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COMPONI IL PUZZLE
(Il COMPLOTTO)
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D.C.T., Francesca Chaouqui e tutte le cose che la Procura di Roma preferisce non approfondire, in «Silere non possum», 23 ottobre 2026. «Per comprendere perché questa richiesta rappresenti l’ennesimo esempio di una giustizia superficiale, capace di mostrare sorprendente solerzia quando entrano in gioco determinati interessi e altrettanta disattenzione quando sarebbe necessario approfondire fatti e responsabilità, occorre aver seguito da vicino il processo Sloane Avenue, una vicenda che, peraltro, tra queste mura è tutt’altro che conclusa. Per rendersi conto di quanto poco i magistrati italiani sembrino aver approfondito le carte, basta mettere a confronto ciò che scrivono i pubblici ministeri con gli atti di quel procedimento, le conversazioni intercorse tra i protagonisti della vicenda e il Promotore di Giustizia vaticano, Alessandro Diddi, e soprattutto l’esposto che fu lo stesso monsignor Alberto Perlasca a consegnare alla Gendarmeria vaticana il 1° marzo 2022. È proprio dal confronto tra questi documenti che emergono interrogativi ai quali la richiesta di archiviazione, anziché fornire risposte convincenti, sembra sottrarsi. E sono interrogativi che un ufficio giudiziario chiamato ad accertare i fatti avrebbe avuto il dovere di affrontare con ben altra attenzione. (...) Secondo i querelanti, l’ex componente della commissione Cosea, già condannata in Vaticano per reati di estrema gravità, avrebbe orientato la testimonianza di Perlasca, all’epoca capo dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, prima indagato e poi archiviato nonostante le sue responsabilità. Lo ha fatto con pressioni e offerte di protezione, arrivando a farsi credere un «anziano magistrato» che collaborava con Diddi, e ha diretto la cena del settembre 2020 al ristorante Lo Scarpone, dove Perlasca doveva indurre Becciu a parlare. Il canale era Genoveffa Ciferri, amica della famiglia Perlasca. Dal 26 novembre 2022, all’indomani di una deposizione in cui Perlasca non era riuscito a spiegare chi gli avesse suggerito i temi del suo memoriale, Ciferri mandò a Diddi 126 messaggi WhatsApp. Il Promotore ne mise a disposizione del Tribunale e delle difese soltanto otto: tutti gli altri restarono coperti da illegali ed inspiegabili omissis. (...) Il cuore della richiesta è una frase che Perlasca ha pronunciato davanti ai pm romani: «Escludo nel modo più categorico qualsivoglia influenza della Chaouqui sulle dichiarazioni da me rese». La Procura la prende per buona senza confrontarla con quello che lo stesso Perlasca ha detto, sotto giuramento, nell’aula del Tribunale vaticano. Il 25 novembre 2022 l’avvocato Fabio Viglione, difensore di Becciu, gli chiese chi avesse scritto le ventuno domande che scandiscono il memoriale consegnato il 31 agosto 2020. «Io non ho concordato i temi con nessuno», ha risposto Perlasca. Con la Ciferri ne aveva parlato? «No, ero chiuso [...] in camera mia, ero lì con me stesso». Alla domanda se lo avesse portato agli inquirenti come «farina del suo sacco integrale», ha detto: «Certo». Diddi, dal suo banco e con la sua sicumera, aggiunse: «Neanche gliel’abbiamo chiesto». Cinque giorni dopo, il 30 novembre, il Promotore depositò le chat. Pignatone chiese a Perlasca se adesso fosse in grado di dire chi avesse indicato quei temi. «I temi sono stati formulati dalla Dottoressa Ciferri», ha detto Perlasca, che li aveva ricevuti da un interlocutore presentato come «un anziano magistrato che si era reso disponibile per aiutarmi». Il 1° dicembre è sceso nei dettagli: le domande gliele mandò l’anziano magistrato «attraverso la dottoressa Ciferri, lei li mandò alla dottoressa Ciferri e la dottoressa Ciferri li mandò a me», dettandole per telefono. (...) Nei messaggi a Diddi la versione di Ciferri è netta: Chaouqui le propose «di far credere a Perlasca che avevo contatti con un magistrato consulente che collaborava alle indagini, mi faceva puntuali domande che credevo venissero da Lei e che giravo a Perlasca». E ancora: «I suggerimenti di quel memoriale [...] sono stati suggeriti dalla Sig.ra Chaouqui a me, come provenienti da Lei. Tanto è accaduto». Diddi ne trasse le conseguenze in aula la mattina del 1° dicembre. «Monsignor Perlasca ha ricevuto un’imbeccata per redigere quel memoriale», ha detto, e «le chat spiegano chiaramente che alla Ciferri le domande sono arrivate dalla Chaouquì». Aggiunse che a suo giudizio potevano esserci «degli estremi per procedere per falsa testimonianza nei confronti di Monsignor Perlasca», reticente «sulle persone che lo avessero in qualche modo instradato». Diddi, però, non ha mai indagato Perlasca per falsa testimonianza. E, soprattutto, non aveva alcun interesse a farlo. Eppure, dagli atti e dalle testimonianze emerse nel corso del processo Sloane Avenue, il ruolo di Perlasca nelle vicende della Segreteria di Stato appare tutt’altro che marginale. Anzi, sono proprio le sue condotte a sollevare alcuni degli interrogativi più gravi sulle responsabilità di quanto accaduto. Il Promotore di Giustizia, tuttavia, ha scelto di riservargli un trattamento ben diverso da quello adottato nei confronti degli altri imputati, finendo di fatto per risparmiargli il banco degli accusati. Una scelta che ricorda da vicino il trattamento riservato ai collaboratori di giustizia, con una differenza sostanziale: le responsabilità di Perlasca, anziché essere accertate fino in fondo, sono rimaste sullo sfondo. La Procura di Roma, dunque, attribuisce valore decisivo alla smentita resa nel 2025 da un testimone che, proprio sugli stessi fatti, aveva già fornito sotto giuramento versioni tra loro contraddittorie e che la stessa accusa vaticana aveva ritenuto esposto al rischio di un procedimento per falsa testimonianza. Di questa circostanza, nelle appena quattro pagine firmate dai pubblici ministeri romani, non si trova una sola parola. Nessun confronto con le precedenti dichiarazioni, nessuna valutazione delle contraddizioni, nessuna spiegazione delle ragioni per cui l’ultima versione di Perlasca dovrebbe essere considerata più attendibile delle altre. (...) Perché è proprio questo il punto che la Procura avrebbe dovuto chiarire: non soltanto chi abbia materialmente pronunciato quelle risposte, ma chi abbia orientato le domande, suggerito gli argomenti e contribuito a costruire il percorso attraverso il quale Perlasca è arrivato a renderle. Francesca Immacolata Chaouqui ha costruito tutta la propria notorietà su millantamenti, relazioni influenti mai esistite e rapporti di potere inesistenti. (...) Che una persona arrivi a spacciarsi per magistrato e continui a vantare rapporti privilegiati con Papa Francesco, quando il Pontefice non voleva neppure riceverla, è già di per sé indicativo dei metodi utilizzati. (...) Perlasca non sapeva del rapporto tra Ciferri e Chaouqui ed era convinto che dietro ci fosse un magistrato. Se non sapeva chi lo stava muovendo, ha accolto un invito di cui ignorava la provenienza reale. Questo inganno è precisamente il condizionamento denunciato dai querelanti, e la Procura lo registra senza trarne nulla. In aula, il 1° dicembre, Perlasca ha ricostruito quella sera. Il tavolo lo aveva prenotato «il magistrato»: lui aveva chiesto se dovesse farlo e gli era stato risposto «prenotiamo noi». Il suo compito era «far parlare il Cardinale Becciu e poi riferire [...] all’anziano magistrato». Gli avevano suggerito di presentarsi depresso ma combattivo. Al momento del conto non si alzò dal tavolo: «a me era stato detto che ci sarebbe stata questa attività di intercettazione», e temeva che il cardinale potesse notare qualcosa. Pagò quaranta euro, «ho ancora nel cassetto lo scontrino». La mattina dopo dettò al telefonino una relazione che comincia così: «istruito dai magistrati ieri sera sabato 5 settembre del ’20». Ci si legge che si era mosso «nei limiti del ruolo che mi era stato suggerito dai magistrati» e che attendeva «istruzioni su come comportarmi». (...) L’idea che la Gendarmeria potesse sorvegliare la cena, aveva detto, «era un po’ una mia idea». Già il 23 novembre 2020 il commissario De Santis gli aveva chiarito, secondo il verbale letto in aula da Viglione, che non era stato fatto nulla: «noi in Italia non andiamo a fare alcun tipo di attività». Perlasca aveva replicato: «No, guardi, me l’ha detto lui». In realtà, la Gendarmeria vaticana compì quell’attività e lo fece in modo del tutto illegale, proprio come, nel corso degli anni, ha condotto numerose altre operazioni illegali. Basti pensare alle perquisizioni nella sede italiana a Roma di Vox Mundi oppure ai dossier che venivano consegnati a Papa Francesco dopo le udienze generali del mercoledì. Il Pontefice, terminata l’udienza, pranzava e, dopo pranzo, consultava quei dossier che la Gendarmeria preparava per lui su commissione. (...) A redigerli erano Stefano De Santis e altri gendarmi. Non si tratta di novità, ma di fatti ben noti anche al di là del Tevere. Eppure, a Roma continuano a tacere, perché, evidentemente, il silenzio fa comodo. Ciferri, nel messaggio delle 14.35 del 26 novembre 2022, scrive che l’incontro «fu completamente organizzato e pilotato» da Chaouqui, «passo dopo passo». Quando Perlasca voleva tirarsi indietro, scrive, Chaouqui le fece notare che tutto era già organizzato e che «l’operazione non è gratis». In un altro messaggio aggiunge che la proposta di mandare Perlasca allo Scarpone le arrivò «a Suo nome e a nome del prof. Milano», e che lui andò «convinto che fossero i magistrati a mandarlo». (...) A pagina tre la Procura riporta il contenuto dei primi messaggi di Chaouqui, che Perlasca stesso aveva definito «minatori» nell’esposto del 2022: era «nelle sue mani», solo lei poteva «salvarlo dal carcere certo», faceva «intendere di poter esercitare influenze sugli inquirenti». A pagina quattro conclude che, sulla base di quanto riferito da Perlasca, «deve escludersi la possibilità di sostenere condotte di minacce o offerte di denaro» volte a condizionarlo. La cronologia rende questa conclusione ancora più difficile da seguire. Il 12 maggio 2020, due settimane dopo il primo interrogatorio di Perlasca, Chaouqui gli scrive: «Io ti perdono Perlasca, ma ricordati, mi devi un favore. E il signore il sabato paga tutti. E non bloccarmi perché altrimenti mi senti dalle pagine dei giornali». Tra la metà di luglio e i primi di agosto, secondo la datazione di Perlasca, comincia il canale dell’anziano magistrato. Il 7 agosto arriva il messaggio sul salmo 22: «Puoi ancora salvarti dall’andare in Diocesi e forse anche dal Processo. E puoi farlo grazie a chi hai cercato di distruggere». (...) Il 18 agosto Perlasca scrive al Promotore chiedendo di essere ascoltato. Il 31 agosto si presenta senza avvocato, benché la convocazione del 20 agosto lo invitasse a farsi accompagnare dal legale di fiducia, e consegna il memoriale. L’articolo 377 bis del codice penale, nel quale la stessa Procura propone di riqualificare il fatto, punisce chi induce a rendere dichiarazioni mendaci o a non renderle con violenza, minaccia, oppure con l’offerta o la promessa di denaro «o di altra utilità». La prospettiva di evitare il processo rientra con buona evidenza in quella formula, e il messaggio del 7 agosto la offre in termini espliciti. Nella richiesta non compare. Non compaiono nemmeno i due messaggi che Chaouqui mandò a Perlasca la sera del 26 novembre 2022, quattro giorni prima che riprendesse la sua deposizione. Nel primo gli propone di «chiarire la situazione prima dell’interrogatorio del 30». Nel secondo scrive: «Il mio interesse e penso quello comune è che il mio supporto non emerga processualmente perché sarebbe difficile da spiegare sopratutto nelle conseguenze che ha avuto». La norma che i pm richiamano parla anche di chi induce «a non rendere dichiarazioni». (...) Per escludere i messaggi dal perimetro italiano la Procura scrive che, «ove» fossero stati ricevuti in Città del Vaticano, non si potrebbe nemmeno ipotizzare un reato commesso in Italia. È un condizionale, e la richiesta non dice se il luogo di ricezione sia stato verificato. Soprattutto, guarda soltanto al punto d’arrivo. Le domande del memoriale passavano da Chaouqui a Ciferri, che vive a Greccio, in provincia di Rieti, e da Ciferri arrivavano per telefono a Perlasca. Ciferri telefonò a Diddi sull’utenza del suo studio romano. L’articolo 6 del codice penale considera commesso in Italia il reato quando l’azione vi è avvenuta «in tutto o in parte». Lo stesso documento, del resto, colloca la consegna dei 15.000 euro «a Roma, nel territorio dello Stato Vaticano», due luoghi che si escludono a vicenda, e poi qualifica quel passaggio di denaro come truffa secondo il codice italiano. Ma ormai è cosa nota, e Diddi in questi anni ci ha ampiamente abituati a simili situazioni: c’è chi sembra ignorare persino l’esistenza del codice di procedura penale, per non parlare dei confini territoriali e della sovranità di questo Stato. Un problema che, evidentemente, accomuna Via della Scrofa e Piazzale Clodio. Chi ancora si stupisce di fronte a tutto questo dimostra soltanto una disarmante ingenuità. (...) Sull’ipotesi di rivelazione di segreti la Procura scrive che non emergono pubblici ufficiali indotti da Chaouqui a passarle notizie riservate. Poche righe prima riporta però che, secondo Ciferri, Chaouqui era «in contatto diretto con gli investigatori e persino in grado di conoscere in tempo reale gli spostamenti di Perlasca». (...) Diddi aveva messo per iscritto il problema già il 4 febbraio 2021, in una relazione di servizio a mano. Ciferri gli aveva telefonato per dirgli che Chaouqui «si presenterebbe a mio nome per informarsi delle indagini svolte sul conto di mons. Perlasca e perfino di mie riunioni e miei movimenti». Il 1° dicembre 2022 ha spiegato in aula di aver aperto un fascicolo, il 50/22, perché «se qualcuno addirittura ha pensato di poter dare informazioni che riguardano atti coperti da segreto è chiaro che devo fare delle indagini». Quel fascicolo, però, è soltanto uno dei tanti di cui Alessandro Diddi annuncia l’esistenza e dei quali, puntualmente, non si sente più parlare. Sono i suoi ormai celebri fascicoli mediatici, quelli che gli consentono di conquistare qualche spazio nelle ultime pagine dei giornali e, all’occorrenza, di arrampicarsi sugli specchi. Fascicoli vuoti, sia chiaro, che vengono aperti, lasciati nei cassetti e abbandonati al loro destino. Si annunciano indagini, si lascia intendere che siano in corso accertamenti e poi cala il silenzio. I pubblici ministeri romani, dal canto loro, non hanno neppure pensato di chiedere alle autorità vaticane una copia di quel fascicolo. Figuriamoci. Alla fine, i magistrati della Procura di Roma concludono che non è emerso nulla. Certo: se non si indaga, è piuttosto difficile che emerga qualcosa. (...) l’esposto del 1° marzo 2022 che la Procura usa per mostrare la distanza tra Perlasca e Chaouqui fu scritto quando Perlasca conosceva già il ruolo di lei. In quell’esposto, del resto, Perlasca non afferma di averla ignorata: scrive che ai messaggi ricevuti quel giorno «rispondevo, per pura cortesia». Il 25 novembre 2022, in aula, sosteneva invece che Chaouqui avesse «cercato di agganciarmi» e che lui non avesse «assolutamente» abboccato, parlando di un unico messaggio. Il 1° dicembre i messaggi sono diventati «una decina, una quindicina». C’è anche un dettaglio che la richiesta non considera. Il 25 novembre Viglione ha ricordato in aula che Chaouqui, quando si presentò spontaneamente agli inquirenti vaticani nell’ottobre 2019, era assistita dall’avvocato Sammarco, lo stesso che avrebbe poi difeso Perlasca. Ciferri, nei messaggi a Diddi, scrive che Chaouqui le disse che la scelta di quel legale gliel’aveva suggerita il Promotore di Giustizia, proprio Alessandro Diddi. (...) Resta il denaro. Ciferri ha raccontato ai pm di aver fatto avere a Chaouqui, tramite un amico, 15.000 euro in cambio di notizie sulle indagini che potessero giovare a Perlasca, una somma che sarebbe stata data «a titolo di prestito» e mai restituita. La Procura qualifica il fatto come truffa, procedibile a querela della persona offesa, e osserva che la querela manca. (...) Sulla procedibilità, poi, il codice prevede che la truffa si persegua d’ufficio quando ricorre una delle aggravanti del secondo comma dell’articolo 640, tra cui l’aver approfittato di circostanze di minorata difesa. Ciferri, nel 2022, si descriveva come «una donna anziana di 73 anni». La richiesta non spiega perché quelle aggravanti siano state escluse. Rimane, infine, una domanda molto semplice: chi ha inventato la figura dell’anziano magistrato? Ciferri sostiene di averlo fatto su proposta di Chaouqui. Quest’ultima, invece, in un messaggio inviato a Perlasca il 26 novembre 2022, attribuisce proprio a Ciferri l’invenzione di quella figura, spiegando che «per non dirle la verità le ha detto che io ero un magistrato in pensione». Due versioni opposte, fornite da due donne che hanno fatto del millantare rapporti e qualifiche inesistenti una pratica ricorrente. (...) Ma c’è un particolare ancora più significativo: il magistrato immaginario, la figura attorno alla quale ruota l’intera vicenda, scompare dalla motivazione della richiesta di archiviazione. Non viene mai nominato. Una figura inventata per accreditare un’autorità inesistente, che avrebbe dovuto costituire uno degli elementi centrali degli accertamenti, finisce così per non trovare neppure spazio nelle valutazioni dei pubblici ministeri romani. (...) La richiesta di archiviazione, però, non chiude il procedimento. La decisione spetta al giudice per le indagini preliminari e Becciu, Crasso, Tirabassi e Mincione, in qualità di persone offese, possono presentare opposizione, indicando gli accertamenti che la Procura ha omesso di compiere: l’acquisizione di ulteriori atti come il fascicolo vaticano 50/22; l’identificazione di chi materialmente consegnò il denaro o l'accertamento del luogo in cui Perlasca riceveva i messaggi. (...) C’è poi un messaggio che, più di altri, restituisce la gravità di questa vicenda. Alla vigilia della ripresa della deposizione di Perlasca, Chaouqui gli chiese espressamente che il suo «supporto» non emergesse durante il processo. Il messaggio si concludeva con queste parole: «sarebbe difficile da spiegare sopratutto nelle conseguenze che ha avuto». Una frase che avrebbe meritato ben più di qualche domanda. Chi aveva fornito quel supporto? In che cosa consisteva? Quali conseguenze aveva prodotto? E perché era così importante che non se ne parlasse davanti ai giudici? (...) Intanto Francesca Immacolata Chaouqui, nonostante tutto ciò che ha già fatto ai danni di Papa Francesco e di numerose altre persone, continua a muoversi indisturbata, a vantare relazioni inesistenti, a occupare spazi e a presentarsi come una figura influente. E ogni volta che una vicenda giudiziaria la riguarda, sembra esserci qualcuno disposto a voltarsi dall’altra parte. Del resto, l’Italia continua a dimostrarsi il Paese ideale per personaggi di questo calibro. Un Paese nel quale si possono accumulare millantamenti, contraddizioni e vicende giudiziarie senza che tutto questo impedisca di continuare a girovagare per giornali e studi televisivi. Gli esempi sarebbero veramente tanti. A questo punto, più che sorprendersi per l’ennesima richiesta di archiviazione, bisognerebbe chiedersi quante altre cose debbano ancora accadere prima che qualcuno decida finalmente di fare il proprio lavoro fino in fondo.» Articolo molto chiaro e importante, ben informato: da leggere.
Una solicitud de archivo que no archiva nada, in «Infovaticana», 24 ottobre 2026.
Alessandro Da Rold, Caso Becciu, domani l'udienza d'appello. Il legale: "L'intera condanna può cadere per un vizio negli atti", in «Quotidiano Nazionale», 28 ottobre 2026. «“Naturalmente noi contestiamo la condanna anche nel merito ed abbiamo censurato radicalmente la sentenza. Una sentenza che comunque, va ricordato, oltre a ridimensionare drasticamente le accuse, aveva già escluso che il Cardinale si fosse appropriato di un solo centesimo o avesse tratto vantaggi personali”. E dagli atti mancanti? “Ciò che non si conosce non si può valutare. Il Promotore ha sostenuto di poterne limitare la conoscenza alle difese per ragioni di pertinenza con le accuse o di tutela dell’interesse pubblico”. Chi sceglie gli atti? “Ma è proprio questa pretesa di selezionare unilateralmente ciò che la difesa può conoscere che la Corte ha censurato con l’ordinanza di marzo. Lo ha fatto applicando le norme di diritto processuale e diritto canonico, fornendone approfondita motivazione. Nessuna norma attribuisce poteri ‘selettivi’ all’Accusa sugli atti di indagine”. Nelle chat Francesca Chaouqui scrive a Genoveffa Ciferri: “Se viene fuori che eravamo tutti d’accordo è la fine”. Che cosa significa?“La lettura di quelle conversazioni che, ricordiamo, sono venute fuori con molto ritardo, attraverso l'evoluzione delle testimonianze nel processo, raccontano una genesi delle accuse che ha confermato quanto il Cardinale disse dal primo momento quando si dichiarò vittima di una ‘macchinazione’. Oggi quella espressione si sposa perfettamente con la dolorosa lettura delle chat. La gran parte di esse furono omissate e non utilizzate nel giudizio di primo grado”. E il ruolo di monsignor Perlasca? “In ogni caso ritengo che se Mons. Perlasca è stato ritenuto non in grado di comprendere le conseguenze negative degli investimenti o altre eventuali criticità e la sua posizione archiviata, a maggior ragione questo sarebbe dovuto accadere per il Cardinale Becciu che mai si discostò da quanto proposto dall’Ufficio diretto proprio da Perlasca”. Su cosa fondate l’innocenza? “La realtà dettagliatamente documentata delle sue condotte e la totale assenza di prove d’accusa. Il Cardinale Becciu è pienamente innocente: non ha sottratto neanche un centesimo e non ha voluto favorire alcuna operazione illecita”. Quindi che ruolo aveva? “Sovrintendeva, da Sostituto della Segreteria di Stato Vaticana, oltre quindici uffici, non solo quello che si occupava degli investimenti. Si affidò alle valutazioni degli uffici amministrativi competenti ritenendo sempre di portare a compimento operazioni proficue oltre che assolutamente lecite”. Perché siete così convinti? “Come ho già detto, persino il Tribunale, pur condannandolo, ha riconosciuto che non agì per lucro e non ottenne vantaggi personali. Questo ci rende sereni e consapevoli. Al di là della nullità del processo di primo grado, resta la sua piena innocenza che è fondata su evidenze oggettive”.» Un fallimento totale – nel metodo e nel merito – della (mala)giustizia vaticana, che ha messo in croce un uomo innocente?
Svolta nel processo Becciu, parla l'avvocato Viglione, in «Lo Speciale», 30 ottobre 2026. «Tra i colpi di scena del processo ci sono state anche le chat whatsapp – inizialmente omissate – tra persone apparentemente estranee al processo e la deposizione di Mons. Perlasca definito il grande accusatore del Cardinale. Questa ormai è cronaca. Le chat vennero fuori dopo il controesame in aula di Mons. Perlasca. In un primo tempo fu possibile per noi difensori accedere solo a pochi messaggi perché era stata aperta una nuova indagine proprio alla luce di alcuni contenuti presenti nelle comunicazioni e l’Ufficio del Promotore ritenne di non poterne ostendere tutti i messaggi per tutelare il segreto investigativo. Ora quelle chat – anche se fuori tempo massimo rispetto alla sentenza di primo grado – sono state prodotte senza omissis dal Promotore in Corte d’Appello e non sono più segrete. La lettura di quelle conversazioni che, come detto, sono venute fuori proprio attraverso l’evoluzione delle testimonianze nel processo, raccontano una genesi delle accuse che ha confermato quanto il Cardinale disse dal primo momento quando si dichiarò vittima di una ‘macchinazione’. Oggi quella espressione si sposa perfettamente con la dolorosa lettura delle chat.»