Sulla causa di beatificazione di Aldo Moro (e sulle altre accuse di Report)
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Nell'ottobre del 2025, quattro anni e mezzo dopo aver diffuso le sue menzogne attraverso "Report", Nicola Giampaolo è stato condannato a tre anni e mezzo di reclusione per calunnia e a risarcire il card. Becciu con 15'000 euro; condanna confermata in appello nel giugno 2026. Le menzogne e le calunnie – come la malainformazione in genere – fanno un sacco di rumore; ma alla lunga finiscono per implodere, svelando la propria barbarie. Intanto, nell'estate del 2026, (ri)emergono i legami sospetti di Ranucci con personaggi loschi come Valter Lavitola e almeno un incontro dei due con un prelato che al Conclave faceva il tifo per Pietro Parolin...
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Valeria Di Corrado e Federica Pozzi, Ranucci, la telefonata nella notte con Lavitola dopo la perquisizione: «Valter, magari eri lì per caso», in «Il Messaggero», 12 agosto 2026. Ti aiuto a cercare un alibi? «Questi sono matti. Questa è una cosa incredibile, ignobile...». Sigfrido Ranucci ha appena saputo che Valter Lavitola è stato perquisito dai carabinieri con l'accusa di essere il mandante dell'attentato dinamitardo del 16 ottobre scorso sotto casa sua. E cosa fa? Alle 3.56 di notte parla al telefono con lui. «Siamo stati due ore e mezzo, mi ha chiamato lui - riferisce Lavitola a un altro imprenditore - e mi ha mandato dei documenti. Mi ha detto che non sarebbe finita lì, che lui avrebbe...». Invece che porsi delle domande sul conto di un amico pluripregiudicato che in teoria avrebbe potuto agire per conto di un clan mafioso, date le modalità di azione dei 4 esecutori campani; invece di prendere tempo in attesa di avere un quadro più chiaro dell'inchiesta della Procura di Roma che aveva portato a indagare Lavitola per strage aggravata dal metodo mafioso; Ranucci critica gli inquirenti («questi sono matti») e lo difende a spada tratta («comunque vada non c'è un movente»). Anzi, comincia a suggerirgli una serie di spiegazioni alternative che possano giustificare la presenza di Lavitola e del suo factotum camerunense Gomes Clesio Tavares sotto casa sua il 15 settembre scorso, un mese prima dell'attentato subito dal conduttore di Report (per gli inquirenti un sopralluogo preventivo alla bomba). (...) Alle 19,40 del 4 luglio scorso, i carabinieri si presentano sotto casa di Lavitola mentre sta caricando la sua valigia nell'auto della compagna Natalia, che lo avrebbe dovuto accompagnare all'aeroporto di Fiumicino per prendere un volo alle 23 per Addis Abeba, la capitale dell'Etiopia. Il giorno prima, al telefono con Tavares, gli aveva detto: «Domani ci vediamo». Un biglietto comprato in fretta e furia, subito dopo l'arresto della banda irpina autrice dell'attentato. Ranucci viene a sapere quasi "in diretta" (gli inquirenti non sanno attraverso quali canali) della perquisizione in corso, due giorni prima che l'informazione diventasse di dominio pubblico. (...) «Questo andrà a determinare con certezza se lui dirà la verità, come mi ha detto ieri notte - riferisce Lavitola a un suo amico, parlando di Ranucci - Siamo stati due ore a parlare al telefono, mi ha dato molte informazioni. Mi ha aiutato a chiarire le cose, questo porterà ad una confusione terribile». Non si sa se l'indagato sospettasse di essere intercettato in quella telefonata. Fatto sta che, in un'altra conversazione, spiega la strategia: «Se lui mi difenderà, anche per una questione di reputazione, sarà diverso. Sarà la stessa cosa di Berlusconi». «Tuttavia, manifestava anche la preoccupazione che Ranucci potesse, a un certo punto, non tutelarlo più e, in tal caso, si chiedeva se avesse dovuto o meno attaccarlo», si legge nell'ordinanza. «Spero che continui a fare questo (difendermi, ndr). Questo è un giornalista più potente, più vicino ai giudici che ci sono in Italia». Altrimenti: «Dovrò attaccare un mio fratello?». -
Manipolato o manipolatore? Vittima o complice? Chi solletica un mitomane... -

Mario Ajello, Ranucci, il narcisismo del tele-tribuno che pensava di diventare premier, in «Il Messaggro», 12 agosto 2026. «È un romanzo anche di mitomania quello intitolato «La bomba d'amore», con nuova appendice ambientata a Rebibbia. Non solo l'Ego di Valter ma pure quello di Sigfrido. Il quale dalle carte del Gip emerge senza dubbio come una persona manipolabile e succube di Lavitola, ma allo stesso tempo viene fuori come un interprete perfetto del narcisismo del giornalista tribuno. Di quello che si ritiene (come si diceva per Michele Santoro) un «conduttore delle coscienze». E a cui non basta sentirsi uno che fa informazione ma si considera il custode della salvezza collettiva. E allora (...) entrare in politica «lo lusinga», come si legge nelle carte. (...) E il salto da «conduttore delle coscienze» e da amico del popolo («Il mio popolo mi segue, il mio popolo mi vuole», non fa che ripetere Sigfrido) addirittura a premier nel giro di due anni è un salto che può risultare naturale, anzi auspicabile, lo voglio, sì lo voglio, per uno che coincide con quanto scrive Giorgio Agamben, famoso filosofo di estrema sinistra: «Quando l'informazione diventa gestione dell'emergenza etica, il giornalista cessa di trasmettere notizie e comincia a impartire ordini di comportamento, assumendo la postura del sacerdote di una religione civile». (...) Ciò che invece appare lampante in Sigfrido (...) è la continua ansia di visibilità, l'insopprimibile desiderio di popolarità, il bisogno quasi carnale del contatto con un pubblico da indottrinare, da educare e da cui farsi adorare. (...) È l'ami du peuple, così veniva chiamato il giornalista e rivoluzionario Marat (ma oddio: ci si augura che Sigfrido non faccia la stessa fine). E per uno che rientra nella tipologia del tribuno narcisista e si sente privato del suo popolo, non parrebbe affatto un azzardo quello di cambiare ruolo, da volto tivvù a politico («Faresti bingo!», lo invoglia l'amico) pur di conservare la fama. E di confermare anzitutto a se stesso - narcisismo e auto-referenzialità sono marito e moglie - che le masse amano lui e solo lui. E infatti, quando Lavitola gli manda il sondaggio politico che lo riguarda e poi gli chiede «lo hai visto?», lui risponde: «Sì, l'ho visto ma va integrato». E dopo qualche giorno modifica di suo pugno quella bozza Sigfrido, e ci lavora non poco. (...) Il tribuno narcisista gioca sulla carta del vittimismo (...) e proprio questo è il pericolo che corrono gli avversari di Sigfrido, di farlo apparire come un Cristo in croce, mentre lui sembra considerarsi un Cristo in terra. Intanto Sigfrido - che resta parte lesa, va sempre ricordato, nell'inchiesta giudiziaria - dà l'impressione di essere sempre più triste, solitario y final. Ma gli resta il mito del «mio popolo» anche se il popolo, si sa, è volubile e volatile. E non c'è narcisismo che tenga.» UN ALTRO MITOMANE? È il narcisismo che fa manipolare la realtà?
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Daniele Capezzone, Cosa ci sfugge nel rapporto tra Sigfrido e Valterino. Tre ipotesi, in «Il Tempo», 12 agosto 2026. «Mettiamola così: da un punto di vista razionale e astratto, sono possibili solo tre spiegazioni. La prima è che i due fossero d’accordo anche sul progetto dell’attentato: ma questa spiegazione dobbiamo escluderla visto che il gip qualifica Ranucci come vittima inconsapevole. Dunque, per evidenti ragioni di garantismo, questa ipotesi va accantonata, almeno allo stato delle nostre conoscenze. La seconda è la spiegazione adottata dal gip: e cioè che Ranucci fosse «manipolato» da Lavitola. E, se si segue questa strada, si deve pensare che l’uomo di Report sia stato davvero soggiogato psicologicamente per arrivare a quel punto di misericordiosa comprensione. La terza ipotesi è che, per ragioni che non conosciamo, i due (pur senza essere d’accordo sulla messinscena dell’attentato, e pur non essendo rispettivamente un manipolatore e un manipolato) avessero motivi per non mollarsi reciprocamente: altre partite in comune, altri vincoli di solidarietà amicale e intellettuale, altre ragioni per non danneggiarsi a vicenda. Tornano alla mente un paio di altre curiose dichiarazioni pubbliche di Lavitola, quando al Tg1 disse di non aver gradito una formula dubitativa usata da Ranucci sulla loro amicizia, e soprattutto quando (10 luglio, intervista al quotidiano Domani) sibilò: «Se questo stronzo dice di avere anche un minimo dubbio sul fatto che possa essere stato io, vado lì dove si trova e gli sputo in faccia. Lo scriva». Ecco, non vi pare strana una relazione in cui il presunto mandante di un attentato dà dello «stronzo» alla presunta vittima, e la presunta vittima si prodiga a cercare alibi e spiegazioni per il presunto mandante? Tutto normale?» -
Rebecca Luisetto, Adriano Cappellari e la lettera di minaccia a Ranucci: «Fate saltare l'appuntamento con il conduttore o facciamo saltare lui», in «Corriere della Sera», 12 agosto 2026. Quella della menzogna e del raggiro è una cultura. Anzi un'anticultura. Molto forte e con parecchi seguaci. -
Giuliano Foschini, "Pressioni di Lavitola anche sulle inchieste tv". Il giornalista: non è vero, in «La Repubblica», 12 agosto 2026. Ma com'è piccolo il mondo! A chi si rivolgeva Sigfrido Ranucci, il diffusore delle calunnie contro il card. Becciu, per denunciare un caso di spionaggio di cui lui sarebbe stato vittima? A Giuseppe Pignatone! Giuseppe Pignantone, vale a dire il giudice del Vaticano che non ha mosso un ciglio per condannare le operazioni di spionaggio e dossieraggio illeciti – commissionate da chi, dentro il Vaticano? – compiute da Pasquale Striano in uno stato estero, contro un uomo innocente, il card. Becciu, che lui stesso – Pignatone! – doveva giudicare. E che ha poi condannato senza un briciolo di prova. Giuseppe Pignatone, il giudice ricattabile indagato per favoreggiametno alla mafia! PS Piccola domanda: ma a quando risalirebbe la denuncia di Ranucci? Perché se la cronologia non inganna (a quanto pare Lavitola entrava in Rai a partire dal 2019), Pignatone non era più procuratore di Roma, ma stava entrando in carica come giudice in Vaticano...! -
Francesco Gottardi, "La gogna mediatica non la auguro neppure a Ranucci". Parla Rigoli, medico riabilitato, in «Il Foglio», 12 agosto 2026. Un'altra delle vittime di Ranucci/Report: «Che ha fatto ricostruzioni mistificatorie e calunniose: collegare l’utilizzo dei tamponi rapidi con i morti in Veneto è un colpo basso che soltanto Report poteva inventarsi. (...)”. L’assoluzione rincuora, ma il peso della gogna resta. “Ho trascorso anni della mia vita ad affrontare un processo che non doveva nemmeno iniziare: mio padre, medico anche lui, è morto prima della sentenza. Questa è la cosa che mi addolora di più. Non auguro a nessuno la sofferenza che ha sopportato la mia famiglia. Nemmeno a Ranucci, che pure oggi si ritrova al centro di una torbida vicenda”. Le cose cambiano in fretta. “Fino all’altro giorno era un intoccabile: quando feci esposto contro di lui per diffamazione aggravata sembravo Davide contro Golia. Un medico trevigiano e una potenza televisiva, al cui passaggio i magistrati si alzano in piedi. Vedremo, anche lì, se verrà fuori la verità”. -
Matteo Carnieletto, «Ero innocente, "Report" mi ha rovinato», in «La Verità», 12 agosto 2026. -
Aldo Torchiaro, Ranucci, Lavitola, i brogliacci e il "prestito" di Gomes: il caso che scuote la Rai, in «Il Riformista», 12 agosto 2026. «La Rai, nell’emergenza-Ranucci, mostra i suoi limiti. Procede in punta di piedi, tra timori reverenziali e cautele tanto eccessive da risultare grottesche.» -
Giulio Bonet, Cappellari: "Le minacce a Sigfrido? Inventate", in «Il Giornale», 12 agosto 2026. -
Domenico Giordano, Effetto Lavitola: Ranucci ko, in «Il Giornale», 12 agosto 2026. -
Serenella Bettin, Minacce a Sigfrido? Una messa in scena, in «Libero», 12 agosto 2026. -
Vittorio Coletti, La rivincita della vititma, in «Huffpost», 12 agosto 2026. In un mondo pieno di manipolazioni bisognerebbe però distinguere tra vititme vere e vittime apparenti (AP). -
Aldo Torchiaro, Caso Ranucci-Lavitola, l'avvocato Ferrara: "Se il giornalista è manipolato, l'inchiesta è un problema e diventa legittimo interrogarsi", in «Il Riformista», 12 agosto 2026. «Se davvero fosse stato manipolato, la sua vicenda porrebbe un problema sull’indipendenza del giornalismo d’inchiesta.» -
«... il disegno intero di cui erano parte...»
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Ilaria Sacchettoni e Giulio DE Santis, Lavitola confessa al Gip: «Sono io il mandante. L'attentato a ranucci organizzato per fargli innalzare il livello della scorta», in «Corriere della Sera», 12 agosto 2026. Quando si vive immersi nelle menzogne e nelle calunnie... -
Andrea Paganini (Facebook, 12 agosto 2026): «SONDAGGIO: Alzi la mano chi non ha mai dimenticato il cellulare nella propria automobile. DOMANDA ESISTENZIALE (per l'esistenza dei corpi): Ecco, signor Lavitola, se – come lei dice e come emerge dalle indagini – con il suo pseudo attentato lei non aveva alcuna intenzione di fare del male a nessuno, ci spieghi: come si è premurato di assicurarsi che né Sigfrido Ranucci né qualche suo familiare avesse dimenticato il cellulare (o uno zaino, o un libro...) in macchina e non fosse andato a prenderlo proprio nel preciso momento dell'esplosione? O che non vi fossero altre persone attorno a quelle automobili in quel preciso momento? DOMANDA ESISTENZIALE (per l'esistenza dell'anima): Lei, signor Lavitola, si rende conto del capitale di fiducia che ha polverizzato con quella bomba, ma soprattutto con i suoi inganni? Le menzogne e le calunnie distruggono la fiducia fra le persone e impediscono la convivenza umana. Anche le calunnie diffuse da Report». -
Difensore Lavitola, 'Ranucci sapeva? Non rispondo', in «Ansa», 12 agosto 2026. -
Stefano Giordano, Non sapeva di essere candidato, in «Il Riformista», 13 agosto 2026. -
Legale Ranucci, 'confessione Lavitola lascia sgomenti', in «Ansa», 12 agosto 2026. -
Andrea Paganini (Facebok, 12 agosto 2026): «Ah, quelle certezze granitiche che si sbriciolano al contatto con la realtà dei fatti. Ecco cosa diceva Roberto Saviano, amico Massimiliano Coccia, all'indomani dello pseudo attentato a Sigfrido Ranucci. Quindi: 1) nessuna «lunga gestazione di delegittimazione e isolamento» (semmai questo si voleva far credere), bensì, semmai, lunga gestazione di amicizia e di lusinghe da parte di Valter Lavitola, l'"amico fraterno" che Ranucci incontrava regolarmente e sentiva pressoché quotidianamente. 2) Non sono serviti dieci anni per capire, ma pochi mesi; certo poi bisognerà capire se i "poteri forti che agiscono nell'ombra" permetteranno che si faccia giustizia o se invece vorranno insabbiare tutto.» -
Michael Braun, Kerin Erzfeind, sondern Busenfreund, in «Faz», 12 agosto 2026. -
Max Del Papa, Bomba a Ranucci, Report spacciò una bufala. Sarà il caso di togliere la puntata, in «Nicolaporro.it», 12 agosto 2026. Ce ne sarebbero alcune che si dovrebbero togliere! -
Il duo Lavitola-Ranucci ha ottenuto il proprio scopo? Che squallore! -
Selvaggia Lucarelli: «Su Sigfrido Ranucci ho sempre avuto molte riserve. Umane e professionali», in «Open», 12 agosto 2026. «Selvaggia, oltre a una critica sullo stile Report e i metodi roboanti per annunciare servizi che si rivelano poi deboli, ricorda con uno screenshot una recensione entusiastica a 5 stelle apparsa su Amazon per il libro “La scelta”, firmata a testo con il nome “Emilio Cresci”, ma pubblicata dall’account registrato proprio a nome “Sigfrido Ranucci”. La recensione è stata successivamente rimossa, ma l’episodio viene citato come un esempio di “mitomania” o narcisismo, commentato da colleghi ed ex collaboratori della redazione.» Del resto i commenti entusiasti generati automaticamente a ogni post fb di Ranucci... hanno una spiegazione anche psicologica. -
Giacomo Amadori, Un altro faccendiere alla corte di Ranucci, in «Libero», 12 agosto 2026. «A novembre il giornalista ha convinto la Procura di Roma a sentire come testimone un’altra sua fonte dal passato oscuro, il sessantottenne romano Marco Bernardini, l’ex informatore del Sisde (i vecchi servizi segreti interni) condannato in via definitiva a 5 anni e 8 mesi per i dossieraggi illegali Telecom (le contestazioni iniziali andavano dalla rivelazione di segreto di Stato all’associazione per delinquere, dalla corruzione all’accesso abusivo). Erano i tempi della Security guidata da Giuliano Tavaroli, che confezionò report illeciti su circa 5.000 personalità (politici, imprenditori, giornalisti, uomini della finanza e anche uomini dello sport), senza andare troppo per il sottile. La squadretta non usava solo hacker per spiare gli obiettivi, ma anche investigatori privati. Tra questi Emanuele Cipriani e Bernardini, che, al contrario di altri coindagati, non sono stati salvati dalla prescrizione. (...) Bernardini è diventato un affidabile «consulente» di Report. Al punto tale, che dopo l’attentato a casa sua, Ranucci lo ha spedito in Procura per quello che, oggi, appare come un chiaro depistaggio investigativo. All’inizio del verbale si legge: «Il signor Bernardini si presenta spontaneamente a seguito di contatti intercorsi per le vie brevi (a voce, ndr) tra il procuratore della Repubblica di Roma (Franco Lo Voi, ndr) e il giornalista Sigfrido Ranucci, dove quest’ultimo ha indicato Bernardini quale persona che potrebbe riferire circostanze utili in relazione all’attentato subito dal dottor Ranucci nello scorso mese di ottobre». Nella sua prima risposta, Bernardini svela il legame con il conduttore, che si sarebbe rivolto all’investigatore per scoprire se fosse «spiato»: «Quest’estate ho incontrato Ranucci, in quanto aveva dei problemi e mi ha chiesto se potevo interessarmi per sapere se in qualche modo era ascoltato o pedinato da qualcuno. Questo sulla base delle mie pregresse conoscenze ed esperienze personali e professionali». Quindi Ranucci non solo era un «amico fraterno» del pluripregiudicato Lavitola, presunto mandante dell’ordigno esploso davanti a casa del giornalista, ma, non sentendosi al sicuro, si era rivolto a un soggetto come Bernardini, anziché alle forze dell’ordine. Da questo momento in poi l’ex fonte dei servizi segreti, davanti ai pm, descrive scenari inquietanti e prende di mira in particolare il vicedirettore dell’Aisi Carlo De Donno, mentre difende Giuseppe Del Deo, che al contrario di De Donno è finito indagato nell’inchiesta sulla cosiddetta Squadra Fiore, un’agenzia investigativa privata composta anche da ex 007 infedeli. (...) gli inquirenti sembrano più interessati a raccogliere notizie su Deldeo, ma Bernardini, nel suo verbale, descrive l’ex vicedirettore dei Servizi interni come una vittima: «So solo che quando la Meloni non voleva più la scorta dell’Aisi dovevano trovare un capro espiatorio per le attività illegali di monitoraggio che verosimilmente compivano ai danni del premier e, quindi, lo hanno accompagnato alla porta. Anche Luca, il giornalista che mi ha intervistato (in realtà Giorgio Mottola, ndr), so che ha contattato Del Deo, ma quest’ultimo si è rifiutato di parlare». Le toghe tentano di scucire al testimone qualche notizia sulla Squadra Fiore e Bernardini non dà loro soddisfazione (...)». Toh!, Del Deo, colui che faceva "casini" con il Vaticano....! -
«Ha riconosciuto di essere stato il mandante dell'attentato e di averlo fatto per il bene di Ranucci e soprattutto per tutelare la sua incolumità da eventuali attentati». Già queste parole del legale di Lavitola, in un mondo normale, sarebbero al massimo una barzelletta, o la battuta di una commedia surreale. Ma noi non viviamo in un mondo normale e all'umanità del 2026 si può dare a bere di tutto. E domani assisteremo a una nuova modalità di reati: i reati compiuti "per il bene delle vittime". Trallallero trallallà. -

E con lui cadono diverse altre "lampadine senza batteria". -
Maurizio Crippa, Ranucci ha perso il bene più prezioso: la credibilità. Parla Aldo Grasso, in «Il Foglio», 13 agosto 2026. Da parecchio tempo, per la verità... «Ora non importa la risultanza dell’inchiesta su Lavitola, ma anche solo il fatto che il pubblico possa ritenere che si sia fatto plagiare, che non sia stato trasparente, è il peggior danno che si è in larga parte autoprocurato”. (...) Io da anni dico apertamente che è il ‘metodo Report’ a non andare bene. E’ una anomalia giornalistica, una degenerazione di quello che è sempre stato il giornalismo d’inchiesta, fuori e dentro la televisione pubblica. Questa rivendicazione di ‘schiena dritta’, la pretesa di esser gli unici a difendere la ‘roccaforte dell’informazione indipendente’ è cattiva retorica. Soprattutto perché poi poggia su un metodo fatto di audio carpiti, di pedinamenti in video, di sottopancia che strillano ‘esclusivo’. Non è questo che certifica il giornalismo d’inchiesta. E’ invece una esibizione volgare di mezzi non sempre trasparenti che ora sta crollando.» -
Fabio Trizzino (facebook, 13 agosto 2026): «Dante, nel canto sesto dell'inferno, rappresenta i golosi intenti a farsi scudo dei morti. Oggi, i golosi di vanagloria e di protagonismo narcisista, fanno lo stesso. Liberi loro di farlo. Liberi noi altrettanto- specie se quei morti ci appartengono particolarmente -di collocare i golosi del nostro tempo dove meritano» (Parole di Fabio Trizzino, legale di Lucia, Fiammetta e Manfredi Borsellino, nonché genero del dottor Paolo Borsellino, marito di Lucia). Proprio così! Altro che «IL DISEGNO INTERO DI CUI ERANO PARTE» (osceno)! -
Da "Paolo Borsellino, il coraggio della solitudine" (Facebook, 13 agosto 2026), sulla reazione di Ranucci all'arresto di Lavitola: «Il mancato ringraziamento non è un dettaglio. È un segnale. Perché quando la costruzione del personaggio diventa più importante della realtà, la realtà finisce per essere piegata, ritoccata, selezionata.» Anche in questo caso io sto con i figli di Paolo Borsellino. E colgo questo e altri segnali... -
Valter Lavitola (da «Mow»): «Se l'ho fatto io vuol dire che l'ho fatto d'accordo con Sigfrido. Perché non è che vado a fare un piacere a Sigfrido e non glielo dico». Anche nell'alienazione del crimine... permane un minimo di logica. -
Caso Ranucci: gip. 'movente non era accrescere scorta', in «Agi», 13 agosto 2026. Amicizie alimentate da frottole, menzogne e calunnie... -
THE TRUMAN SHOW (oggi ho avuto un'intuizione, ma la tirerò fuori al momento giusto): un grido d'aiuto o un messaggio in bottiglia per il futuro (un tentativo di crearsi un alibi)? -
Luca Arnau, L'irresistibile fascino di Sigfrido per Ranucci: definisce il suo libro «un capolavoro» su Amazon, ma firma la recensione con un altro nome, in «La Capitale», 13 agosto 2026. Quell'ego fuori controllo. E quella fantasia perversa che distorce la realtà. -
Giancarlo Cavalleri, Ranucci-Lavitola, una vicenda sempre più inquietante: quando la violenza entra nel cuore dell'informazione, in «Faro di Roma», 13 agosto 2026. «La libertà di informare non può diventare terreno di gioco per nessuno. Né per chi vuole intimidire, né per chi pretende di proteggere attraverso la forza, né per chi pensa di poter utilizzare un giornalista come pedina di un progetto personale o politico.» -
Paolo Liguori (4 di sera, 13 agosto 2026): «Io penso che Ranucci sia un personaggio costruito dalla magistratura – non dalla politica (la politica si è allineata, in particolare la politica di sinistra che manca di idee e di leader) – e che oggi sia stato distrutto dalla stessa magistratura che l'ha costruito. Probabilmente ha combinato qualche guaio, anche attraverso amici, è diventato indigesto agli stessi che l'avevano creato». Notate la sintonia con il famoso post di Ranucci pubblicato nel momento dell'interrogatorio di Lavitola («il disegno intero di cui erano parte»)? E insieme alla magistratura (deviata?) ci metterei i servizi segreti (deviati?). -
Giacomo Di Girolamo, Quisquilie e pinzillacchere. Il mito di Report si incrina, e ai giornalisti di provincia resta solo il mestiere, in «Linkiesta», 14 agosto 2026. La trappola della vanità.
















































