Sul sistema giudiziario vaticano (trentanovesima parte) >>> per la parte precedente clicca qui
«Di tutte le ingiustizie, nessuna è più deprecabile di quella di coloro che, quanto più ti ingannano, tanto più fanno in modo di sembrare uomini onesti» (Cicerone, “Sui doveri”, I, 13, 41)
«Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati?» (Agostino, "De Civitate Dei", cap. IV, 4).
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Giulia Sorrentino, Antimafia, il procuratore De Luca contro Scarpinato e Anm: "Al gip attacchi di una virulenza mai vista in passato", in «Il Giornale», 20 ottobre 2026. Ancora sul giudice vaticano – ricattabile – Giuseppe Pignatone: «“Ricordiamo che il Gip Santi Bologna nei suoi atti ha anche ricordato gli acquisti immobiliari da personaggi appartenenti al mondo mafioso da parte di Giuseppe Pignatone e di tutti i suoi familiari. Chiediamo a Pignatone di spiegare pubblicamente perché abbia in parte pagato in nero quegli acquisti, confessandosi davanti alla magistratura evasore fiscale. L’audizione odierna di De Luca ribadisce l’importanza dell’inchiesta mafia-appalti, fondamentale concausa delle stragi che hanno sterminato Falcone , Borsellino e le loro scorte. E ci interroghiamo sui livelli e le quantità di collusioni che ci sono state nella Procura di Palermo nel corso dei decenni. La relazione che dovremmo approvare in Antimafia dovrà essere implacabile ed affermare le verità che stanno emergendo da queste audizioni”, ha concluso.» -
Gaetano Mineo, Scarpinato asfaltato da De Luca: «Regia preventiva con Natoli», in «Il Tempo», 21 ottobre 2026. E i contorni inquietanti sulla Procura palermitana dell’epoca, richiamati da De Luca: la «movimentazione immobiliare, 24 immobili acquisiti dalla famiglia Pignatone» e l’ammissione dello stesso Pignatone su una somma «pagata in nero» al boss di Passo di Rigano. Fatti definiti dalla Procura «più che idonei per diffondere in Cosa Nostra la valutazione che certi magistrati erano avvicinabili», contribuendo a isolare e sovraesporre mortalmente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. -
Luca La Gamma, Guardia di Finanza, chi sarà il prossimo comandante dopo De Gennaro, in «Policy Marker», 23 ottobre 2026. «Il suo nome è associato alla vicenda giudiziaria che riguarda l’ex luogotenente della Guardia di Finanza Pasquale Striano, finito al centro di accertamenti relativi a numerosi accessi alle banche dati e alla consultazione di informazioni riguardanti politici, imprenditori e altri personaggi pubblici. Il legame con Sirico riguarda la sua posizione gerarchica e il percorso professionale di Striano.» -
D.C.T., Francesca Chaouqui e tutte le cose che la Procura di Roma preferisce non approfondire, in «Silere non possum», 23 ottobre 2026. «Per comprendere perché questa richiesta rappresenti l’ennesimo esempio di una giustizia superficiale, capace di mostrare sorprendente solerzia quando entrano in gioco determinati interessi e altrettanta disattenzione quando sarebbe necessario approfondire fatti e responsabilità, occorre aver seguito da vicino il processo Sloane Avenue, una vicenda che, peraltro, tra queste mura è tutt’altro che conclusa. Per rendersi conto di quanto poco i magistrati italiani sembrino aver approfondito le carte, basta mettere a confronto ciò che scrivono i pubblici ministeri con gli atti di quel procedimento, le conversazioni intercorse tra i protagonisti della vicenda e il Promotore di Giustizia vaticano, Alessandro Diddi, e soprattutto l’esposto che fu lo stesso monsignor Alberto Perlasca a consegnare alla Gendarmeria vaticana il 1° marzo 2022. È proprio dal confronto tra questi documenti che emergono interrogativi ai quali la richiesta di archiviazione, anziché fornire risposte convincenti, sembra sottrarsi. E sono interrogativi che un ufficio giudiziario chiamato ad accertare i fatti avrebbe avuto il dovere di affrontare con ben altra attenzione. (...) Secondo i querelanti, l’ex componente della commissione Cosea, già condannata in Vaticano per reati di estrema gravità, avrebbe orientato la testimonianza di Perlasca, all’epoca capo dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, prima indagato e poi archiviato nonostante le sue responsabilità. Lo ha fatto con pressioni e offerte di protezione, arrivando a farsi credere un «anziano magistrato» che collaborava con Diddi, e ha diretto la cena del settembre 2020 al ristorante Lo Scarpone, dove Perlasca doveva indurre Becciu a parlare. Il canale era Genoveffa Ciferri, amica della famiglia Perlasca. Dal 26 novembre 2022, all’indomani di una deposizione in cui Perlasca non era riuscito a spiegare chi gli avesse suggerito i temi del suo memoriale, Ciferri mandò a Diddi 126 messaggi WhatsApp. Il Promotore ne mise a disposizione del Tribunale e delle difese soltanto otto: tutti gli altri restarono coperti da illegali ed inspiegabili omissis. (...) Il cuore della richiesta è una frase che Perlasca ha pronunciato davanti ai pm romani: «Escludo nel modo più categorico qualsivoglia influenza della Chaouqui sulle dichiarazioni da me rese». La Procura la prende per buona senza confrontarla con quello che lo stesso Perlasca ha detto, sotto giuramento, nell’aula del Tribunale vaticano. Il 25 novembre 2022 l’avvocato Fabio Viglione, difensore di Becciu, gli chiese chi avesse scritto le ventuno domande che scandiscono il memoriale consegnato il 31 agosto 2020. «Io non ho concordato i temi con nessuno», ha risposto Perlasca. Con la Ciferri ne aveva parlato? «No, ero chiuso [...] in camera mia, ero lì con me stesso». Alla domanda se lo avesse portato agli inquirenti come «farina del suo sacco integrale», ha detto: «Certo». Diddi, dal suo banco e con la sua sicumera, aggiunse: «Neanche gliel’abbiamo chiesto». Cinque giorni dopo, il 30 novembre, il Promotore depositò le chat. Pignatone chiese a Perlasca se adesso fosse in grado di dire chi avesse indicato quei temi. «I temi sono stati formulati dalla Dottoressa Ciferri», ha detto Perlasca, che li aveva ricevuti da un interlocutore presentato come «un anziano magistrato che si era reso disponibile per aiutarmi». Il 1° dicembre è sceso nei dettagli: le domande gliele mandò l’anziano magistrato «attraverso la dottoressa Ciferri, lei li mandò alla dottoressa Ciferri e la dottoressa Ciferri li mandò a me», dettandole per telefono. (...) Nei messaggi a Diddi la versione di Ciferri è netta: Chaouqui le propose «di far credere a Perlasca che avevo contatti con un magistrato consulente che collaborava alle indagini, mi faceva puntuali domande che credevo venissero da Lei e che giravo a Perlasca». E ancora: «I suggerimenti di quel memoriale [...] sono stati suggeriti dalla Sig.ra Chaouqui a me, come provenienti da Lei. Tanto è accaduto». Diddi ne trasse le conseguenze in aula la mattina del 1° dicembre. «Monsignor Perlasca ha ricevuto un’imbeccata per redigere quel memoriale», ha detto, e «le chat spiegano chiaramente che alla Ciferri le domande sono arrivate dalla Chaouquì». Aggiunse che a suo giudizio potevano esserci «degli estremi per procedere per falsa testimonianza nei confronti di Monsignor Perlasca», reticente «sulle persone che lo avessero in qualche modo instradato». Diddi, però, non ha mai indagato Perlasca per falsa testimonianza. E, soprattutto, non aveva alcun interesse a farlo. Eppure, dagli atti e dalle testimonianze emerse nel corso del processo Sloane Avenue, il ruolo di Perlasca nelle vicende della Segreteria di Stato appare tutt’altro che marginale. Anzi, sono proprio le sue condotte a sollevare alcuni degli interrogativi più gravi sulle responsabilità di quanto accaduto. Il Promotore di Giustizia, tuttavia, ha scelto di riservargli un trattamento ben diverso da quello adottato nei confronti degli altri imputati, finendo di fatto per risparmiargli il banco degli accusati. Una scelta che ricorda da vicino il trattamento riservato ai collaboratori di giustizia, con una differenza sostanziale: le responsabilità di Perlasca, anziché essere accertate fino in fondo, sono rimaste sullo sfondo. La Procura di Roma, dunque, attribuisce valore decisivo alla smentita resa nel 2025 da un testimone che, proprio sugli stessi fatti, aveva già fornito sotto giuramento versioni tra loro contraddittorie e che la stessa accusa vaticana aveva ritenuto esposto al rischio di un procedimento per falsa testimonianza. Di questa circostanza, nelle appena quattro pagine firmate dai pubblici ministeri romani, non si trova una sola parola. Nessun confronto con le precedenti dichiarazioni, nessuna valutazione delle contraddizioni, nessuna spiegazione delle ragioni per cui l’ultima versione di Perlasca dovrebbe essere considerata più attendibile delle altre. (...) Perché è proprio questo il punto che la Procura avrebbe dovuto chiarire: non soltanto chi abbia materialmente pronunciato quelle risposte, ma chi abbia orientato le domande, suggerito gli argomenti e contribuito a costruire il percorso attraverso il quale Perlasca è arrivato a renderle. Francesca Immacolata Chaouqui ha costruito tutta la propria notorietà su millantamenti, relazioni influenti mai esistite e rapporti di potere inesistenti. (...) Che una persona arrivi a spacciarsi per magistrato e continui a vantare rapporti privilegiati con Papa Francesco, quando il Pontefice non voleva neppure riceverla, è già di per sé indicativo dei metodi utilizzati. (...) Perlasca non sapeva del rapporto tra Ciferri e Chaouqui ed era convinto che dietro ci fosse un magistrato. Se non sapeva chi lo stava muovendo, ha accolto un invito di cui ignorava la provenienza reale. Questo inganno è precisamente il condizionamento denunciato dai querelanti, e la Procura lo registra senza trarne nulla. In aula, il 1° dicembre, Perlasca ha ricostruito quella sera. Il tavolo lo aveva prenotato «il magistrato»: lui aveva chiesto se dovesse farlo e gli era stato risposto «prenotiamo noi». Il suo compito era «far parlare il Cardinale Becciu e poi riferire [...] all’anziano magistrato». Gli avevano suggerito di presentarsi depresso ma combattivo. Al momento del conto non si alzò dal tavolo: «a me era stato detto che ci sarebbe stata questa attività di intercettazione», e temeva che il cardinale potesse notare qualcosa. Pagò quaranta euro, «ho ancora nel cassetto lo scontrino». La mattina dopo dettò al telefonino una relazione che comincia così: «istruito dai magistrati ieri sera sabato 5 settembre del ’20». Ci si legge che si era mosso «nei limiti del ruolo che mi era stato suggerito dai magistrati» e che attendeva «istruzioni su come comportarmi». (...) L’idea che la Gendarmeria potesse sorvegliare la cena, aveva detto, «era un po’ una mia idea». Già il 23 novembre 2020 il commissario De Santis gli aveva chiarito, secondo il verbale letto in aula da Viglione, che non era stato fatto nulla: «noi in Italia non andiamo a fare alcun tipo di attività». Perlasca aveva replicato: «No, guardi, me l’ha detto lui». In realtà, la Gendarmeria vaticana compì quell’attività e lo fece in modo del tutto illegale, proprio come, nel corso degli anni, ha condotto numerose altre operazioni illegali. Basti pensare alle perquisizioni nella sede italiana a Roma di Vox Mundi oppure ai dossier che venivano consegnati a Papa Francesco dopo le udienze generali del mercoledì. Il Pontefice, terminata l’udienza, pranzava e, dopo pranzo, consultava quei dossier che la Gendarmeria preparava per lui su commissione. (...) A redigerli erano Stefano De Santis e altri gendarmi. Non si tratta di novità, ma di fatti ben noti anche al di là del Tevere. Eppure, a Roma continuano a tacere, perché, evidentemente, il silenzio fa comodo. Ciferri, nel messaggio delle 14.35 del 26 novembre 2022, scrive che l’incontro «fu completamente organizzato e pilotato» da Chaouqui, «passo dopo passo». Quando Perlasca voleva tirarsi indietro, scrive, Chaouqui le fece notare che tutto era già organizzato e che «l’operazione non è gratis». In un altro messaggio aggiunge che la proposta di mandare Perlasca allo Scarpone le arrivò «a Suo nome e a nome del prof. Milano», e che lui andò «convinto che fossero i magistrati a mandarlo». (...) A pagina tre la Procura riporta il contenuto dei primi messaggi di Chaouqui, che Perlasca stesso aveva definito «minatori» nell’esposto del 2022: era «nelle sue mani», solo lei poteva «salvarlo dal carcere certo», faceva «intendere di poter esercitare influenze sugli inquirenti». A pagina quattro conclude che, sulla base di quanto riferito da Perlasca, «deve escludersi la possibilità di sostenere condotte di minacce o offerte di denaro» volte a condizionarlo. La cronologia rende questa conclusione ancora più difficile da seguire. Il 12 maggio 2020, due settimane dopo il primo interrogatorio di Perlasca, Chaouqui gli scrive: «Io ti perdono Perlasca, ma ricordati, mi devi un favore. E il signore il sabato paga tutti. E non bloccarmi perché altrimenti mi senti dalle pagine dei giornali». Tra la metà di luglio e i primi di agosto, secondo la datazione di Perlasca, comincia il canale dell’anziano magistrato. Il 7 agosto arriva il messaggio sul salmo 22: «Puoi ancora salvarti dall’andare in Diocesi e forse anche dal Processo. E puoi farlo grazie a chi hai cercato di distruggere». (...) Il 18 agosto Perlasca scrive al Promotore chiedendo di essere ascoltato. Il 31 agosto si presenta senza avvocato, benché la convocazione del 20 agosto lo invitasse a farsi accompagnare dal legale di fiducia, e consegna il memoriale. L’articolo 377 bis del codice penale, nel quale la stessa Procura propone di riqualificare il fatto, punisce chi induce a rendere dichiarazioni mendaci o a non renderle con violenza, minaccia, oppure con l’offerta o la promessa di denaro «o di altra utilità». La prospettiva di evitare il processo rientra con buona evidenza in quella formula, e il messaggio del 7 agosto la offre in termini espliciti. Nella richiesta non compare. Non compaiono nemmeno i due messaggi che Chaouqui mandò a Perlasca la sera del 26 novembre 2022, quattro giorni prima che riprendesse la sua deposizione. Nel primo gli propone di «chiarire la situazione prima dell’interrogatorio del 30». Nel secondo scrive: «Il mio interesse e penso quello comune è che il mio supporto non emerga processualmente perché sarebbe difficile da spiegare sopratutto nelle conseguenze che ha avuto». La norma che i pm richiamano parla anche di chi induce «a non rendere dichiarazioni». (...) Per escludere i messaggi dal perimetro italiano la Procura scrive che, «ove» fossero stati ricevuti in Città del Vaticano, non si potrebbe nemmeno ipotizzare un reato commesso in Italia. È un condizionale, e la richiesta non dice se il luogo di ricezione sia stato verificato. Soprattutto, guarda soltanto al punto d’arrivo. Le domande del memoriale passavano da Chaouqui a Ciferri, che vive a Greccio, in provincia di Rieti, e da Ciferri arrivavano per telefono a Perlasca. Ciferri telefonò a Diddi sull’utenza del suo studio romano. L’articolo 6 del codice penale considera commesso in Italia il reato quando l’azione vi è avvenuta «in tutto o in parte». Lo stesso documento, del resto, colloca la consegna dei 15.000 euro «a Roma, nel territorio dello Stato Vaticano», due luoghi che si escludono a vicenda, e poi qualifica quel passaggio di denaro come truffa secondo il codice italiano. Ma ormai è cosa nota, e Diddi in questi anni ci ha ampiamente abituati a simili situazioni: c’è chi sembra ignorare persino l’esistenza del codice di procedura penale, per non parlare dei confini territoriali e della sovranità di questo Stato. Un problema che, evidentemente, accomuna Via della Scrofa e Piazzale Clodio. Chi ancora si stupisce di fronte a tutto questo dimostra soltanto una disarmante ingenuità. (...) Sull’ipotesi di rivelazione di segreti la Procura scrive che non emergono pubblici ufficiali indotti da Chaouqui a passarle notizie riservate. Poche righe prima riporta però che, secondo Ciferri, Chaouqui era «in contatto diretto con gli investigatori e persino in grado di conoscere in tempo reale gli spostamenti di Perlasca». (...) Diddi aveva messo per iscritto il problema già il 4 febbraio 2021, in una relazione di servizio a mano. Ciferri gli aveva telefonato per dirgli che Chaouqui «si presenterebbe a mio nome per informarsi delle indagini svolte sul conto di mons. Perlasca e perfino di mie riunioni e miei movimenti». Il 1° dicembre 2022 ha spiegato in aula di aver aperto un fascicolo, il 50/22, perché «se qualcuno addirittura ha pensato di poter dare informazioni che riguardano atti coperti da segreto è chiaro che devo fare delle indagini». Quel fascicolo, però, è soltanto uno dei tanti di cui Alessandro Diddi annuncia l’esistenza e dei quali, puntualmente, non si sente più parlare. Sono i suoi ormai celebri fascicoli mediatici, quelli che gli consentono di conquistare qualche spazio nelle ultime pagine dei giornali e, all’occorrenza, di arrampicarsi sugli specchi. Fascicoli vuoti, sia chiaro, che vengono aperti, lasciati nei cassetti e abbandonati al loro destino. Si annunciano indagini, si lascia intendere che siano in corso accertamenti e poi cala il silenzio. I pubblici ministeri romani, dal canto loro, non hanno neppure pensato di chiedere alle autorità vaticane una copia di quel fascicolo. Figuriamoci. Alla fine, i magistrati della Procura di Roma concludono che non è emerso nulla. Certo: se non si indaga, è piuttosto difficile che emerga qualcosa. (...) l’esposto del 1° marzo 2022 che la Procura usa per mostrare la distanza tra Perlasca e Chaouqui fu scritto quando Perlasca conosceva già il ruolo di lei. In quell’esposto, del resto, Perlasca non afferma di averla ignorata: scrive che ai messaggi ricevuti quel giorno «rispondevo, per pura cortesia». Il 25 novembre 2022, in aula, sosteneva invece che Chaouqui avesse «cercato di agganciarmi» e che lui non avesse «assolutamente» abboccato, parlando di un unico messaggio. Il 1° dicembre i messaggi sono diventati «una decina, una quindicina». C’è anche un dettaglio che la richiesta non considera. Il 25 novembre Viglione ha ricordato in aula che Chaouqui, quando si presentò spontaneamente agli inquirenti vaticani nell’ottobre 2019, era assistita dall’avvocato Sammarco, lo stesso che avrebbe poi difeso Perlasca. Ciferri, nei messaggi a Diddi, scrive che Chaouqui le disse che la scelta di quel legale gliel’aveva suggerita il Promotore di Giustizia, proprio Alessandro Diddi. (...) Resta il denaro. Ciferri ha raccontato ai pm di aver fatto avere a Chaouqui, tramite un amico, 15.000 euro in cambio di notizie sulle indagini che potessero giovare a Perlasca, una somma che sarebbe stata data «a titolo di prestito» e mai restituita. La Procura qualifica il fatto come truffa, procedibile a querela della persona offesa, e osserva che la querela manca. (...) Sulla procedibilità, poi, il codice prevede che la truffa si persegua d’ufficio quando ricorre una delle aggravanti del secondo comma dell’articolo 640, tra cui l’aver approfittato di circostanze di minorata difesa. Ciferri, nel 2022, si descriveva come «una donna anziana di 73 anni». La richiesta non spiega perché quelle aggravanti siano state escluse. Rimane, infine, una domanda molto semplice: chi ha inventato la figura dell’anziano magistrato? Ciferri sostiene di averlo fatto su proposta di Chaouqui. Quest’ultima, invece, in un messaggio inviato a Perlasca il 26 novembre 2022, attribuisce proprio a Ciferri l’invenzione di quella figura, spiegando che «per non dirle la verità le ha detto che io ero un magistrato in pensione». Due versioni opposte, fornite da due donne che hanno fatto del millantare rapporti e qualifiche inesistenti una pratica ricorrente. (...) Ma c’è un particolare ancora più significativo: il magistrato immaginario, la figura attorno alla quale ruota l’intera vicenda, scompare dalla motivazione della richiesta di archiviazione. Non viene mai nominato. Una figura inventata per accreditare un’autorità inesistente, che avrebbe dovuto costituire uno degli elementi centrali degli accertamenti, finisce così per non trovare neppure spazio nelle valutazioni dei pubblici ministeri romani. (...) La richiesta di archiviazione, però, non chiude il procedimento. La decisione spetta al giudice per le indagini preliminari e Becciu, Crasso, Tirabassi e Mincione, in qualità di persone offese, possono presentare opposizione, indicando gli accertamenti che la Procura ha omesso di compiere: l’acquisizione di ulteriori atti come il fascicolo vaticano 50/22; l’identificazione di chi materialmente consegnò il denaro o l'accertamento del luogo in cui Perlasca riceveva i messaggi. (...) C’è poi un messaggio che, più di altri, restituisce la gravità di questa vicenda. Alla vigilia della ripresa della deposizione di Perlasca, Chaouqui gli chiese espressamente che il suo «supporto» non emergesse durante il processo. Il messaggio si concludeva con queste parole: «sarebbe difficile da spiegare sopratutto nelle conseguenze che ha avuto». Una frase che avrebbe meritato ben più di qualche domanda. Chi aveva fornito quel supporto? In che cosa consisteva? Quali conseguenze aveva prodotto? E perché era così importante che non se ne parlasse davanti ai giudici? (...) Intanto Francesca Immacolata Chaouqui, nonostante tutto ciò che ha già fatto ai danni di Papa Francesco e di numerose altre persone, continua a muoversi indisturbata, a vantare relazioni inesistenti, a occupare spazi e a presentarsi come una figura influente. E ogni volta che una vicenda giudiziaria la riguarda, sembra esserci qualcuno disposto a voltarsi dall’altra parte. Del resto, l’Italia continua a dimostrarsi il Paese ideale per personaggi di questo calibro. Un Paese nel quale si possono accumulare millantamenti, contraddizioni e vicende giudiziarie senza che tutto questo impedisca di continuare a girovagare per giornali e studi televisivi. Gli esempi sarebbero veramente tanti. A questo punto, più che sorprendersi per l’ennesima richiesta di archiviazione, bisognerebbe chiedersi quante altre cose debbano ancora accadere prima che qualcuno decida finalmente di fare il proprio lavoro fino in fondo.» Articolo molto chiaro e importante, ben informato: da leggere. -
La Procura di Roma chiede l’archiviazione dell’indagine su Francesca Immacolata Chaouqui. E per sostenere questa richiesta si affida quasi esclusivamente alle dichiarazioni di monsignor Alberto Perlasca. Abbiamo esaminato la richiesta dei pubblici ministeri e l’abbiamo confrontata con gli atti e le testimonianze del processo vaticano sul Palazzo di Londra, che abbiamo seguito direttamente. Ci sono contraddizioni, circostanze che non vengono approfondite e domande alle quali la Procura di Roma non ha dato risposta. Perché alcune verifiche non sono state compiute? E perché le dichiarazioni di Perlasca vengono considerate sufficienti, nonostante quanto emerso durante il processo in Vaticano? Su Silere non possum ricostruiamo la vicenda, documenti alla mano (Facebook di "Silere non possum", 23 ottobre 2026). Possibile che la Storia – vaticana come italiana – sia in mano di imbroglioni, truffatori e millantatori? Uno schifo! -
Fari Pad (Facebook, 23 ottobre 2026): «L’INCHIESTA CHE NON SI VUOLE FARE: SULLA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE PER FRANCESCA CHAOUQUI. Quattro pagine. Bastano quattro pagine ai PM della Procura di Roma per liquidare e chiedere l'archiviazione su vicende gravissime che coinvolgono Francesca Chaouqui, monsignor Alberto Perlasca e il processo vaticano sul palazzo di Sloane Avenue. Un modo di procedere a dir poco arraffazzonato, che preferisce chiudere gli occhi anziché scavare a fondo. L’intera impalcatura dell’archiviazione si regge su una sola persona: monsignor Perlasca. Peccato che Perlasca sia l'emblema della "testimonianza double-face": Prima versione: Giura in aula di aver scritto il suo memoriale di accuse contro il Cardinale Becciu in totale solitudine, "farina del suo sacco integrale". Seconda versione: Messo alle strette dalle chat, ritratta e ammette che le domande e i temi integrativi gli venivano dettati, tramite Genoveffa Ciferri, da un sedicente "anziano magistrato" (rivelatosi poi la Chaouqui). In pratica, ammette che il suo memoriale di accusa era stato ampiamente manipolato. Qual è la vera testimonianza di Perlasca? Quella resa sotto giuramento poi smentita, o l'ultima comoda ritrattazione presa per buona dai PM romani senza alcun tipo di riscontro o confronto con le sue precedenti deposizioni? Tra pressioni, chat con omissis, un finto magistrato, messaggi minatori e perfino la messinscena della cena al ristorante Lo Scarpone, le contraddizioni esplodono da ogni carta. Ma per la Procura di Roma va tutto bene così. La conclusione dell'articolo di "Silere non possum" riassume perfettamente questo corto circuito giudiziario: « Alla fine, i magistrati della Procura di Roma concludono che non è emerso nulla. Certo: se non si indaga, è piuttosto difficile che emerga qualcosa.» Un'ennesima pagina buia di una giustizia superficiale che accerta i fatti solo a metà.» -

Papa Leone XIV, che se ne intende, ha appena esortato a perseguire «la vera giustizia, mai separata nella Chiesa dalla verità e dalla misericordia». È un obiettivo ancora molto lontano in Vaticano, almeno per quanto riguarda l'obiettivo della verità. Della misericordia non parliamone neppure! -
Trascrizione. Audizione Procuratore De Luca Commissione Antomafia 20.10.2026, in «Progetto San Francesco», 25 ottobre 2026. Ancora sull'opaca (mala)giustizia del Vaticano, sul giudice Giuseppe Pignatone, ricattabile, sui colleghi di Paolo Borsellino che gli hanno remato contro e sui loro legami con la mafia. «Saranno passati trenta, quaranta, cinquanta anni, quindi non ci sono conseguenze penali, ma ringrazio Santi Bologna per aver ricordato dettagliatamente gli acquisti immobiliari della famiglia Pignatone da una società immobiliare ricollegata a un capo mandamento di Palermo, quindi anche alla signora Piera Maria Bellia, moglie, Isabella Di Stefano, madre di Giuseppe Pignatone, il fratello Gianfranco Pignatone, l’altro fratello Roberto Pignatone, il cognato. Se fosse successo a un politico e se si fosse scoperto, anche dopo decenni, chissà cosa sarebbe successo. Vedo che, invece, di questo tema non si parla. Noi non vogliamo seppellire di carte, vogliamo fare un ex libris, il contrario, perché se uno seppellisce di carte o di parole non si capisce nulla. Dunque, la violazione di Scarpinato del codice di procedura penale, gli atteggiamenti immobiliari e il pagamento in nero confessato – lei lo ha ricordato – da parte di Pignatone, Natoli che va telefonando, eccetera, e potrei citare altri fatti, a me preoccupano. Della politica si può dire tutto il male possibile, la politica ha tutti i difetti del mondo, i criminali sono criminali, ma anche la magistratura da questa narrazione coraggiosa che viene fatta dalla procura di Caltanissetta non ne esce molto bene. La Commissione antimafia ha i poteri dell’autorità investigativa, però molti di questi fatti risalgono a trenta, quaranta anni fa, non ci sono sentenze da emettere, ma un giudizio – immagino – storico-politico lo faremo quando ci sarà la relazione, quando faremo il dibattito. Io già ho tratto delle valutazioni e collego fatti diversi: Natoli con le sue telefonate, l’articolo 11 del codice di procedura violato, la riunione che viene descritta in modo inappropriato. Non è vero che quel giorno quella cosa è stata detta, come è dimostrato da tutte queste memorie venti, trenta anni dopo, mentre gli atti del CSM più citati fanno giustizia. Ripeto, immaginate, cosa avrebbe detto Borsellino? «L’avete archiviata parzialmente? Va bene, andiamo a casa. Buon appetito a tutti». Chi può credere a queste cose? Noi abbiamo uno spaccato di magistratura che ha fatto indagini pretestuose che non aveva il potere di fare, che ha utilizzato personaggi, come avete detto adesso, di cui uno era anche malato, poveraccio, quindi chissà come ha assecondato. Io sono preoccupato per lo spaccato che esce della magistratura. I martiri e gli eroi – vivi, per fortuna – da un lato e tutti questi fatti conseguenti. La mia domanda è una riflessione proprio su queste due mezze mele che emergono nell’ambito della magistratura. Lo dico traendo le notizie da quello che anche il GIP ha scritto, lo ha detto un giudice, quindi va ascoltato. Non a caso ha fatto una ricostruzione storica di settecento pagine, secondo me, e ci ha messo tutti gli acquisti immobiliari di Pignatone, tutte le vicende e tutti i fatti, in modo che ci sia un documento storico. Se poi non determina conseguenze penali perché è passato tanto tempo, amen, ma la storia è storia e non si cancella.» (Gasparri) A proposito del tentativo di far scomparire brogliacci e bobine di indagini sulla mafia: «È indubbio che il decreto del GIP Bologna alleggerisce la posizione di Natoli per quanto riguarda la vicenda della smagnetizzazione e dei brogliacci, nei termini che ora dirò, perché lo dice specificamente, e aggrava la posizione del presidente Pignatone, perché ritiene ragionevole la tesi che emerge dalle intercettazioni telefoniche a carico di Natoli, che però a noi non è venuto a riferire, ne parlava con i suoi familiari. Secondo lui, il dottor Pignatone e Galati gli avevamo fatto il «trappolone» e lui, ora non ricordo come ha detto, se «come un cretino» o altro, con superficialità, ci era cascato in pieno. (...) Per quanto riguarda i provvedimenti di smagnetizzazione, ripeto, il ridimensionamento riguarda Natoli, ma il GIP conferma la massima gravità, sottolineando – come già noi abbiamo attenzionato – che dagli atti emerge palesemente che il primo provvedimento in cui si dispone la smagnetizzazione, dove c’è l’inciso aggiunto a mano e la distruzione dei brogliacci, di cui si ha data certa è quello del dottor Natoli. Il primo depositato in segreteria è quello a firma del dottor Natoli e l’aggiunta a mano si afferma vi sia stata da parte del dottor Pignatone. Questo fa ritenere al dottor Bologna che la posizione del dottor Pignatone si aggravi ulteriormente in relazione a questa vicenda. (...) Per quanto riguarda i sessanta, no: in realtà si tratta, come accertati, di venti provvedimenti, di cui nel periodo che ci interessa – dal 1990 alla fine del 1992, cioè quando è stato firmato dal dottor Natoli – ci sono solo undici provvedimenti accertati (poi, per carità, nei meandri degli archivi magari ne salterà fuori un altro) solo a firma del dottor Pignatone. È un meccanismo che noi dobbiamo criticare perché è contro la legge, ma soprattutto perché consente di togliere di mezzo intercettazioni che possono essere scomode, per un verso o per un altro. Attenzione, può essere anche – parlo da pubblico ministero – un espediente come valvola di sicurezza: uno può dire: «Sì, va bene, queste intercettazioni per ora non fanno danno, però, non si sa mai, tra due o tre anni possono fare anche danno, perché quello che oggi appare irrilevante tra due anni può avere un’estrema rilevanza; mi metto al sicuro e distruggo tutto». È un meccanismo estremamente pericoloso per la bontà delle indagini e per l’accertamento della verità» (De Luca). «Pietro Giammanco e Giuseppe Pignatone erano, per ragioni diverse, portatori di interessi propri e di soggetti a loro vicini in grado di riverberarsi sulle modalità di gestione delle indagini da loro coordinate.» (...) «certe condotte, certe immagini che si danno di sé – il magistrato non solo deve essere indipendente, deve apparire, e qua non solo non appariva, ma vi erano dei fatti che erano sostanzialmente inaccettabili – questa immagine che andava all’esterno chiaramente isolava e sovraesponeva sia Falcone sia Borsellino. Potrebbe anche non essere vero, ma in questo caso noi riteniamo, e il Gip pure, che ci fossero elementi per dire che il vertice della procura e le persone più vicine a lui non facevano il loro dovere come avrebbero dovuto fare. Se noi mostriamo quest’immagine a cosa nostra, è evidente che si radica ancora di più l’idea – scusate la frase – «ma allora u curnutu è iddu». C’è una frase: «ma dobbiamo aiutare quel povero Cristo di Giammanco». È evidente – scusate la frase in siciliano – che se io sono il muro «vascio», cioè il muro traballante, e l’unico che fa il suo dovere è Pasquale Pacifico, la mafia a chi viene a sparare, a me o a Pasquale Pacifico?» (De Luca) -
Se dopo SEI ANNI DI ASSURDA GOGNA MEDIATICA... Se dopo CINQUE ANNI DI PROCESSO INVALIDO («nullità relativa») perché non rispettava i requisiti minimi di rispetto dei diritti alla difesa... Se dopo SETTE MESI di interminabile attesa e di ESTENUANTI quanto INSPIEGABILI RINVII nel processo d'Appello, l'udienza in tribunale dura 11 minuti – udienza finalizzata a comunicare che si rinvia nuovamente per altri tre mesi, per parlare, poi, di questioni preliminari –, significa a mio parere una cosa sola: ENORME IMBARAZZO DA PARTE DELLE AUTORITÀ VATICANE (cosa hanno da occultare ancora?) E VOLONTÀ DI FAR PASSARE IL TEMPO A DANNO DEGLI IMPUTATI, PRESUNTI INNOCENTI (ricordo che «il processo è già una pena»). Ricordo inoltre – tanto per dare un'idea di ciò che avviene nelle Giustizie di due Paesi limitrofi – che per il processo di Garlasco si sta presentando istanza di revisione per l'omissione di un'analisi di laboratorio – una –, mentre nel "processo del secolo" in Vaticano il materiale probatorio è tutto pieno di "omissis" (omissioni), di tagli, di occultamenti, di selezioni arbitrarie. Nonostante i ripetuti ordini da parte del Presidente del Tribunale di consegnare il materiale probatorio integralmente impartiti fin dal luglio del 2021. E sempre disattesi. E siamo ancora qui. Una vergogna epocale di malagiustizia! (AP). -
Processo Becciu, riparte l'appello dopo la nullità del primo grado per gli omissis mancanti, in «La Regione», 28 ottobre 2026. Il Vaticano al bivio: riconosce la macchia scandalosa nella propria storia (la crocifissione di un innocente in nome del Papa) o aumenta ulteriormente l'estensione della macchia (ogni penultimatum è una perdita di credibilità). Una cosa è certa: la storia sarà impietosa. -
Alessandro Da Rold, Caso Becciu, domani l'udienza d'appello. Il legale: "L'intera condanna può cadere per un vizio negli atti", in «Quotidiano Nazionale», 28 ottobre 2026. «“Naturalmente noi contestiamo la condanna anche nel merito ed abbiamo censurato radicalmente la sentenza. Una sentenza che comunque, va ricordato, oltre a ridimensionare drasticamente le accuse, aveva già escluso che il Cardinale si fosse appropriato di un solo centesimo o avesse tratto vantaggi personali”. E dagli atti mancanti? “Ciò che non si conosce non si può valutare. Il Promotore ha sostenuto di poterne limitare la conoscenza alle difese per ragioni di pertinenza con le accuse o di tutela dell’interesse pubblico”. Chi sceglie gli atti? “Ma è proprio questa pretesa di selezionare unilateralmente ciò che la difesa può conoscere che la Corte ha censurato con l’ordinanza di marzo. Lo ha fatto applicando le norme di diritto processuale e diritto canonico, fornendone approfondita motivazione. Nessuna norma attribuisce poteri ‘selettivi’ all’Accusa sugli atti di indagine”. Nelle chat Francesca Chaouqui scrive a Genoveffa Ciferri: “Se viene fuori che eravamo tutti d’accordo è la fine”. Che cosa significa?“La lettura di quelle conversazioni che, ricordiamo, sono venute fuori con molto ritardo, attraverso l'evoluzione delle testimonianze nel processo, raccontano una genesi delle accuse che ha confermato quanto il Cardinale disse dal primo momento quando si dichiarò vittima di una ‘macchinazione’. Oggi quella espressione si sposa perfettamente con la dolorosa lettura delle chat. La gran parte di esse furono omissate e non utilizzate nel giudizio di primo grado”. E il ruolo di monsignor Perlasca? “In ogni caso ritengo che se Mons. Perlasca è stato ritenuto non in grado di comprendere le conseguenze negative degli investimenti o altre eventuali criticità e la sua posizione archiviata, a maggior ragione questo sarebbe dovuto accadere per il Cardinale Becciu che mai si discostò da quanto proposto dall’Ufficio diretto proprio da Perlasca”. Su cosa fondate l’innocenza? “La realtà dettagliatamente documentata delle sue condotte e la totale assenza di prove d’accusa. Il Cardinale Becciu è pienamente innocente: non ha sottratto neanche un centesimo e non ha voluto favorire alcuna operazione illecita”. Quindi che ruolo aveva? “Sovrintendeva, da Sostituto della Segreteria di Stato Vaticana, oltre quindici uffici, non solo quello che si occupava degli investimenti. Si affidò alle valutazioni degli uffici amministrativi competenti ritenendo sempre di portare a compimento operazioni proficue oltre che assolutamente lecite”. Perché siete così convinti? “Come ho già detto, persino il Tribunale, pur condannandolo, ha riconosciuto che non agì per lucro e non ottenne vantaggi personali. Questo ci rende sereni e consapevoli. Al di là della nullità del processo di primo grado, resta la sua piena innocenza che è fondata su evidenze oggettive”.» Un fallimento totale – nel metodo e nel merito – della (mala)giustizia vaticana, che ha messo in croce un uomo innocente? -
Riprende il processo Becciu, sotto esame gli omissis e i diritti della difesa, in «Ticinoonline», 28 ottobre 2026. Fari Pad (Facebook): «Dalla violazione delle garanzie all'insussistenza dell'accusa: quando il processo giuridicamente cessa di esistere. ( Il 29 Ottobre 2026 - udienza del cosidetto processo del secolo Becciu: verrà proclamata l'insussistenza del giusto processo?) Non si tratta di una mera riflessione, ma di una rigorosa presa d'atto sul piano del diritto: non può sussistere alcuna condanna se viene meno l'atto d'accusa nella sua interezza. Nel caso in esame, il quadro è giuridicamente netto: L'inottemperanza insanabile: L'ordinanza che imponeva la consegna integrale degli atti sui quali si fondava l'accusa è rimasta inattesa, sia in primo grado che nei passaggi successivi. Il venir meno del giudizio: La mancata messa a disposizione degli atti costitutivi dell'accusa non è una semplice irregolarità, ma un vizio radicale che colpisce la stessa ragion d'essere del procedimento. Senza l'integrità degli atti d'accusa, viene a mancare il presupposto stesso del giudizio. Cade la base legale della condanna di primo grado, determinando la fine giuridica del processo per insussistenza formale dell'accusa e, di conseguenza, l'inesistenza stessa del reato contestato. Il diritto penale e le garanzie fondamentali non ammutoliscono di fronte a vuoti procedimentali di questa portata: quando l'accusa non si è messa nelle condizioni di esistere formalmente e legittimamente, il processo si estingue insieme ad essa.» -
Rinvio del processo a gennaio, Becciu: "Siamo nervosi", in «Rainews», 29 ottobre 2026. Era l‘ennesimo penultimatum. L’ennesimo assurdo rinvio. Una nuova presa in giro? Il Vaticano perde sempre più la faccia! -
Chiara Lonardo, Processo d'appello in Vaticano, fissato a gennaio il calendario per le questioni preliminari. Le difese: "Senza il deposito integrale degli atti è a rischio la prosecuzione dell'azione penale", in «Faro di Roma», 29 ottobre 2026. «“Se gli atti non sono stati depositati non c’è il diritto di difesa pieno e il rispetto del codice”, ha sottolineato l’avvocato Viglione, rimarcando come il diritto di difesa possa esplicarsi “solo ed esclusivamente attraverso una completa messa a disposizione del procedimento”. (...) Proprio in virtù di questa persistente lacuna, le difese tornano a chiedere l’applicazione dell’articolo 421 del codice di procedura penale vaticano, la norma che “prevede l’emissione di una sentenza di assoluzione o di chiusura quando l’azione penale non può validamente proseguire” a causa di insanabili nullità procedurali. (...) A conclusione dell’udienza, il cardinale Angelo Becciu ha risposto brevemente ai giornalisti ammettendo un clima di tensione: “Siamo nervosi”. L’avvocato Viglione ha poi ricordato la costante dichiarazione d’innocenza del porporato sin dal primo momento, sottolineando come sia naturale una certa impazienza per gli imputati di fronte a rinvii legati a questioni procedurali, e rinnovando al contempo la totale fiducia nell’operato della Corte d’Appello. (...) “La giornata di oggi – ha poi precisato in una nota - ha assunto per me e non solo per me un profondo significato perché, indipendentemente da tutto, ha ribadito i principi del giusto processo. In Aula ho parlato di nervosismo e credo di averne motivo: è da più di 6 anni che la mia vita e quella dei miei familiari è stata stravolta ed è da 6 anni che attendo di vedere riconosciuta in maniera definitiva, più ancora di quanto abbia già fatto il processo di primo grado, la correttezza del mio operato. È per questa ragione che sento di voler ringraziare i magistrati della Corte d’Appello, per aver ribadito un principio fondamentale: non c’è vera giustizia se non c’è una giustizia giusta, rispettosa dei diritti delle parti e, in questo caso, di quelli della difesa. Attenderò con fiducia la fine di gennaio dell’anno prossimo, ma il richiamo dei giudici al rispetto dell’ordinanza della Corte d’Appello genera in me e in tutti noi un grande conforto”.» -
Iacopo Scaramuzzi, Processo Becciu, nuovo rinvio a gennaio: "Siamo nervosi". Ma il pm deve ancora depositare gli atti, in «La Repubblica», 29 ottobre 2026. Assurdo! Il Vaticano ha paura della verità. Anche in inglese. -
D.C.T., In Curia chi rischia il licenziamento potrà avere un avvocato, in «Silere non possum», 30 ottobre 2026. Anche quando a licenziare – senza motivo fondato – è il Papa?
















































