per definire il processo che ha condannato in primo grado il cardinale Becciu, disvela tutte le verità nascoste. Altro che opaco, è tutto chiaro! Gli attori, il complotto, le macchinazioni processuali per condannare in un finto processo chi era stato già condannato pubblicamente il 24 settembre del 2020 da Papa Francesco. Non si poteva tornare indietro. Non si poteva minare la credibilità e l’autorevolezza del monarca che fu convinto da personaggi senza scrupoli di aver individuato nella Curia romana il grande corrotto. Troppo ghiotta l’occasione per chi aveva proclamato pubblicamente che era stato ‘eletto per combattere la corruzione nella Chiesa’. Peccato che tutto il processo sia stato un atto di corruzione continuo per uccidere un innocente. I documenti riportati nel libro parlano da soli». -
Franca Giansoldati, Caso Striano: Tirabassi, Mincione, Torzi e Crasso parti civili. Il mistero degli accessi prima dell'inchiesta vaticana su Becciu, in «Il Messaggero», 6 ottobre 2026. ED ECCO CHE I NODI DEL COMPLOTTO VENGONO AL PETTINE! L'ho sempre chiesto: «Chi sono i mandanti di Striano e co. dentro il Vaticano?» (E mi viene in mente Alessandro Diddi che si precipita impanicato da Cantone a Perugia!) «Chi chiese a Pasquale Striano di cercare informazioni su alcuni dei protagonisti del futuro processo Becciu quando quell’inchiesta in Vaticano, almeno ufficialmente, ancora non esisteva? È l’interrogativo che torna ad affacciarsi nell’udienza preliminare sul cosiddetto dossieraggio e che apre un nuovo capitolo nei rapporti, ancora tutti da chiarire, tra l’attività dell’ex finanziere e il procedimento sull’immobile di Londra che ha portato, tra gli altri, alla condanna in primo grado del cardinale Angelo Becciu. Davanti al gup di Roma Paolo Scotto si costituiscono parti civili alcuni dei nomi che sarebbero stati oggetto degli accessi contestati a Striano e che successivamente sono diventati protagonisti del processo celebrato in Vaticano: il funzionario della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi, Raffaele Mincione, Gianluigi Torzi ed Enrico Crasso. Il nodo è soprattutto cronologico. Dagli atti emergerebbe infatti una serie di accessi alle banche dati effettuati da Striano nel 2019 su soggetti che soltanto in seguito sarebbero entrati nell’inchiesta vaticana. Tra loro, oltre a Tirabassi, Mincione, Torzi e Crasso, figura anche Cecilia Marogna. Accertamenti che, secondo le difese, risalgono a un periodo precedente alla denuncia dello IOR dalla quale prese formalmente avvio l’indagine che avrebbe portato alle perquisizioni negli uffici della Segreteria di Stato e, due anni più tardi, al processo. È questo scarto temporale ad alimentare il mistero. Per quale ragione e per conto di chi Striano cercava informazioni proprio su quelle persone? E soprattutto: qualcuno gli aveva indicato quei nomi? Finora l’ex luogotenente della Guardia di Finanza non ha fornito la risposta decisiva. Si è avvalso della facoltà di non rispondere e non ha quindi chiarito chi gli avrebbe eventualmente chiesto di effettuare quelle ricerche. Negli atti, secondo quanto già evidenziato dalle difese durante il processo d’appello vaticano, comparirebbero inoltre contatti tra Striano e uomini appartenenti alla Gendarmeria vaticana. Elementi che non dimostrano, da soli, l’esistenza di una regia d’Oltretevere, ma che rendono inevitabile la domanda sull’origine degli accertamenti. Perché se le ricerche riguardavano non soltanto persone poi finite sul banco degli imputati, ma anche figure collaterali alla stessa vicenda finanziaria, chi le avrebbe sollecitate doveva quantomeno possedere informazioni molto precise su un dossier che soltanto successivamente sarebbe esploso pubblicamente. Anche il promotore di giustizia vaticano Zannotti - durante una delle udienze d'appello - aveva ha affrontato il tema, prospettando — secondo quanto emerso nel dibattimento — la possibilità che quegli accertamenti potessero rientrare in una sorta di attività di intelligence. Un passaggio significativo perché, pur senza sciogliere il nodo sull’origine delle richieste, accrediterebbe l’esistenza di un terreno investigativo precedente o parallelo rispetto alla nascita formale del procedimento vaticano. (...) Se nel 2019 l’inchiesta vaticana sull’immobile di Londra non era ancora formalmente partita, perché Striano stava già cercando proprio quei nomi? E se qualcuno glieli indicò, chi era e che cosa sapeva? È probabilmente questo il vero punto di contatto tra il dossieraggio romano e il processo vaticano. Non la prova, almeno finora, di una regia comune, ma una cronologia che continua a chiedere una spiegazione.» Anche in francese. E in spagnolo. E in inglese. E in tedesco. -
Luigi Bisignani, Bisignani: i ruggito di Papa Leone XIV. Dopo Gambetti, Pioppo?, in «Il Tempo», 9 ottobre 2026. «Poi c’è il capitolo di monsignor Perlasca, del qual Pioppo sarebbe stato consigliere spirituale mentre prendevano forma le accuse contro il cardinale Angelo Becciu. Accompagnamento religioso o anche suggerimenti sulle dichiarazioni? Con il processo d’appello a Becciu che si avvia alle ultime battute e la rimozione del cardinale Mauro Gambetti, preannunciata da Francesco Capozza su Il Tempo, l’impressione è che il Leone cominci a ruggire.» A proposito del testimone bugiardo premiato dalla e nella magistratura vaticana! -

Ma la giustizia italiana è imparentata con quella vaticana? E chi dà la notizia? L'amica portavoce di Alessandro Diddi!! Ed è tutto dire! PS: Se è vero quello che scrive la Calabrò appare chiaro che il Perlasca è davvero un bugiardo perché o ha mentito con il Gip italiano oppure nel Tribunale Vaticano quando ha ammesso che l’aveva aiutato un antico magistrato per la stesura del memoriale. E agli italiani ha detto invece che la memoria l’ha stesa lui da solo. Figurati! -
Franca Giansoldati, Caso Becciu, i legali contor l'archiviazione di Chaouqui: «Dagli atti emergono fatti sconcertanti», in «Il Messaggero», 21 ottobre 2026. ... «dagli atti depositati dai magistrati italiani sarebbero emersi nuovi elementi destinati ad alimentare ulteriori iniziative giudiziarie. Al centro della vicenda ci sono le dichiarazioni di Genoveffa Ciferri, amica di famiglia di monsignor Alberto Perlasca, il principale testimone dell'accusa nel processo sulla gestione dei fondi della Santa Sede, e i suoi rapporti con l'ex componente della commissione pontificia sulle finanze vaticane. «Dagli atti di indagine depositati dalla Procura di Roma abbiamo appreso nuovi fatti sconcertanti, i quali saranno oggetto di ulteriori iniziative giudiziarie», affermano in una nota gli avvocati Massimo Bassi, Gian Domenico Caiazza, Cataldo Intrieri, Luigi Panella, Fabio Viglione e Andrea Zappalà, intervenendo sulla notizia, riportata dal Domani, della richiesta di archiviazione del procedimento nei confronti di Chaouqui. I legali stanno valutando anche la possibilità di opporsi alla richiesta dei pubblici ministeri, sottolineando che l'archiviazione sarebbe motivata da questioni procedurali e non da una valutazione di insussistenza dei fatti denunciati. (...) «L'archiviazione delle accuse per motivi procedurali non cambia la gravità delle risultanze emerse. Come hanno confermato i testi Ciferri e Perlasca, Chaouqui è intervenuta nelle indagini di cui anticipava gli sviluppi: guardiamo con estrema fiducia alle prossime udienze», aggiungono gli avvocati Cataldo Intrieri e Massimo Bassi. A rendere particolarmente delicata la vicenda sono le dichiarazioni rese alla Procura di Roma da Genoveffa Ciferri, oggi pensionata, con un passato come consulente esterna del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), dove si è occupata di analisi strategiche e geopolitica internazionale, e precedentemente in servizio presso il Sisde tra il 1983 e il 1985. Ciferri ha spiegato di essere venuta a conoscenza, attraverso la stampa, dell'esposto presentato dal cardinale Becciu per accertare una presunta collaborazione di Chaouqui con gli organi inquirenti vaticani, indicando in particolare il promotore di Giustizia, il promotore aggiunto Alessandro Didi e alcuni vertici della Gendarmeria. (...) Secondo il suo racconto, sarebbe stata la stessa Chaouqui a suggerirle di attribuire le domande e le informazioni a un'altra fonte, presentata come un magistrato in pensione che collaborava con gli investigatori vaticani. (...) Ciferri ha spiegato di essersi fidata perché Chaouqui dimostrava di conoscere particolari molto precisi delle indagini. «Era in grado di fornirmi delle informazioni molto dettagliate sulle indagini in corso, sull'attività istruttoria», ha riferito, precisando che le comunicazioni sarebbero documentate dalle conversazioni conservate sul suo telefono. La donna ha poi riconosciuto di essere stata manipolata: «Questo è palese dalla chat, perché mi poneva domande che io giravo a Perlasca e lui rispondeva». Soltanto dopo la sua testimonianza in tribunale avrebbe informato il monsignore del ruolo effettivamente svolto da Chaouqui. Un altro capitolo riguarda i rapporti economici tra le due donne. Ciferri ha dichiarato di avere consegnato a Chaouqui circa 15 mila euro in contanti, provenienti dai propri risparmi, attraverso l'intermediazione dell'amico Paolo Lancia, all'epoca sindaco di un Comune nei pressi di Greccio. Il denaro sarebbe stato recapitato nell'ufficio romano di Chaouqui, insieme ad alcuni gioielli, tra cui un cammeo, un bracciale e una collana destinati a lei come regali natalizi. (...) Ma il punto più delicato riguarda la cena al ristorante romano Lo Scarpone, uno degli episodi già emersi nel dibattimento vaticano e sul quale le nuove dichiarazioni potrebbero riaccendere l'attenzione. Secondo Ciferri, sarebbe stata Chaouqui a organizzare l'incontro, assicurando che gli organi inquirenti vaticani ne fossero informati e sostenendo che persino il Papa ne fosse a conoscenza. Perlasca, inizialmente contrario a partecipare, avrebbe ricevuto attraverso Ciferri indicazioni che Chaouqui presentava come provenienti dagli investigatori e dallo stesso Pontefice. «Io sono convinta che non sia stata frutto della iniziativa della sola Chaouqui», ha dichiarato Ciferri, esprimendo così il sospetto che dietro quell'operazione potessero esserci altri soggetti. Una convinzione personale che, naturalmente, non equivale alla prova di un coinvolgimento effettivo degli organi giudiziari vaticani. La testimone ha inoltre riferito che Perlasca aveva informato per iscritto il Papa della propria partecipazione alla cena e che, su richiesta di Chaouqui, avrebbe successivamente redatto una relazione destinata prima al Pontefice e poi alla stessa Chaouqui, alla quale veniva attribuita una presunta funzione di magistrato. Ciferri ha infine spiegato di avere attribuito credibilità a Chaouqui anche per i suoi rapporti con ambienti vaticani. In particolare, ha riferito che la donna abitava in un appartamento appartenente all'Apsa, l'organismo che amministra il patrimonio immobiliare della Santa Sede, e che durante il periodo delle indagini avrebbe trasportato nella propria abitazione arredi d'epoca provenienti da un magazzino di dismissione vaticano. Anche queste circostanze restano dichiarazioni della testimone e richiedono riscontri autonomi. L'intera vicenda si inserisce in una fase particolarmente delicata del procedimento finanziario della Santa Sede. Dopo le condanne pronunciate in primo grado, il processo è ora all'esame della Corte d'appello vaticana, con la ripresa delle udienze prevista per la fine di ottobre. Il nodo non riguarda soltanto l'eventuale responsabilità penale di Chaouqui, sulla quale la magistratura italiana ha chiesto l'archiviazione per ragioni procedurali. Riguarda soprattutto la possibilità che, durante la fase investigativa, le dichiarazioni di un testimone centrale siano state condizionate attraverso canali informali, pressioni o informazioni provenienti dall'esterno. Per la giustizia vaticana, già sottoposta a un severo scrutinio per le modalità con cui è stato condotto il maxiprocesso, si apre così un nuovo fronte: quello della trasparenza delle indagini e delle garanzie riconosciute agli imputati. Una questione destinata a pesare anche sul pontificato di Leone XIV, chiamato a misurarsi con l'eredità giudiziaria di uno dei procedimenti più controversi degli ultimi anni.» Anche in spagnolo. E in francese. E in tedesco. E in inglese. -
La Procura di Roma chiede l’archiviazione dell’indagine su Francesca Immacolata Chaouqui. E per sostenere questa richiesta si affida quasi esclusivamente alle dichiarazioni di monsignor Alberto Perlasca. Abbiamo esaminato la richiesta dei pubblici ministeri e l’abbiamo confrontata con gli atti e le testimonianze del processo vaticano sul Palazzo di Londra, che abbiamo seguito direttamente. Ci sono contraddizioni, circostanze che non vengono approfondite e domande alle quali la Procura di Roma non ha dato risposta. Perché alcune verifiche non sono state compiute? E perché le dichiarazioni di Perlasca vengono considerate sufficienti, nonostante quanto emerso durante il processo in Vaticano? Su Silere non possum ricostruiamo la vicenda, documenti alla mano (Facebook di "Silere non possum", 23 ottobre 2026). Possibile che la Storia – vaticana come italiana – sia in mano di imbroglioni, truffatori e millantatori? Uno schifo! -
Fari Pad (Facebook, 23 ottobre 2026): «L’INCHIESTA CHE NON SI VUOLE FARE: SULLA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE PER FRANCESCA CHAOUQUI. Quattro pagine. Bastano quattro pagine ai PM della Procura di Roma per liquidare e chiedere l'archiviazione su vicende gravissime che coinvolgono Francesca Chaouqui, monsignor Alberto Perlasca e il processo vaticano sul palazzo di Sloane Avenue. Un modo di procedere a dir poco arraffazzonato, che preferisce chiudere gli occhi anziché scavare a fondo. L’intera impalcatura dell’archiviazione si regge su una sola persona: monsignor Perlasca. Peccato che Perlasca sia l'emblema della "testimonianza double-face": Prima versione: Giura in aula di aver scritto il suo memoriale di accuse contro il Cardinale Becciu in totale solitudine, "farina del suo sacco integrale". Seconda versione: Messo alle strette dalle chat, ritratta e ammette che le domande e i temi integrativi gli venivano dettati, tramite Genoveffa Ciferri, da un sedicente "anziano magistrato" (rivelatosi poi la Chaouqui). In pratica, ammette che il suo memoriale di accusa era stato ampiamente manipolato. Qual è la vera testimonianza di Perlasca? Quella resa sotto giuramento poi smentita, o l'ultima comoda ritrattazione presa per buona dai PM romani senza alcun tipo di riscontro o confronto con le sue precedenti deposizioni? Tra pressioni, chat con omissis, un finto magistrato, messaggi minatori e perfino la messinscena della cena al ristorante Lo Scarpone, le contraddizioni esplodono da ogni carta. Ma per la Procura di Roma va tutto bene così. La conclusione dell'articolo di "Silere non possum" riassume perfettamente questo corto circuito giudiziario: « Alla fine, i magistrati della Procura di Roma concludono che non è emerso nulla. Certo: se non si indaga, è`piuttosto difficile che emerga qualcosa.» Un'ennesima pagina buia di una giustizia superficiale che accerta i fatti solo a metà.»
















































