Sulla causa di beatificazione di Aldo Moro (e sulle altre accuse di Report)
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Nell'ottobre del 2025, quattro anni e mezzo dopo aver diffuso le sue menzogne attraverso "Report", Nicola Giampaolo è stato condannato a tre anni e mezzo di reclusione per calunnia e a risarcire il card. Becciu con 15'000 euro; condanna confermata in appello nel giugno 2026. Le menzogne e le calunnie – come la malainformazione in genere – fanno un sacco di rumore; ma alla lunga finiscono per implodere, svelando la propria barbarie. Intanto, nell'estate del 2026, (ri)emergono i legami sospetti di Ranucci con personaggi loschi come Valter Lavitola e almeno un incontro dei due con un prelato che al Conclave faceva il tifo per Pietro Parolin...
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Cataldo Intrieri, Report, la farsa e il botto. Ranucci non è complice né vittima di un attentato, ma si è bevuto le fesserie di Lavitola, in «Linkiesta», 14 agosto 2026. «Era una farsa, punto e basta». «Ciò che colpisce del legame tra i protagonisti di questa farsaccia di infimo ordine è la condizione di assoggettamento psicologico, ai limiti del plagio, di Ranucci. Egli non solo si beve le fesserie sul suo futuro politico come leader della pur scalcagnata sinistra attuale, ma, quando apprende dell’avviso di garanzia al mefistofelico amico, si indigna coi magistrati della pur benevola Procura di Roma, definendoli dei matti e adoperandosi subito per trovare giustificazione adeguata al grave indizio della presenza di Lavitola e del suo complice Gomes Clesio Tavares vicino alla sua casa un mese prima del finto attentato. Come il povero professor Unrat de “L’angelo azzurro”, perso tra le gambe della sua Lola, Ranucci si smarrisce tra le ciance di Lavitola e nega a sé stesso la verità. Egli non può ammettere di essere come Unrat, il bigotto moralista alla fine irresistibilmente attratto dal peccato in cui si perde. Ci sono da trarre da questa sordida storia alcuni insegnamenti. Il primo è che non bisogna farne pretesto per estendere la presa dell’apparato informativo meloniano su ciò che resta del giornalismo d’opposizione al regime. Il secondo concerne la qualità degli eroi che questo sventurato paese elegge a simboli. Ranucci si è raccontato in modo eloquentemente ridicolo nei suoi libri. Ciò nonostante, egli è stato eletto a simbolo non solo dalla sinistra, ma, cosa ancora più grave, dalla stessa magistratura, che lo ha accolto come un eroe in un’assemblea del suo più alto organo politico, l’Associazione nazionale magistrati. Nel provvedimento del gip di Roma leggiamo con vivo sconcerto che egli aveva facoltà di telefonare «per le vie brevi» al procuratore capo di Roma per sollecitarlo a sentire un suo teste – lui direttamente e non l’avvocato – e veniva prontamente esaudito tramite l’improduttiva audizione di un mestatore. Questo a voler dire il fiuto e la qualità delle fonti del Ranucci. Bertolt Brecht lamentava come fosse sventurato un paese bisognoso di eroi. Figurarsi una magistratura bisognosa di eroi da operetta.» -
Il metodo Ranucci, spiegato, in «Il Foglio», 14 agosto 2026. «Se il fascicolo aperto dopo una puntata diventa una certificazione del lavoro giornalistico, il fascicolo chiuso non può diventare una nota a piè di pagina. (...) Una procura che apre un fascicolo dopo una trasmissione produce un titolo; una procura che lo archivia anni dopo produce una breve. La prima notizia certifica, nel racconto mediatico, il valore dell’inchiesta; la seconda raramente produce una revisione del racconto precedente. Ed è in questa sproporzione che si crea la vera gogna: non necessariamente nella falsità di ciò che viene raccontato, ma nell’impossibilità pratica per l’accusato di ottenere, quando ha ragione, la stessa potenza narrativa con cui era stato messo sotto accusa. La soluzione non è imbavagliare “Report”, commissariarlo, normalizzarlo o trasformare ogni errore in un pretesto politico. Sarebbe peggio del problema. E’ pretendere da una trasmissione così potente una regola semplice: la stessa curiosità verso le prove a discarico che verso quelle d’accusa; spazio adeguato agli epiloghi quando rovesciano il quadro; più attenzione nel separare il fatto dall’ipotesi e l’ipotesi dalla suggestione; meno compiacimento nel presentare l’apertura di un’inchiesta giudiziaria come una medaglia al valore giornalistico. E magari una regola televisiva molto semplice: quando un servizio ha dato grande risalto a un’accusa contro una persona e quell’accusa viene successivamente archiviata o si conclude con un’assoluzione, tornare sulla vicenda con la stessa chiarezza con cui la si era aperta. Riconoscere che una procura può sbagliare, una fonte può sbagliare e può sbagliare anche “Report”. Il punto, alla fine, non riguarda Ranucci. Riguarda un’idea di giornalismo. Quello migliore non è il giornalismo che non accusa mai e non sbaglia mai perché non rischia mai. E’ quello che rischia, accusa quando ha elementi per farlo, ma conserva abbastanza dubbio da riconoscere che una procura può sbagliare, una fonte può sbagliare, un testimone può sbagliare e naturalmente può sbagliare anche “Report”. La credibilità non si perde ammettendo un errore. Si perde quando si pretende che la propria versione sia sottratta alla stessa verifica che si esige dagli altri. Ricordare assoluzioni, archiviazioni e rettifiche non significa fare la guerra a “Report”. Significa applicare a “Report” il principio che “Report” applica da trent’anni a tutti gli altri: nessun potere dovrebbe essere considerato intoccabile. Neppure il potere di chi racconta gli intoccabili.» -
La prima spiegazione dell'"attentato" a Ranucci... offerta da Ranucci. L'arte del depistaggio e della manipolazione. I fantasmi di una visione irreale – quella di Ranucci e co. – diventano prove: così il possibile diventa probabile e il probabile certezza. È il metodo Report, bellezza. -
Pietro Senaldi, L'ultima carta di Ranucci: ora minaccia la Rai, in «Libero», 14 agosto 2026. -
Vittorio Feltri, La vicenda Ranucci e la cultura del vittimismo, in «Il Giornale», 14 agosto 2026. -
Aldo Torchiaro, Il caso Lavitola-Ranucci scuote Report e la Rai: il Comitato per il Codice etico volta le spalle al giornalista, in «Il Riformista», 15 agosto 2026. «Il punto non è trovare un altro personaggio forte, ma restituire centralità al programma e alla redazione. "Report non ha bisogno di un nuovo Ranucci, ma di un giornalista d’inchiesta serio: esperienza, verifica delle fonti, rigore deontologico, capacità di lavorare con una redazione e rispetto dei colleghi". E proprio qui torna il tema delle regole: "La libertà di informare non può diventare una zona franca dalla responsabilità professionale. Anche la verifica delle fonti resta imprescindibile, soprattutto davanti ad accuse gravi".» Requisiti che sono mancati (o che sono stati volutamente ignorati) quando Report ha diffuso ignobili calunnie contro un innocente. -
Carmelo Caruso, Il telefono di Ranucci: le chat come presunta arma segreta, in «Il Foglio», 15 agosto 2026. Siamo alle minacce e ai ricatti. -
Paolo Guzzanti, Il botto dei soliti ignoti, la storia è già farsa, in «Il Giornale», 15 agosto 2026. -
Aldo Torchiaro, Ranucci e il Servizio Pubblico: l'animalia che Unirai denuncia da tempo, in «Il Riformista», 15 agosto 2026. «Il nuovo conduttore deve essere scelto sulla base della professionalità: esperienza, capacità di fare inchieste, rigore nella verifica delle fonti, conoscenza delle regole deontologiche, capacità di lavorare con una redazione e rispetto dei colleghi.» -
Cosa significa «Non smentisco falsità»? Secondo il Tg1, a proposito delle affermazioni di Lavitola che "non esclude" che Ranucci avesse sospettato che il mandante dell'attentato fosse stato lui, il giornalista avrebbe risposto: «Non smentisco falsità». Cioè? a) Le falsità non le smentisco. b) Smentisco solo verità. c) Confermo falsità. d) Confermo verità. e) ... Io sento un grande stridere di unghie sugli specchi. -
Report, Il Tempo pubblica costi e compensi: ira Ranucci. La redazione: "Quereliamo, sono cifre false", in «Adnkronos», 17 agosto 2026. Ohibò, non mi dire che adesso, tutt'a un tratto, a Ranucci interessa che le notizie diffuse siano pure vere! Come mai ha diffuso ignobili calunnie contro un innocente senza un briciolo di controllo e di deontologia professionale? -
Giuliano Cazzola, La trappola e la gogna Report mi infangò, in «Il Riformista», 17 agosto 2026. -

Salvatore Merlo, Ranucci, il lavitolato, in «Il Foglio», 18 agosto 2026. «Millantava colloqui con il segretario di Stato Vaticano.» Eeeehhhh? Si sta parlando di Valter Lavitola, colui che sedeva a tavola con Ranucci (il diffusore di calunnie contro Becciu) e un monsignore tifoso di Pietro Parolin. Ricordate la foto? Lo stesso Parolin che si precipitò a manifestare solidarietà a Ranucci dopo lo pseudo attentato. Ma quanto puzza di marcio questa vicenda! -
Hoara Borselli, Minoli: "Se fossi una toga interrogherei Mieli. Sigfrido? Verosimile che sapesse tutto", in «Il Giornale», 18 agosto 2026. Ranucci sapeva? Quanto ci raggirano, con menzogne e calunnie? -
Pensieri sparsi e cortocircuiti. Visto che Sigfrido Ranucci cenava e parlava del "caso Becciu" con Valter Lavitola e con mons. Gianni Fusco (il tifoso del card. Parolin)...; visto che Diddi incarna l'accusa nel "processo più pazzo del millennio" in Vaticano...; viste soprattutto le calunnie diffuse da Report sull'innocente Becciu..., beh, suscita perplessità che: A) i due avvocati di Valter Lavitola sono Sergio e Arturo Cola; B) uno dei due, Arturo Cola, nel processo per la tentata estorsione a Silvio Belusconi, ha difeso Valter Lavitola in Cassazione insieme ad Alessandro Diddi; C) c'è un possibile conflitto tra il ruolo di Alessandro Diddi come Promotore di Giustizia del Vaticano e il suo ruolo come difensore di Lavitola; D) nel frattempo Lavitola «millantava colloqui con il segretario di Stato Vaticano» e il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, dopo lo pseudo attentato organizzato da Lavitola, esprime la sua vicinanza a Sigfrido Ranucci. -
Piero Sansonetti ("4 di sera", Rete4, 20 agosto 2026): «Report non era un grande giornalismo di inchiesta. Report era un luogo fondamentalmente di linciaggio». Ci racconta poi delle buste gialle che arrivavano sulle scrivanie di certi giornalisti, che tutti sapevano provenire da servizi segreti o da certi magistrati, i quali chiedevano la pubblicazione. Prosegue Sansonetti: «È un giornalismo in cui dominano pezzi minoritari di magistratura corrotta e servizi segreti».


















































